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Memories in Motian

Zeno De Rossi By

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Abbiamo perso uno dei più grandi musicisti di questo pianeta, qualcuno che era arrivato a conoscere il segreto per suonare semplicemente Pura Musica
Poco dopo aver appreso la triste notizia della morte di Paul Motian, avvenuta il 22 novembre 2011, ho sentito la forte esigenza di ri-tuffarmi in profondità nella sua musica.

In seguito, dopo aver letto un toccante scritto di Ellery Eskelin (pubblicato sul suo sito e riportato qui di seguito), pensai che sarebbe stato interessante raccogliere brevi ricordi di musicisti che avevano collaborato con lui durante la sua lunga carriera, oltre a quelli di altri che ne erano stati fortemente influenzati. Così, ho iniziato la mia ricerca, contattando quanti più musicisti possibile: molti hanno aderito con entusiasmo, e ne leggerete qui di seguito i ricordi. Alcuni hanno glissato per mancanza di tempo; altri, purtroppo, non hanno mai risposto.

L'idea che ha mosso il progetto è stata molto semplice: ho chiesto a ciascun musicista di scegliere un brano dalla discografia di Motian e di scrivere qualche riga che riguardasse lui o la sua musica. Il primo invito con lo scopo di tracciare una sorta di compilation in absentia che potesse fungere da 'guida all'ascolto' per un lettore curioso; il secondo, perché i singoli ricordi di tutti fornissero una visione poliedrica dell'artista. All about Paul, insomma.

Ciò che emerge chiaramente dagli scritti raccolti in questo articolo è l'importanza della musica di Motian nel percorso artistico di più di una generazione di musicisti, quasi un fenomeno carsico che ha contribuito a tracciare nuove direzioni nella storia del jazz contemporaneo.

Ho ascoltato Motian dal vivo per la prima volta ventiquattro anni fa. Nell'estate del 1990, subito dopo aver finito gli esami di maturità, partii con un amico alla volta di Orbetello per quella che fu la mia prima (e ultima) vacanza in campeggio.

Una volta arrivati, piantata la tenda, ce ne andammo a fare un giro in paese per vedere cosa ci avrebbe prospettato la serata. Poco dopo incontrammo alcuni vecchi amici, autoctoni, che ci informarono di un concerto jazz nel parco per quella sera. Il mio amico era restio, così mi avviai da solo e, convinto di imbattermi in un concerto di musicisti locali, con mia grande sorpresa e gioia quella sera ad Orbetello mi ritrovai ad un concerto del trio di Geri Allen, Charlie Haden e Paul Motian. Ricordo ancora la magia di quella musica e il buio che circondava il palco per evitare che fossero tutti invasi dagli insetti.

Quello stesso anno vidi per la prima volta il trio di Paul Motian con Bill Frisell e Joe Lovano in una memorabile serata in un locale altrettanto memorabile di Verona, "Il Posto." Ricordo che arrivarono trafelati con grande ritardo, quando la sala era ormai piena e trepidante, facendo appena in tempo a montare i piatti ed effettuare un velocissimo line-check prima di iniziare uno di quei concerti che cambiarono la mia vita per sempre.

Ho poi avuto la fortuna di vedere Motian in vari contesti molte altre volte e tutte sono rimasto folgorato dalla sua capacità di mantenere la musica in perfetto equilibrio con pochi gesti essenziali. Il suo modo di suonare unico, profondamente radicato nella tradizione ma totalmente moderno e personale, assieme alle sue composizioni semplici e profonde sono sempre stati un faro che mi ha condotto in luoghi fantastici e di grande bellezza.

A proposito della sua arte, non c'è nulla che io possa aggiungere a quello che leggerete nelle parole scritte dai musicisti coinvolti in questo articolo. Per me è chiaro che abbiamo perso uno dei più grandi musicisti di questo pianeta, qualcuno che era arrivato a conoscere il segreto per suonare semplicemente Pura Musica.

Vorrei ringraziare Luigi Santosuosso per aver accettato con entusiasmo la mia proposta e per avermi aiutato a contattare alcuni musicisti, Francesco Bigoni per le preziose traduzioni, mia moglie Nicoletta per la costante opera di revisione e, soprattutto, tutti i grandissimi musicisti che hanno aderito e reso possibile questo progetto grazie ai loro toccanti e preziosi contributi.

Que Viva Paul!

(Zeno De Rossi)

Impressions of Motian

Ellery Eskelin (22/11/2011) -Paul Motian ci ha lasciati stamane. È stato uno dei più grandi batteristi della storia del jazz. Per me era uno dei più profondi improvvisatori al mondo, uno dei musicisti più personali che abbia avuto occasione di ascoltare, indipendentemente dallo strumento suonato.

