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Saalfelden 2015

Vincenzo Roggero By

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Memorabile edizione la trentaseiesima del Saalfelden Jazz Festival. Forse il caldo più consono ai mari del sud che ad una località alpina ha sciolto anche gli animi più rigidi, ha favorito la libera circolazione delle idee, ha creato un clima di condivisione e stimolo artistico. Forse gli dei della musica hanno soffiato un vento benevolo sulle scelte al solito intelligenti e coraggiose degli organizzatori. Forse qualche magica alchimia ha preso corpo senza motivo apparente, sta di fatto che questa edizione verrà ricordata per l'alta qualità complessiva delle proposte e per una manciata di eventi che resteranno a lungo impressi nella memoria di chi ha avuto la fortuna di assistervi. Ecco in successione cronologica ciò che è successo nella kermesse musicale della cittadina tirolese.

Giovedì
Il prologo serale serve a scaldare i motori. I Kompost 3 formazione tutta austriaca propone un jazz elettrico senza pretese, con qualche spunto interessante ma alla fine scontato e superficiale. Maggiori attenzioni richiedeva il trio Georg Graewe/Ernst Reijseger/Gerry Hemingway ma l'approccio all'improvvisazione del pianista tedesco è parso datato con la musica che fatica a prendere il volo e implode su se stessa. Una somma di talenti nella quale alla fine i conti non tornano.

Venerdì
Inizia il festival vero e proprio e si comincia a fare sul serio. Donkey Monkey -ossia Eve Risser al piano e Yuko Oshima alla batteria -è il piacere del gioco e dello scherzo musicale, la magia del piano preparato con l'energia rock della batteria, il fascino di armonizzazioni vocali debitrici della tradizione giapponese e l'irresistibile appeal esercitato da iterazioni ritmicamente coinvolgenti. Tecnica sopraffina, pieno controllo delle dinamiche esecutive, idee a getto continuo e ribaltamento dei canoni musicali fanno di questo duo una formazione originale, da seguire attentamente nei suoi sviluppi futuri.

Martin Kuchen's All Included è un quintetto con tre fiati che non fatica a scaldare l'ambiente grazie ad un'energia travolgente e un accessibilità immediata alla musica proposta. Il sassofonista svedese, fondatore di quel formidabile collettivo denominato Angles, si muove tra temi popolari ed echi ayleriani, assoli infuocati e parti d'insieme egregiamente organizzate declinando con questo quintetto una versione più diretta, meno sofisticata ma altrettanto entusiasmante del sopracitato ensemble.

Chris Lightcap's Bigmouth è una riflessione musicale sulla New York attuale con la sua inesauribile energia, le mille sfaccettature, le contraddizioni e i fermenti che trovano il modo di pulsare nei luoghi e con i tempi meno prevedibili. Il gruppo é solido privilegia la cantabilità dei temi, una struttura che potremmo definire classica delle composizioni, sottoposte alle evoluzioni dei fiati -sempre pregnante, inventivo a volte selvaggio Tony Malaby, più compassato e canonico Chris Cheek -e all'ottimo lavoro di raccordo e di stimolo del pianista Matt Mitchell.

Sotto la sigla The Bureau of Atomic Tourism si cela una sorta di super gruppo ad alto voltaggio, grazie alla spinta selvaggia del basso elettrico di Ingebrigt Håker Flaten e alla batteria pirotecnica di Tom Verbruggen. I rari momenti di quiete rimandano a consolidati scenari nordici ma ci pensano il sax di Andrew D'Angelo e la tromba di Magnus Broo a squarciare con fulmini e saette il sentore di tramonti dorati. Energia a gogo si diceva, ma la sensazione finale è quella di una navigazione a vista meno efficace rispetto agli incastri sonori più definiti e organici della recente prova su disco.

Quasi a notte fonda arriva il primo botto del festival. E che botto! Rob Mazurek espande il suo Sao Paulo Underground a sestetto ed ecco servito Black Cube SP. Apoteosi notturna. Delirio di ritmi, musica visionaria, riti sciamanici e diavolerie elettroniche, Brasile e Chicago in un sabba di suoni e colori che lascia a bocca aperta. Un viaggio nella spiritualità che più terrena non si può, la celebrazione della gioia di vivere che nasce dalla coscienza del dolore e degli affetti che se ne vanno (la perdita della madre). Mazurek spinge la sua musica verso una dimensione altra, nella quale mente e corpo sfuggono alle normali categorie della percezione, i sensi viaggiano all'ennesima potenza, tempo e spazio vengono annullati. Catartico.

Sabato
Si inizia con il quartetto del violinista francese Regis Huby per un set a tratti interessante e convincente -quando prende il sopravvento la chitarra di Marc Ducret -ma complessivamente prolisso nello sviluppo delle parti improvvisate. Buono l'apporto percussivo del sempre bravo Michele Rabbia.

Ancora Mazurek con lo storico trio Sao Paulo Underground completato da Guilherme Granado e Mauricio Takara e ancora un gran bel sentire. samba, bossa nova e ritmi tribali vengono ribaltati, scomposti, riorganizzati e pesantemente stravolti dalla cornetta del leader e dall'elettronica creativa utilizzata dal trio. La ricerca sul suono e sulle possibili combinazioni timbriche tra acustico ed elettronico segnano in maniera inequivocabile le composizioni, accattivante miscela di melodie popolari, ritmi frammentati e distorsioni elettroniche.

