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Rabih Abou Khalil

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Spirit of Fès

Milano, Teatro Dal Verme, 27 novembre 2006

All'interno di Spirit Of Fès, rassegna di musica, teatro ed incontri, collegata al festival della città di Fès in Marocco, il concerto del libanese Rabih Abou Khalil ha rappresentato il momento di maggior vicinanza con il jazz. Jazz molto sui generis, ovviamente, trasversale già a partire dalla configurazione strumentale. Oltre al leader all'oud (il liuto della tradizione araba), la formazione prevedeva Luciano Biondini alla fisarmonica, Gavino Murgia a sassofoni e voce (la particolare tecnica gutturale tipica della tradizione sarda), Michel Godard a tuba e serpentone, Jarrod Cagwin alla batteria.

In scaletta, brani prevalentemente tratti da Morton's Foot, album pubblicato nel 2003 per la Enja, nel quale figurava anche un altro musicista italiano, il clarinettista Gabriele Mirabassi. Musica che mescola in una formula originalissima melodie arabe, ritmiche di una complessità a tratti sconvolgente (basta dare un'occhiata alle partiture, spesso presenti nei dischi di Abou Khalil, per rendersene conto) e una forza esecutiva non comune.

Rispetto alle versioni presenti su CD, l'esecuzione dei brani dal vivo ha naturalmente lasciato maggiore spazio all'improvvisazione. In questa serata milanese la parte del leone l'hanno fatta i nostri Biondini e Murgias, cui il leader ha lasciato ampio (e meritatissimo) spazio. Anche perché, questo va detto con franchezza, la voce strumentale dell'oud non si presta particolarmente ai crescendo tipici dell'improvvisazione jazzistica e quindi Abou Khalil, ben consapevole di questo, ha limitato il suo contributo solistico a pochi interventi (soprattutto sui brani più meditativi), spesso defilandosi durante le improvvisazioni altrui.

Detto questo, il suo apporto resta naturalmente più che evidente, non solo nella fase compositiva (i brani portano tutti la sua firma) ma anche nell'orchestrazione. Che è poi l'aspetto più interessante di questa musica, che vive davvero sul gruppo.

I contributi individuali, intendiamoci, sono importanti. Murgia, in particolare, nel brano di chiusura del primo set ci ha regalato un solo al sax soprano di rara intensità, e ci è venuto immediatamente da chiederci come mai un musicista di questo livello non abbia maggiore spazio e visibilità.

Ma in fondo, sui soli, ci si muove su pedali in quattro e la differenza con altri gruppi jazz si riduce notevolmente. E' invece sui momenti collettivi, nei quali temi dagli accenti ondivaghi si muovono su cadenze serrate ed irregolari di pari e dispari, con re-iterazioni ed accelerazioni successive, che questo gruppo rivela tutte le sue peculiarità e dà il meglio di sé, generando una musica estremamente complessa da eseguire ma che, all'ascolto, risulta invece immediata e travolgente.

Al termine, grandi applausi da parte del pubblico, accorso davvero numeroso (ben al di sopra delle nostre personalissime aspettative; in fondo Rabih Abou Khalil non è particolarmente conosciuto in Italia). Che Milano stia tornando ad interessarsi al jazz?

Foto di Roberto Cifarelli [altre foto tratte da questo concerto sono disponibili nella galleria immagini]

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