Ripenso alla sera, a metà degli anni Ottanta, in cui ebbi la fortuna di suonare un po' con lui. Ero appena rientrato da una jam session pomeridiana con alcuni amici. Suonavamo standard, e la session stava prendendo una piega abbastanza noiosa. Ad un certo punto sentii il bisogno di uscire dalle consuetudini in cui eravamo imprigionati e, quasi per scherzo, mi presi un solo che rispettava il giro armonico, ma era completamente libero dal punto di vista ritmico. Il mio "giochetto" sembrò, in qualche modo, rinvigorire la musica. Avrei potuto liquidare la cosa come un episodio curioso se, quella sera, non avessi deciso di andare al 55 Bar, su Christopher Street, nel Village. La chitarrista Leni Stern suonava là ogni domenica e mi invitava regolarmente a salire sul palco. In quell'occasione aveva chiamato Paul Motian alla batteria. Con l'idea della session pomeridiana fresca nella mia mente, decisi di affrontare la musica allo stesso modo. Il risultato di questo approccio più slegato era stato semplicemente interessante ed inaspettato nel pomeriggio, ma con Paul divenne molto più profondo e ricco.

Quando, nel corso degli anni, ricordo questo episodio, penso che in quel periodo Paul era probabilmente il musicista ideale da incontrare per affermare e consolidare questo approccio. Il suo fraseggio era così fluido e, al contempo, la sua pulsazione interna così forte da rendermi capace di suonare qualunque cosa sentissi ed inserirla nel contesto musicale esattamente nella maniera voluta. Posso dire senza esagerare che quella fu una vera epifania musicale.

Una porta mi si era spalancata: la attraversai e non mi guardai mai più indietro. Tutto ciò che, da allora, ho realizzato musicalmente, proviene in qualche modo da quell'esperienza apparentemente casuale, ma incredibilmente intensa e fortunata. In seguito Paul ed io parlammo più volte di suonare insieme, ma non trovammo mai l'occasione di farlo. Andai ad ascoltarlo più volte dal vivo e rientrai a casa ogni volta completamente ispirato.

Parte della primissima musica che scrissi per il mio gruppo è direttamente ispirata dall'ascolto di un suo set al Village Vanguard a metà anni Novanta. Di tanto in tanto ci siamo incrociati in tour. In anni più recenti ho iniziato a scrivergli lettere, inviargli la mia musica. L'ultima volta lo ascoltai al Vanguard quasi un anno fa. Suonò meravigliosamente, come sempre. E sembrava che dentro di sé avesse altri venti o trent'anni di vita. Durante la pausa ebbi modo di chiacchierare con lui e gli ricordai di quella sera, circa vent'anni prima. Gli dissi quanto lui e la sua musica significano per me. Sono felice di avere avuto l'occasione di farlo di persona. Il mondo non è più lo stesso senza Paul Motian ... [Questo contributo è tratto dal sito di Ellery Eskelin e viene ripubblicato per sua gentile concessione]

Bill Frisell -Pensando a Paul Motian, per me è molto difficile, se non impossibile, individuare un brano, un disco, un momento di spicco rispetto agli altri. Sono davvero fortunato -privilegiato! -ad aver trascorso così tanto tempo con lui. Il suo impatto su di me è stato, ed è, enorme. Straordinario. Gigantesco. Quanti ricordi ... Caleidoscopico. Abbiamo suonato insieme per trent'anni. Girato il mondo. Tre decenni!

Ma ... l'avevo ascoltato a lungo prima di lavorare con lui. Uno dei primi concerti che ho sentito alla scuola superiore era quello del quartetto di Charles Lloyd. 1968. Paul era nel gruppo. Mi si aprì un nuovo mondo. Non avrei mai sognato di suonare con lui solo qualche anno dopo. Wow. Una vita di ispirazione. Lo penso ogni giorno e continuo ad imparare da lui.

È una figura esemplare. Mi ha mostrato infinite possibilità. Me le sta ancora mostrando.

Ben Perowsky -La prima volta in cui ebbi l'occasione di ascoltare e vedere Paul Motian dal vivo fu al festival jazz di Saalfelden nel 1985: avevo diciannove anni. Suonava con Paul Bley, Bill Frisell e John Surman. Il contesto era di per sé strabiliante, giacché non avevo mai ascoltato il jazz dal vivo al di fuori di New York e Boston. Era come stare ad un grosso concerto rock, ad eccezione del fatto che il pubblico del concerto, un'enorme folla di giovani che campeggiavano all'esterno del tendone del festival, era estremamente rispettoso durante il concerto e dispensava urla ed ovazioni soltanto al termine.

Da giovane batterista cresciuto a New York ed esposto a un sacco di musica e di batteristi differenti, posso dire che Paul mi ha sconvolto quando l'ho ascoltato quella sera, e così ogni altra volta nei successivi 25 anni. Non mi piace usare la parola "magia," ma Paul aveva questo modo inspiegabile di suonare la batteria con la competenza e l'atteggiamento di un maestro vissuto, e, al contempo, con l'innocenza di un bambino che per la prima volta si confronta con la vita. Niente cliché. Tempo, metro e forma sono così profondamente interiorizzati da essere impliciti nella sottigliezza delle suggestioni e della punteggiatura.

Mi piace pensare a Paul dietro i tamburi come un pittore surrealista che allude strutture e anatomie senza esplicitarle. È davvero magico. Il suo impatto musicale risuonerà ancora per decenni.