Atomic, ovvero il jazz nordico in una delle sue declinazioni più classiche e convincenti. Lirismo e free a braccetto in maniera mirabile grazie alla progettualità del gruppo e alla perizia degli interpreti, con momenti cameristici, comunque ricchi di tensione, quando il sax viene sostituito dal clarinetto. Idee, energia, assoli scintillanti, grandi momenti d'insieme, pieno controllo degli spazi improvvisativi la ricetta vincente di un gruppo decisamente centrato.

Angelica Sanchez Quintet, un quintetto stellare che non decolla. Il gruppo è solido, ordinato -fin troppo-belle le composizioni, ma non scocca la scintilla, la sensazione è di un compitino ben eseguito, senza intuizioni, con un po' di rammarico nel vedere un sassofonista come Ellery Eskelin relegato nel ruolo di scolastico esecutore. Appena il tempo di qualche riflessione su quello che poteva essere e non è stato e arriva il secondo botto.

Steve Coleman e The Council of Balance (qui a Saalfelden in versione ridotta a 14 elementi rispetto ai 21 del disco Synovial Joints), in poche parole lo stato dell'arte sul concetto composizione/improvvisazione. La scrittura di Coleman raggiunge in Synovial Joints vette altissime, consolidata in una sorta di classicità contemporanea che marchia a fuoco una musica totale, per riprendere una definizione di Giorgio Gaslini. Dolce e voluttuosa, intricata ma al contempo fluida e lirica, la complessità si sublima in sinuose volute dove l'improvvisazione è elemento tra tanti, assorbito dalla potenza e dall'organicità delle trame intessute dal leader. La storia della musica afroamericana irrora le partiture di Coleman e assume contorni, dinamiche, forme e idee delle quali non si potrà non tenere conto in futuro. Bellezza allo stato puro.

Difficile presentarsi sul palco del Congress Zentrum dopo un evento simile ma se c'era un gruppo che poteva permetterselo passando indenne da queste forche caudine, beh non poteva che essere Mostly Other People Do the Killing. Ironia, trasgressione, divertimento, forma canzone e standars rivoltati come un calzino, ritmi indiavolati allusioni e richiami al jazz che fu, sono la formula vincente di Moppa Elliott & Co. Manca la tromba pirotecnica di Peter Evans? Nessun problema, lo straordinario pianista Ron Stabinsky, sguardo inquietante e tecnica prodigiosa, è l'uomo giusto al posto giusto. Il suo pianoforte è l'ingrediente che mancava alla quadratura del cerchio di una musica fisiologicamente sfuggente, assicura equilibri seppur instabili e aggiunge una sorta di eleganza retrò che esalta ulteriormente il micidiale mix dei MOPDTK.

Domenica
Ken Thompson and Slow Fast è un interessante quintetto statunitense che presenta musica raffinata e piacevole, ben organizzata, di ampio respiro con attenzione alle tessiture timbriche e agli incastri tra le parti. Spicca quindi l'arte di compositore e arrangiatore del leader, abile nel muovere i musicisti a disposizione sulla scacchiera del suo pensiero musicale.

Altra chicca, forse non del tutto attesa, la dispensa Matthew Shipp in pianoforte solo. Cinquanta minuti di una intensità pazzesca nei quali compaiono brandelli di standard -non come rilettura bensì come elementi funzionali alla sua visione poetica -e richiami alla storia del piano jazz sublimati in uno stile che li racchiude tutti ma non ne rappresenta nessuno, tanto si rivela originale e personale. Irruenza e dolcezza, deliri percussivi e delicate armonizzazioni, echi di musica classica e furibonde escursioni sulla tastiera, ma soprattutto un frullare continuo di idee e di invenzioni rendono l'esibizione di Shipp un gioiello di intelligenza e creatività.

E poi arriva l'ultimo botto, una sberla mozzafiato, mai così gradita ed entusiasmante. Fire! Orchestra è un uragano devastante che spazza via concetti e preconcetti, paletti ed etichette, generi e stili. "Ritual " è un orgia di suoni, colori, voci che ammaliano, stordiscono e incantano -davvero notevoli Mariam Wallentin e Sofia Jernberg -, è marea che sale e costringe all'apnea tanta è l'energia, la densità, la potenza dell'ensemble. Riff ipnotici, esplosioni free, melopee incantatorie, masse sonore che si combinano magnificamente sotto la direzione di Mats Gustafson autore, ca va sans dire, di pregevoli interventi, Fire! Orchestra è un'esperienza che lascia il segno, che marchia a fuoco come poche altre band sono attualmente in grado di fare.

La chiusura è una sorta di amarcord. Il settantacinquenne James Blood Ulmer celebra uno dei suoi lavori più apprezzati -Are You Glad to Be In America?-, presenta come sezione fiati tre quarti del mitico World Saxophone Quartet ma la proposta mostra le inevitabili crepe dell'usura. In sordina proprio i sassofoni -il solo David Murray sembra avere energia e idee da spendere -appannata la chitarra del leader, sempre intrigante la voce, il set scivola via comunque piacevole, senza troppe pretese, finale defaticante di un festival che aveva già esploso i suoi fuochi d'artificio.
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