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Randy Weston: Brooklyn, Africa e ritorno

Ludovico Granvassu By

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RW: In Africa i musicisti sono anche storici: attraverso la musica che suonano raccontano la storia della loro gente. Allo stesso modo io cerco di non essere solo un musicista. Voglio celebrare i nostri antenati, che troppo spesso sono dimenticati dalla gente di oggi che è troppo concentrata sul presente e sul futuro. Cerco di fare esattamente quello che Ellington faceva negli anni '20: raccontare della nostra gente attraverso la nostra musica. Voglio che la gente —quando ascolta quello che suono —pensi a Duke Ellington, Monk, Dizzy Gillespie, Count Basie. Mi piace pensare che se fossero vivi per ascoltare la mia musica ne sarebbero orgogliosi. Questo è quello che voglio comunicare perché sono sempre stato un appassionato di musica anche prima di diventare musicista. Ho sempre combattuto per la musica, mi sono sempre amareggiato quando vedevo in quali condizioni i musicisti erano spesso costretti a vivere. La musica è il mio lavoro ed è un dono che mi è stato dato da dio. Forse qualcuno penserà che questa musica è vecchia, ma dobbiamo conservare il massimo rispetto per chi è venuto prima di noi: sono loro che hanno avuto il coraggio, la perseveranza ed il genio per creare questa musica incredibile.

Parlando con Randy Weston non si può evitare l'impressione che la mancanza di spiritualità di cui parla deriva forse dall'attenzione quasi esclusiva dedicata dal sistema educativo musicale verso la tecnica piuttosto...

RW: È proprio questa la ragione per la quale è molto importante portare nelle scuole artisti e musicisti; questo è il motivo per cui è fondamentale insegnare la storia di questa musica nelle classi. Oggi possiamo beneficiare dei grandi progressi della scienza: possiamo acquistare CD con la musica degli anni '20 e '30 e possiamo studiarla in maniera seria, come le altre forme d'arte. Tuttavia non dobbiamo limitarci a studiare note, accordi e stili musicali; è necessario analizzare in che modo vivevano i musicisti afroamericani in quei giorni: la segregazione, il razzismo che li circondava. Dobbiamo capire come questa musica fosse per loro un mezzo di sopravvivenza. Non era solo musica, era cultura. Oggi la gente sembra averlo dimenticato. Molti affermano di amare il jazz ma non ne conoscono la storia. Dobbiamo ricordare, invece, che questa storia è stata modellata dalle battaglie e dalle sofferenze della gente, è il risultato di sacrifici tremendi ma anche di una grandissima dignità e dell'orgoglio di persone che componevano capolavori come quelli che conosciamo e —tuttavia —non potevano dormire negli alberghi, non potevano salire sui treni...

Nonostante il jazz sia nato e si sia sviluppato negli Stati Uniti, paradossalmente molti jazzisti americani si sono dovuti trasferire in Europa o Giappone per poter sopravvivere o semplicemente per ottenere un contratto discografico. Negli scorsi decenni molti fra i musicisti che stavano scrivendo le pagine della storia del jazz sono stati accolti in Europa come veri e propri messia: si possono ricordare a titolo di esempio Bud Powell, Dexter Gordon, Ben Webster, Chet Baker. In effetti è una cosa che lascia molto perplessi che gli Stati Uniti non abbiano dato maggiori riconoscimenti ai rappresentanti di quello che rappresenta uno dei pochi contributi originali che quel paese ha dato al mondo dell'arte.

RW: Il fatto è che il jazz deriva dalla cultura africana. I nostri antenati arrivarono qui in schiavitù. Per molti è ancora difficile accettare che i discendenti di quegli schiavi oggi creino musica. Questo sentimento è ancora così forte perché noi neri siamo una percentuale molto piccola della popolazione totale, ma questa musica è così forte, così potente e vera, che risulta ancora più duro ammettere che sia stata creata da quella stessa gente che era stata portata qui in catene. È questa la ragione, non ci sono dubbi al proposito. Non solo noi, anche maestri come Duke Ellington sono dovuti andare in Europa per essere accettati... lo stesso dovettero fare Coleman Hawkins o Billie Holiday... La tradizione della nostra musica dimostra come essa sia stata accettata all'estero in maniera migliore che negli Stati Uniti.

Certo oggi la condizione dei jazzisti di colore è migliorata. La segregazione, almeno dal punto di vista legale, è stata abolita e la vita generalmente è più facile. Secondo Weston, tuttavia, il jazz non ha ancora ricevuto il dovuto riconoscimento nel paese nel quale è nato.

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