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Progetto Kagel a Bologna Festival 2008

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Oratorio San Filippo Neri - 10.10.2008

Certo, con le sue parole e la sua presenza, Mauricio Kagel avrebbe inverato in modo illuminante l'incontro con la sua musica, come successe due anni fa con György Kurtág. Purtroppo la scomparsa del compositore argentino, avvenuta a Colonia il 18 settembre scorso, ha trasformato in un omaggio post mortem il progetto a lui dedicato da Bologna Festival 2008, all'interno del ciclo “Il Nuovo l'Antico”.

L'incontro introduttivo, svoltosi al Museo della Musica, ha cercato comunque di tracciare le coordinate fondamentali del suo operare. Mario Messinis ha evidenziato l'approccio ludico, espressionista, grottesco della sua produzione, "eterodossa rispetto ai paradigmi iperrazionali di certa avanguardia". Giordano Montecchi ha invece sostenuto che relativamente a Kagel non ha senso la contrapposizione fra moderno e postmoderno, in quanto egli, operando sempre un'aggregazione di materiali diversi, disinibita e intrisa d'ironia, può essere riconosciuto come un postmoderno ante litteram, ma al tempo stesso è stato compositore rigoroso e minuzioso nel senso classico del termine. Infatti in un video girato in occasione di una masterclass da lui tenuta nel 2004, il compositore affermava fra l'altro che "bisogna partire da un'idea molto concreta per arrivare a una musica astratta, assoluta". Come pure, con inequivocabile chiarezza, sollevava il delicato problema dell’esecuzione, che esigeva perfetta, in quanto ogni indicazione in partitura può e deve essere tradotta in modo univoco.

Mare Nostrum, azione scenica per controtenore, baritono ed un complesso da camera formato da flauto, oboe, chitarra, arpa, violoncello, oltre a un'ampia gamma di percussioni, soprattutto sudamericane, viene scritta da Kagel nel 1975. Il compositore è anche autore dei testi polinguistici, che vanno dal portoghese, al francese, all'arabo... perfino al nangatù, idioma di una comunità di Indios amazzonici. L'opera porta come significativo sottotitolo "Scoperta, pacificazione e conversione del Mediterraneo da parte di una tribù amazzonica". Si assiste quindi a un paradossale capovolgimento della storia, a un ribaltamento dei punti di vista, a una inversione dei processi di conquista imperialistica. Nel corso della finzione scenica sono pertanto gli amazzonici a smerciare coltellini e specchietti ai barbari spagnoli, a deridere le usanze locali, a invadere e conoscere progressivamente le varie "sottoculture" europee che si affacciano al Mediterraneo. Kagel coglie anche l’occasione per prendere di mira le tre religioni monoteiste sviluppatesi ai bordi di questo bacino acqueo.

La partitura musicale prevede un assemblaggio di vari episodi, circoscritti nel loro aforistico citazionismo, ma collegati in un continuum da un impianto sostanzialmente monodico. All'utilizzo di vari strumenti etnici fa riscontro la deformazione timbrica degli strumenti classici. Al fugace ricorso ad una frase tratta da Jeux d'eau di Ravel si accosta la lunga sezione in cui stralci del Ratto dal serraglio e della Marcia alla turca di Mozart vengono stravolti in toni grotteschi. A parte queste citazioni esplicite, altri passaggi sembrano riferirsi ad altre opere note: una nenia malinconica nel finale ricorda per esempio Mood Indigo.

Anche la regia scenica è attribuibile a Kagel. Due monumentali poltrone lineari e bianche, poste a destra e a sinistra del palco, si fronteggiano occupate dai due interpreti vocali. Fra di loro è steso a terra un drappo di raso azzurro a simbolizzare il mare, in cui vengono gettati rifiuti di ogni genere. Il vasto fondale blu costituisce il freddo e anonimo elemento unificante. Una scenografia essenziale e simmetrica quindi, in cui la semplicità e l'uso della luce, prevalentemente forte e algida, possono richiamare alla memoria il nitido minimalismo di Bob Wilson.

Mare Nostrum è quindi un'opera relativamente semplice nella struttura formale, ma estremamente complessa nelle articolazioni espressive e nei contenuti, stracarica di simbologie e citazioni, anche se non è possibile, né indispensabile, individuarle tutte. Al Teatro Comunale di Bologna, il 6 ottobre, a questa complessità hanno dato una convincente interpretazione i due duttili cantanti-attori: il controtenore Charles Maxwell, nero di pelle ma vestito di bianco, contrapposto specularmente al baritono Maurizio Leoni, bianco e vestito di nero. Con puntuale essenzialità ed altrettanta duttilità gli strumentisti del Divertimento Ensemble, diretti da Sandro Gorli, sono passati da un episodio all'altro, dando unitarietà al tutto.

Con La rosa dei venti, ciclo in otto parti concepito fra il 1988 e il 1994, Kagel assume le direzioni dei punti cardinali per individuare precise aree geografico-culturali, indirizzando un personale confronto con le relative tradizioni della musica popolare. Per fare questo utilizza una Salonorchester, cioè un'orchestra di musica di consumo composta da clarinetto, pianoforte, harmonium, due violini, viola, viloncello, contrabbasso e vari tipi di percussioni. Gli otto movimenti (solo cinque dei quali a Bologna sono stati eseguiti con puntigliosa concentrazione dal FontanaMix Ensemble sotto la direzione di Francesco La Licata) propongono quindi una rivisitazione di musiche popolari sudamericane, europee, orientali, compreso il jazz statunitense e il Klezmer.

Questi riferimenti però rimangono ad uno stato latente, sotto traccia, filtrati da una sottilissima ironia, dal distacco di una minutissima orchestrazione, che evita cliché e refrain. Kagel ricostruisce quindi un calibratissimo linguaggio di sintesi, il cui flusso continuo transita da situazioni di inquietante, esasperata drammatizzazione dinamica e timbrica ad altre di pigra e suadente dilatazione melodica. Alla cruda concretezza, ottenuta anche ricorrendo a materiali poveri e anomali, succedono momenti di estatica estenuazione. Poderoso il crescendo di "Ovest", il movimento proposto per ultimo, in cui il ragtime e il jazz classico rappresentano l'evidente modello di riferimento. In La rosa dei venti comunque la densità e l'articolazione di scrittura danno corpo ad atmosfere prevalentemente tese e problematiche, tutt'altro che consolatorie, lontane mille miglia dalle edulcorate riproposizioni melodiche di certa estetica postmoderna.

Foto di Roberto Serra / Bologna Festival

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