Michael Sarin -I grandi artisti e performer -musicisti, pittori, scrittori, attori, danzatori -, i maestri, trasmettono al loro pubblico la profondità della loro esperienza con un intento distillato da gesti semplici e chiari. Ciò mi divenne chiaro, durante la metà degli anni Ottanta, attraverso il drumming di Paul Motian, mentre ascoltavo i dischi Fragments di Paul Bley, Shades of Jazz di Keith Jarrett, Rambler di Bill Frisell e Liberation Music Orchestra di Charlie Haden.

Dopo il mio trasferimento a New York, nel 1989, una delle mie prime esperienze di ascolto dal vivo è avvenuta alla vecchia Knitting Factory: il Paul Motian Trio, con Joe Lovano e Bill Frisell. Benché certamente non la prima nel suo genere in ambito jazzistico, questa costellazione, questa combinazione di voci uniche aiutò noi giovani musicisti a corroborare e legittimare l'idea di un gruppo che suona materiale tradizionale (e originale) senza il basso -e, per estensione, a facilitare la proliferazione di un gran numero di gruppi dalla strumentazione "non tradizionale."

Ascoltando Paul Motian ho sempre sentito di "ascoltare" dei quadri: la raffinata calligrafia orientale; l'espressionismo astratto di de Kooning, Pollock, Rothko e Rauschenberg; i ready-made di Man Ray e Duchamp, curiosi e provocatori. Paul mi ha mostrato come un batterista può spingere la musica in avanti tramite il silenzio e come le note, quando suonate, acquistino impegno ed intenzione. E acquistino la presenza di Paul, sempre spontaneo e presente: un vero improvvisatore.

Le creazioni di collage ritmici durante le improvvisazioni di gruppo mi hanno influenzato profondamente: ritmi e pulsazioni di diverse forme, tempi e timbri suonati con durate variabili. Ciò evoca un effetto caleidoscopico, una reazione propulsiva -complementare o parallela -da parte degli altri musicisti. Inoltre, il suo uso delle spazzole come agenti di colore (e non come mere portatrici del tempo a dinamiche basse) ha rinforzato la mia inclinazione naturale verso un approccio testurale alla batteria.

E ancora ... il suo suono e tocco sui tamburi e i piatti, che ha influenzato una, o più, generazioni di batteristi: il suo rullante e la cassa profonda tradiscono la sua formazione tradizionale. Il suo modo di colpire i tom; la sua personalissima combinazione di piatti, intatta per trent'anni o più. Al sentire una sua singola nota sul ride, sul rullante, sui tom o sulla grancassa, si può esclamare con certezza e gioia "Paul!."

Sfortunatamente, non ho mai incontrato Paul Motian di persona, benché molti dei miei collaboratori più stretti abbiano suonato con lui per qualche tempo, sia in gruppi suoi che in progetti a loro nome. Non so davvero che pensasse dei molti grandi batteristi che sono venuti dopo di lui, né se fosse seriamente, o anche vagamente, consapevole della sua influenza su di essi.

Ma la risposta sta nel fatto che essi dicano: siamo qui a testimoniare del suo contributo ogni volta che facciamo musica sulla batteria. Paul ci mancherà profondamente.

Brad Shepik -Ho molti splendidi ricordi dei miei cinque anni e mezzo di militanza nella prima Electric Bebop Band di Paul: il mio primo viaggio in Europa, la mia prima esperienza dello stile di vita al di fuori degli Stati Uniti e della tournée. Del viaggiare tutto il giorno, ogni giorno, e suonare ogni sera.

Più di ogni altra cosa, ricordo il privilegio di suonare e viaggiare con Paul, un maestro dotato di una forza creativa unica. Sono profondamente riconoscente per quell'esperienza. Sorrido al pensiero di quanto noi componenti del gruppo fossimo giovani: eppure Paul sprizzava un'energia maggiore di tutti noi messi assieme. Regolarmente ci trascinavamo dall'albergo, dove avevamo dormito tre o quattro ore al massimo, al treno della mattina presto, ed immediatamente sprofondavamo nel sonno. Ma non passava mai molto tempo prima che Paul infilasse la testa dentro lo scompartimento, tirando le tendine ed esclamando "Ehi, ragazzi! Che ne dite della colazione? Favolosa, vero? L'ho rifatta tre volte. Sono in piedi dalle cinque, ho fatto una passeggiata, ma non c'era nulla in giro ...." Naturalmente, la colazione l'avevamo saltata tutti.

Come leader era generosissimo. Si fidava di noi, ci lasciava capire le cose da soli. Suonare con lui era una grande lezione: non riempiva gli spazi al massimo come altri batteristi. Il suo senso del tempo e dello spazio era indescrivibile, unico nel suo genere. In ultima analisi, Paul ha plasmato la maniera in cui sento la musica. Ritorno spesso ad ascoltare i suoi dischi, che per me restano di grossa ispirazione. Che sia alle prese di un brano originale o di un pezzo scritto da un altro compositore, la concezione sonora di Paul è immediatamente riconoscibile e mi ricorda costantemente che musicista impavido e personale fosse; un compositore, batterista e leader totalmente unico. Grazie Paul!

