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Riccardo Fassi: Tankio Band, Frank Zappa, Antonello Salis e molto altro

Angelo Leonardi By

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RF: Certamente l'amicizia, più il fatto che sono un tipo testardo e determinato. Com'è noto la vita delle orchestre è estremamente difficile e tenerle in vita significa non volersi arrendere. Per chi lo fa è una perdita economica ed è difficilissimo operare. Nonostante questo io amo l'orchestra e, fosse per me, suonerei solo in questo contesto. La amo perchè è un team di persone che mettono in comune la loro creatività ma anche un luogo di riflessione sulla musica dove si scrive, si progettano le cose. Ognuno mette qualcosa di suo ottenendo un mosaico, un variopinto risultato collettivo che mi appassiona. Una situazione da cui si impara tantissimo tutti. Ho sempre amato le orchestre, anche quelle degli altri, sia americane che europee, sia tradizionali che contemporanee. Altro motivo di continuità della Tankio Band è che operiamo a Roma e, in una grande città, i musicisti sono maggiormente reperibili. Il problema piuttosto è farsi ascoltare dal pubblico perchè quando ti proponi a un organizzatore sorge sempre il problema del «quanto mi costa» aggravato dalla concorrenza sleale di altre cose, magari più care, che puntano sul cast piuttosto che sulla qualità del progetto.

AAJ: Da dove nasce il nome Tankio Band?

RF: Tankio è una deformazione di thank you presa da un film dei fratelli Marx. In una delle scene c'è Groucho al tavolo con una donna, lui le offre dei fiori, lei risponde thank you e lui replica thankio. Poi prende altri fiori li rimette sul tavolo e la cosa si ripete: lei dice thank you e Groucho risponde thankio. Una scena surreale dove il tavolo si riempe di fiori e loro non si vedono più... In definitiva è un omaggio ai fratelli Marx.

AAJ: C'è stata qualche esperienza che ha rappresento un punto di svolta nella tua carriera di musicista?

RF:: Sicuramente l'incontro con Tony Scott a 15 anni che fu un grandissimo stimolo ed incoraggiamento! E poi gli anni passati a suonare con Steve Grossman dal 1989 al 1996 sono stati la mia scuola di jazz, e poi successivamente gli incontri con altri grandi maestri come Steve Lacy, Roswell Rudd, Gary Smulyan e Alex Sipiagin.

AAJ: Tu sei nato a Varese ma ti sei trasferito a Roma negli anni settanta. Cosa ricordi dell'ambiente jazzistico romano di qugli anni?

RF: Mi sono trasferito a Roma alla fine degli anni settanta perchè conoscevo Massimo Urbani. Poi c'erano altri motivi legati ad altre conoscenze, alla voglia d'indipendenza eccetera. Come spesso accade, da ragazzi ci si trasferisce in un'altra città sulla base di fattori emotivi. All'inizio mio padre non era molto d'accordo perchè aveva uno studio medico e voleva che i figli studiassero medicina... Parlando dell'ambiente jazzistico a Roma ricordo che in quegli anni erano appena arrivati a Roma Antonello Salis e altri musicisti sardi con cui feci subito amicizia. La scena era molto ricca con una divisione tra chi suonava mainstream e chi lavorava nell'ambito del free.

AAJ: All'attività di musicista hai progressivamente affiancato quella didattica, prima alla scuola del Testaccio e poi nei conservatori...

RF: Si, per molti anni ho insegnato alla scuola del Testaccio e all'Università della Musica, una scuola privata che durò per tutti gli anni novanta. Poi c'è stata la chiamata dei conservatori con il primo bando del 1996/97 in cui sono entrato e da allora ho insegnato nei conservatori, sono passato di ruolo ed ora svolgo la funzione di direttore del dipartimento jazz a Firenze.

AAJ: Come vedi gli aspiranti giovani jazzisti italiani?

RF: La situazione da un lato è estremamente positiva perchè ci sono molti giovani bravissimi. Ne parlavo di recente anche con Furio di Castri e mi diceva che in Francia non c'è tutto questo movimento di giovani, soprattutto come quantità. Dall'altro c'è il problema del numero: i musicisti italiani di jazz sono stimati essere tra i 3 mila e i 4 mila...

AAJ: Troppa domanda rispetto all'offerta...

RF: Non c'è molto spazio per tante ragioni, di politica culturale ed economica, e quindi, a parte alcuni casi, ai giovani talenti non resta che scappare all'estero, come sta accadendo in altre professioni.

AAJ: Che musicisti ascolti di preferenza?

RF: Io seguo di tutto: musica classica, jazz, rock, musica contemporanea. Ultimamente ho ascoltato in particolare Sonny Stitt, molto Messiaen e i Pink Floyd. Di questi ultimi sto acquistando la discografia completa che esce con La Repubblica e, riascoltandoli dopo molti anni, trovo che siano stati davvero creativi. Altri gruppi rock del passato interessanti sono stati i Soft Machine ma anche l'area progressive di gruppi come i Van Der Graaf Generator. A Roma c'è sempre molta offerta e frequento regolarmente i concerti di musica sinfonica al Santa Cecilia, quelli dei pianisti classici e dei jazzmen. Ogni anno seguo i concerti di Grigorij Socolov, tra poco andremo a sentire Khatia Buniatishvili e ho apprezzato di recente il trio di Sullivan Fortner.

AAJ: Tra i tuoi dischi passati quali preferisci?

RF: Amo molto Sitting in a Song, il CD della New York Pocket Orchestra, Serial Killer il disco della Tankio Band del 2001 con Enrico Rava, il primo disco sulle musiche di Zappa e Dummy realizzato con Steve Lacy. Anche Not, il vecchio disco del 1991 della Tankio Band, ha delle composizioni che ancora oggi apprezzo molto. Andando indietro di un paio d'anni ricordo con piacere i due dischi con Steve Grossman, Il Principe con la Tankio Band e Moon Train con Boltro, Moriconi e Ascolese che mi piacerebbe veder ristampato.

AAJ: C'è un progetto che ti piacerebbe realizzare?

RF: Tra le varie cose ce n'è uno sulle musiche di Herbie Nichols ma anche sulle colonne sonore dei film di James Bond. Un'altro progetto di cui parlavo con Riccardo Luppi riguarda la musica di Sun Ra anche se la cosa è più complicata in quanto era espressione di una comunità e non è facile reinterpretare quel feeling. Certo i dischi che ha inciso negli anni cinquanta-ad esempio Sun Song erano strepitosi. Un sogno nel cassetto è suonare con Dave Liebman per un progetto di musiche originali.

AAJ: Hai già altri progetti per il prossimo futuro?

RF: Ho un disco pronto con Analog Trio, un trio con me alle tastiere e sintetizzatori, con Marco Siniscalco al basso e Davide Pettirossi alla batteria. In alcuni brani c'è anche Alex Sipiagin alla tromba. È un progetto con molta elettronica e molta improvvisazione. Poi nuovi progetti con la Tankio Band su musiche di Antonello Salis, e altri che sono in allestimento.
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