My Favorite Recordings

Counter Current Michael Attias -"Misery On the Hudson" da Terumasa Hino / Masabumi Kikuchi Quintet -Counter Currents (Sony Japan -2008)
Ho suonato con Paul per la prima volta nel 2007, in occasione di un'incisione con Masabumi Kikuchi, Terumasa Hino e Thomas Morgan. Suonare con lui è stata la realizzazione di un sogno, nonché la conferma delle intuizioni musicali che stavano nascendo in me in quel periodo, e che da allora sono state al centro del mio pensiero musicale. Il "qui ed ora," l'unica condizione della quale possiamo realmente avere esperienza e dalla quale, tuttavia, separiamo i nostri giorni migliori in un esilio talvolta assonnato, talvolta agitato: là viveva Paul Motian, totalmente desto, totalmente presente, nella conversazione come nella performance, come in ogni nota che ha scritto. Come Ornette, come Trane, Motian scompariva nella vibrazione esatta dei suoi materiali: una terza maggiore, un colpo di spazzola sul piatto, una frase à la Big Sid Catlett fluttuante a cavallo delle battute, il tutto connesso dai fili di un'invisibile pulsazione a formare una scultura mobile ricolma d'aria, grazia, potenza.

Era moderno fino in fondo, perché era sempre ben consapevole delle eternamente mutevoli implicazioni del "qui ed ora": ogni volta che si sedeva alla batteria cavalcava il momento presente scoprendo nuove idee, nuovi suoni, nuovi approcci al tempo e alla melodia, all'interplay, all'insegnamento del rispetto per gli altri esseri umani.

Il tempo presente, nella musica, è un salto nel buio, un rischio, una sfida che sfugge ad ogni determinazione biologica. Tra Paul e Thomas Morgan, il bassista coinvolto nella seduta del 2007 e nell'album che abbiamo registrato l'anno successivo sotto la guida di Motian, c'era un mezzo secolo di differenza d'età. Eppure, quando suonavamo, quella differenza era ridotta ad un battito cardiaco.

Counter Current Joey Baron -"Lover Come Back to Me" da-Zoot Sims / Al Cohn / Phil Woods -Jazz Alive! A Night at the Half Note (United Artist -1959)
Ricordo che quando iniziai a suonare (nel 1964) presi in prestito un disco dal mio fratello maggiore: Jazz Alive! A Night at the Half Note, di Zoot Sims e Al Cohn. Nel corso degli anni ho ascoltato e riascoltato quel disco a ripetizione. Era un disco perfetto per suonarci sopra. Quella fu la mia introduzione a Paul Motian. Il suo timing era così levigato, swingante e al contempo attraente. Invece di farla esplodere, sceglieva di far cuocere la musica a fuoco lento.

Il suono che tirava fuori dalla batteria mi fa, ancora oggi, venir voglia di suonare. Il fatto che Paul fosse, sempre e prima di tutto, al servizio della musica è una grandiosa lezione. Folk, rock, out, in, bebop, swing, piccoli gruppi, ensemble allargati... Paul suonava qualunque cosa con integrità e completo rispetto per i suoi predecessori. Che io sappia, non prese mai nessuna decisione di carattere musicale alle spese di qualcun altro. Se un musicista è abbastanza fortunato da essere annoiato dalla propria "scaltrezza," dall'essere "alla moda," il modello di Paul è una fonte di ispirazione inesauribile. Un artista realmente anticonformista.

Non ho mai restituito quel disco a mio fratello!

Psalm Tim Berne -"Psalm" da Paul Motian Band -Psalm (ECM -1982)
Questo pezzo cattura perfettamente la capacità di Paul di esprimersi come compositore e leader. Ogni volta che mi ritrovo a scrivere troppo materiale, o materiale troppo complicato, cerco di ricordarmi la semplicità e la schiettezza della musica di Paul ("Folk Song for Rosie"). La SEMPLICITÀ è ampiamente sottostimata!

In Tokyo Jim Black— "The Hoax" + "Mumbo Jumbo" da Paul Motian Trio -Live In Tokyo (JMT -1991)
"The Hoax" è una breve canzone che appare sul disco Live In Tokyo del Paul Motian Trio. Bill Frisell ne fa una versione in solo utilizzando soltanto la melodia, senza accompagnamento. Una cosa così semplice, eppure così pregnante ed evocativa: questa è per me l'essenza della musica di Paul. Naturalmente, a seguire nella scaletta c'è il brano "Mumbo Jumbo," che crea un effetto di completa sorpresa e contrasto. Paul era un maestro della creazione musicale in cui energia, caos apparente e melodie letteralmente gioiose si fondono per creare qualcosa di bello ed unico, interamente personale. La sua musica mi ha cambiato la vita, e l'ha cambiata a tanti amici. Mi mancherà sempre.

It Should've Happened a Long Time AgoJakob Bro— "Introduction" da Paul Motian Trio -It Should've Happened a Long Time Ago (ECM -1985)
Paul ha scritto così tanti pezzi splendidi che è davvero difficile sceglierne uno, ma la mia preferenza va a "Introduction." Una volta Paul mi confessò che non era convinto di registrarlo, ma a Bill [Frisell] piaceva così tanto che Paul gli chiese di farne una versione in solo. Fu poi incluso sul disco di Bill in trio con Ron Carter e lo stesso Paul alla batteria. È un brano così bello...

Trioism Steve Cardenas -"It Should've Happened a Long Time Ago" da Paul Motian Trio -Trioism (JMT -1994)
È difficile scegliere un brano di Paul Motian: ce ne sono tanti e sono tutti splendidi. Uno dei primi che mi vengono in mente è "It Should've Happened A Long Time Ago." Le due versioni che conosco meglio sono quella contenuta nell'album omonimo e quella su Trioism. Eppure mi ricordo soprattutto le tante versioni live del trio, nel corso degli anni, al [Village] Vanguard. Ho collocato tutte quelle versioni fra le cose migliori che io abbia ascoltato. E mi sento davvero fortunato perché ho avuto l'occasione di sentire quel trio dal vivo moltissime volte.

Bill Evans Gerald Cleaver -"Very Early" da Paul Motian -Bill Evans (JMT -1990)
Non c'è molto da dire sul drumming essenziale di Paul Motian. Quest'introduzione di batteria mi ha cambiato la vita, e il modo in cui Motian suona questo brano mi ha aperto nuove prospettive nell'approccio al tempo ternario. Il suo fraseggio è così aperto, flessibile, reattivo a ciò che accade nel dato momento e, allo stesso tempo, così ben fondato. La sua comunicazione è sempre essenziale e vitale al massimo grado, sia nel solo che nell'accompagnamento. Al contempo, suona sempre così "batteristico": genera movimento propulsivo ed eccitazione. Lunga vita a Paul!

Sound of Love Jeff Cosgrove -"Mumbo Jumbo" da Paul Motian Trio -Sound of Love (JMT -1998)
Tra le decine di brani di Motian che amo, "Mumbo Jumbo" rappresenta quello che mi emoziona di più. Tutto iniziò quando ascoltai per la prima volta Sound of Love, il CD live con Joe Lovano e Bill Frisell. Al primo ascolto capii che avrei voluto incidere, ed avrei inciso, un disco dedicato alla musica di Paul. Il brano scorre in maniera naturale. Devo aver ascoltato quel disco, e "Mumbo Jumbo" in particolare, centinaia di volte. Ad ogni ascolto scopro un nuovo aspetto della melodia. Ogni versione è mutevole a seconda dei musicisti che l'interpretano. Tuttavia resta sempre una riconoscibile fonte di conforto. Quando Paul mi diede gli spartiti il mistero di quel pezzo vennero risolti. Ha cambiato il mio approccio alla batteria, alla composizione e all'improvvisazione. Si tratta di un brano ambiguo, angolare ed intrigante...

Storyteller Marilyn Crispell— "Cosmology" da Marilyn Crispell Trio -Storyteller (ECM -2004)
Due parole sulla composizione "Cosmology" di Paul, che abbiamo suonato molte volte assieme e registrato sul disco ECM Storyteller. "Cosmology" è un buon esempio della maniera in cui l'influenza armena/turca e quella jazzistica (Thelonious Monk, Ornette Coleman) si incrociano nelle melodie e nelle armonie di Paul. È una melodia semplice ma acuta, come molte altre delle sue. Consente una libertà di interpretazione che è anche un segno di grande generosità.

Unknown Voyage Franco DAndrea -"Way Out" da Furio Di Castri -Unknown Voyage (A Tempo -1989)
Prima del 1988 Paul Motian era per me il grande batterista che aveva suonato nel leggendario trio di Bill Evans e poi nel quartetto di Keith Jarrett. Poi ho avuto modo di sperimentare che cosa volesse dire suonare con questo incredibile personaggio: nel dicembre di quell'anno Furio Di Castri ebbe l'idea di chiamare per un suo disco proprio lui, insieme a me e Joe Lovano. Devo dire che la prima cosa che mi ha impressionato è stato il relax che aveva e che comunicava: senz'altro a me, e certamente anche a tutto il gruppo.

Il resto è noto: il suo particolare modo di stare sul tempo, il suo senso della dinamica e dei colori, l'equilibrio speciale che dava a tutti i pezzi della batteria. Quando suonavi con lui ti sentivi a tuo agio e acquistavi la certezza che tutto sarebbe andato benissimo. Aiutava la musica a vivere, in un modo squisitamente personale. Ho avuto anche la fortuna di potermi ritagliare due brani in duo con lui. Ricordo in particolare "Way Out."

Time and Time Again Zeno De Rossi -"Liza" da Paul Motian -On Broadway Vol. 1 (JMT -1989)
Pensando a questo articolo come se fosse un programma radiofonico, selezionerei "Liza," da On Broadway Vol. 1, come brano di apertura del programma. Questa versione della famosa composizione dei fratelli Gershwin riesce sempre a mettermi di buon umore. Lo stile di Motian risulta chiaro sin dal primo momento. Il groove di Paul è contagioso. Il suo assolo e il modo ironico in cui chiude il brano sono veramente notevoli. Sono questi dettagli che mi fanno pensare a lui come ad un genio assoluto, oltre che a lasciarmi sempre con un sorriso sulle labbra.

Time and Time Again Deric Dickens -"K.T." da Paul Motian—Time and Time Again (ECM -1996)
Quando mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sul mio brano preferito di Paul Motian pensavo che sarebbe stata una cosa facile da fare. Mentre ero seduto in treno con l'intenzione di scrivere il mio contributo, mi sono reso conto che la cosa era molto più difficile del previsto. Quindi ho deciso di tirare fuori tutti i miei CD di Motian, e riascoltarli sorseggiando un po' di vino. Quando ho messo nel lettore Time and Time Again i ricordi hanno iniziato a scorrere. Era un disco con il supegruppo comprendente Bill Frisell e Joe Lovano, una delle prime formazioni che ho visto dal vivo a New York. Questo ascolto mi ha riportato direttamente a Knoxville, Tennessee, mentre stavo preparandomi per il trasloco a New York. Il brano che non potevo smettere di ascoltare era "K.T.." Questo pezzo rappresenta per me la colonna sonora del mio trasferimento a New York, pieno di ottimismo, gioia ed eccitazione per il nuovo capitolo della mia vita che si stava aprendo. Ricordo che lo ascoltavo guindando verso New York, con tutta la mia vita negli scatoloni messi nel retro del mio van e speranzoso per il mio futuro.

Treasure Island Anat Fort -"Introduction and Yaqui Indian Folk Song" da Keith Jarrett -Treasure Island (Impulse -1974)
Forse è una scelta sorprendente nella discussione del lavoro di un batterista, visto che l'intero brano dura due minuti e quindici secondi e Paul suona esclusivamente il triangolo e qualche campana. Per me, tuttavia, quel brano cattura la sua essenza più pura: quella di un poeta autentico, che pennella il canovaccio sonoro con il minimo del segno richiesto in ogni dato momento. La semplicità di questa antica canzone folk indiana e l'approccio minimalista, eppure così toccante scelto dai musicisti in questione (ed in particolare da Paul) crea uno dei pezzi di musica più convincenti che io conosca.

Conception Vessel Larry Grenadier -"Conception Vessel" da Paul Motian— Conception Vessel (ECM -1973)
Scegliere solo un brano è difficile, dunque sceglierò una traccia che ho ascoltato molto di recente: "Conception Vessel" [dall'album omonimo del 1972 per ECM, N.d.R.]. Questo duo con Keith Jarrett racchiude la profondità del modo di suonare di Paul. È completamente sintonizzato con i movimenti di Keith: interagisce e controbilancia le sue idee e, al contempo, dà al pianoforte tutto lo spazio necessario. Dal punto di vista stilistico, il drumming di Paul Motian contiene l'intera storia dello strumento. Come tutti i grandi artisti, era sopra ed oltre il tempo. Completamente moderno e radicato all'antica Terra in ogni momento.

Monk in Motian Dave King -"Justice (Evidence)" da Paul Motian -Monk in Motian (JMT -1988)
Ricordo che, quando ascoltai per la prima volta questa versione di questo difficile brano di Monk, pensai di aver finalmente trovato un drumming talmente spaventosamente originale ed idiosincratico da rendere giustizia all'autore. Non voglio mancare di rispetto ai batteristi che suonavano con Monk (alcuni tra i miei favoriti di quell'epoca: Ben Riley e Frankie Dunlop) ma ho sempre sentito il bisogno di un approccio ritmico leggermente più interattivo, in grado di offrire un contrappunto a quei complessi picchi della mano sinistra e a quelle "meditazioni" a cavallo della battuta che sono il marchio di fabbrica di Monk.

Paul suonava questa musica in maniera personale e potente (un suono ENORME di batteria in questo disco!); tributava un autentico omaggio alle versioni originarie e, al contempo, mostrava che la musica di Monk è così malleabile soltanto se è messa nelle mani giuste. Anche il lavoro di Bill Frisell e Joe Lovano in questo disco è fantastico.

Grazie, Paul, per la grande musica che hai lasciato e per avermi ispirato a dare il mio contributo nell'ambito della musica creativa!

As It Grows Russ Lossing -"Suite of Time (in 5 Parts)" da Russ Lossing -As It Grows (Hat Hut Records -2004)
Nei dodici anni in cui l'ho conosciuto ed abbiamo suonato assieme, Paul Motian ha avuto un'enorme influenza sul mio essere musicista. Era anche un buon amico: nel corso degli anni abbiamo parlato molto di musica e ci siamo fatti molte risate assieme. I suoi album da leader e sideman che adoro sono molti, ed è impossibile sceglierne uno. Ho dunque optato per un brano dal mio secondo disco, As It Grows, in trio con Paul e Ed Schuller al basso, pubblicato dalla HatHut Records nel 2004. Il pezzo si chiama "Suite of Time (in 5 parts)": è stato composto appositamente per quella seduta di registrazione e per il modo di suonare di Paul.

I cinque movimenti si sviluppano a partire da un gruppo di motivi e procedono attraverso una serie di atmosfere create da elementi melodici, armonici e ritmici pensati per generare episodi improvvisati di varia natura. Paul non provava mai e non voleva leggere la musica (anche se era, in realtà, un grande lettore a prima vista). Registrammo ognuna delle cinque parti separatamente e dovetti dargli a voce un'idea di massima di ogni movimento prima di inciderlo. Nonostante avessimo registrato l'intera suite due volte, decisi di utilizzare integralmente la prima take, perché era la più immediata e diretta.

Il drumming di Paul era costantemente ispirato: slegato, sottile, divertente, a tratti sfrontato, sempre di gusto impeccabile e di grande presenza ed urgenza espressiva. Ed era il collante perfetto per il trio: suonò benissimo e con grande sentimento nel corso di tutta la seduta. Suonare con Paul è stata una delle grandi gioie della mia vita musicale. Mi sento molto fortunato ad averlo conosciuto.

I'm All for You Joe Lovano -"Countdown" da Joe Lovano -I'm All for You (Blue Note -2004)
Ho avuto l'enorme fortuna di registrare due album da leader, per la Blue Note, in quartetto con Paul Motian, George Mraz e Hank Jones: I'm All for You e Joyous Encounter. Era un quartetto davvero magico. I'm All for You è un disco di ballad: decisi di fare una versione di "Countdown" di John Coltrane suonato a ballad, e Paul tirò fuori il groove più contagioso con le bacchette che si possa immaginare. Era un maestro del tempo, dello spazio e del gusto. Quel quartetto ha viaggiato verso luoghi inesplorati, alimentati dall'incredibile approccio di Paul. Questo è soltanto uno dei brani che mi vengono in mente, ma il Trio di Paul con me e Bill Frisell ha suonato per trent'anni la musica più memorabile della mia vita...

The Story of Maryam Tony Malaby -"The Owl of Cranston" da Paul Motian— The Story of Maryam (Soul Note -1984)
Sono nella hall di un motel nella California settentrionale, in tour con il gruppo di Chris Lightcap. Ho appena ascoltato "The Owl of Cranston," dal disco Soul Note The Story of Maryam. Questa musica, quando uscì, cambiò la mia direzione musicale. I brani folk di Paul erano i miei favoriti, e lo sono tuttora. Il senso di desiderio e di mistero presente in questa composizione evoca moltissimi sentimenti. La sua comprensione degli eventi naturali e della vita rurale -i canti degli uccelli, l'acqua che scorre, i fischi di richiamo nel bosco, le campane del villaggio— hanno influenzato un tipo di composizione che oggi, in un'epoca di complessità ed ostentazione, di esibizione circense, trovo più che mai necessaria. Non puoi bluffare quando suoni qualcosa di così semplice.

It Should've Happened a Long Time Ago Ben Monder -"It Should've Happened a Long Time Ago" da Paul Motian Trio -It Should've Happened a Long Time Ago (ECM -1985)
Vorrei parlare del brano "It Should Have Happened a Long Time Ago," dall'album omonimo. Nel 1986 ero in tour con Jack McDuff ed ascoltavo costantemente nel mio walkman una cassetta contenente quell'album. Il bellissimo, etereo, lacrimoso suono che il trio raggiunge in questo brano sembrava il perfetto complemento dei paesaggi che stavamo attraversando, ed era la prova dell'esistenza di un altro tipo di musica rispetto a quello che all'epoca, senza successo, praticavo. Sono un fan di tutti i pezzi di Paul, ma la semplicità della sua interpretazione, assieme a quella Bill Frisell e Joe Lovano, fanno di "It Should Have Happened a Long Time Ago" un'asserzione musicale senza precedenti.

You Took the Words Right Out of My Heart Tom Rainey -"Abacus" da Paul Motian Trio -You Took The Words Right Out of My Heart (JMT -1995)
Quando sono stato invitato scrivere questo commento ho pensato a quel paio di occasioni in cui ho avuto la fortuna di ascoltare Paul dal vivo. La prima fu al Village Vanguard, parecchi anni fa, assieme al suo trio con Bill Frisell e Joe Lovano: senza dubbio uno dei concerti più coinvolgenti a cui abbia assistito. La loro chiarezza espressiva e il livello della comunicazione di gruppo mi lasciarono l'impressione di avere appena ascoltato il miglior gruppo dell'universo. Ho ripetuto l'esperienza svariati anni dopo, al Birdland di New York: Paul suonava con Paul Bley e Gary Peacock. Era il suo primo concerto dopo un attacco di cuore ed un ricovero all'ospedale. Sembravano tre bambini in un parco giochi intenti ad inventarsi di sana pianta un nuovo passatempo. La gioia ed il mistero di quel set ci fece ridere assieme di gusto. Non dimenticherò mai quella sera e nessuna delle altre occasioni in cui mi sono trovato al cospetto di questo compianto maestro.

Tati Enrico Rava -"Mirrors" da Enrico Rava— Tati (ECM -2005)
Paul Motian era uno dei pochi punti di riferimento immutabili di New York. Come l'Empire o il Village Vanguard. In una città dove tutto cambia continuamente, dove basta allontanarsi un momento per non trovare più il negozietto dell'angolo, dove il vicino di casa si è trasferito in California, l'amico avvocato adesso fa il taxista, ecc. ecc., Paul era una delle poche sicurezze. Central Park West.

È lì, in un confortevole appartamento, che l'ho conosciuto nel 1967, quando mi son trasferito a New York ed è lì che ha passato gli ultimi giorni della sua vita. Musicista straordinario, batterista originalissimo, unico. Compositore, leader e sideman eccezionale. Con lui era inutile fare delle prove (tanto non le avrebbe volute fare comunque) così come era inutile cercare di dargli istruzioni su cosa suonare in un determinato brano perché in ogni caso avrebbe fatto di testa sua. E sarebbe venuto fuori con qualcosa di sicuramente migliore di quello che uno voleva fargli fare.

Ho avuto il grandissimo piacere di suonare parecchio con lui, in situazioni diverse. A volte sideman, entrambi, di Steve Lacy o della Jazz Composer's Orchestra, altre volte con gruppi miei. Sempre e dovunque sono state esperienze meravigliose. Era anche un maestro del "Viaggiare Leggeri." In giro, mentre tutti si portavano valigioni enormi per far fronte a qualche settimana di tournée, Paul si presentava con una borsetta minima in cui c'era tutto ciò di cui aveva bisogno. Un po' come Eta Beta. Non abbiamo mai capito come faceva.

Se n'è andato e ha lasciato il mondo della musica un po' più povero. E anche New York.

Explorations Ches Smith -"Israel" -da Bill Evans Trio Explorations (Riverside -1961)
Sebbene occupassi la mia tarda adolescenza con un sacco di riprovevole metal ed improvvisazione libera, al contempo studiavo seriamente il bebop e il jazz più straight- ahead, praticando e suonando quella musica in gruppo il più possibile e divorando tutti i dischi che potevo rintracciare e che vedessero Max Roach, Art Blakey, Philly Joe Jones, Roy Haynes o Elvin Jones alla batteria. Quando acquistai Explorations del trio di Bill Evans fui entusiasta di scoprire un'altra voce originale ed immediatamente identificabile nel panorama della batteria jazz.

Paul Motian mi ha trasmesso l'idea che nel jazz ci sono infinite possibilità e che è possibile seguire una propria strada. Il suo modo di suonare su Explorations è molto melodico e cantabile, e dimostra un approccio unico all'orchestrazione sulla batteria. In particolare, il suo uso del charleston è inusuale, specialmente su "Israel." Il suo approccio alla melodia di apertura palesa il punto fino al quale l'improvvisazione sulla batteria può determinare l'arrangiamento di un brano jazzistico. Motian riempie le misure dalla 3 alla 8 con frasi asimmetriche di terzine sul charleston, ricche di accenti in levare; si interrompe di colpo sulla misura 9 per marcare la figura melodica del piano (sulle terzine di quarti) col pedale del charleston, poi ritorna al groove precedente per il resto del chorus. Al momento degli scambi con Evans suona spesso il charleston sul primo movimento, ad inizio di frase, o inserisce il charleston in una frase melodica altrimenti costruita sui tom e sulla grancassa. A un certo punto suona coppie di note circondate da spazi, usando il pedale del charleston sulla seconda delle due note in alternanza con il timpano, il rullante ed il tom. È una combinazione di suoni davvero inusuale, che conferisce al charleston (suonato col pedale) un forte ruolo melodico. Nell'ultimo chorus degli scambi, Motian chiude con una figura del charleston aperto/chiuso e ripete le seconda metà della frase all'inizio del chorus, producendo un sottile effetto di sfasamento al rientro della melodia di Evans; poi miscela in maniera perfettamente organica questo andamento con l'idea delle terzine asimmetriche che si era ascoltata nel tema iniziale.

Oggi, dopo il 1964 e il quintetto di Davis, scelte di questo tipo non suonano sconvolgenti, ma questo è a tutti gli effetti l'esempio precoce di un batterista che suona liberamente a cavallo della struttura armonica del brano. Motian ha sviluppato queste idee in maniera incredibile nel corso delle sue numerose incisioni, spesso in contesti di libertà metrica (a volte unita all'abbandono del parametro armonico).

Adoro il modo in cui Monk in Motian e Trioism (pubblicati rispettivamente nei tardi anni Ottanta e nei primi Novanta) mettono in luce questo percorso. Quando ho iniziato a frequentare New York, a metà degli anni Duemila, ho ascoltato il suo trio con Frisell e Lovano dal vivo al Vanguard ogni volta che ho potuto. Ultimamente ho ascoltato una raccolta dedicata a Paul Motian dall'ECM. Ma è stato davvero bello ritornare indietro al Paul Motian che avevo scoperto per la prima volta molti anni fa.

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