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Principato di Monaco: i trent'anni del Festival Printemps des Arts

Libero Farnè By

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Una grafica d'impronta pop-postmodern caratterizzava la copertina del catalogo del Festival Printemps des Arts: un logo dalla comunicativa perentoria e la sfrontata aggressività di colori contrastanti costituivano un'efficace traduzione visiva della sua filosofia. Nell'edizione del trentennale il direttore artistico Marc Monnet ha dato vita a un festival curioso e tentacolare, sempre alla caccia di nuove collaborazioni organizzative, di validi interpreti emergenti, di opere inedite, di produzioni originali e di nuove sedi concertistiche, anche anomale, in buona parte sul limitrofo territorio francese.

Il filo conduttore del programma di quest'anno, teso comunque a perseguire una benefica commistione fra i generi musicali, era in primo luogo la rilettura incrociata della musica di Franz Joseph Haydn, del quale sono state riproposte anche opere raramente rappresentate, e di Alexandr Skrjabin, la cui produzione visionaria era accostata a quella di altri maestri del Novecento: Ligeti, Bartók, Debussy, Ravel, Messiaen...
La musica contemporanea, di autori prevalentemente giovani, è stata presente praticamente ogni sera al Printemps des Arts 2014, mentre il jazz, il 6 aprile all'interno della "giornata universitaria," è stato degnamente rappresentato dal duo Louis SclavisVincent Courtois e dal duo Marc DucretSamuel Blaser.

Infine lo sguardo del festival si è esteso anche a espressioni delle culture extra europee: una giornata intera è stata dedicata alle antiche tradizioni del Giappone; la giornata marocchina ha invece chiuso il festival, documentando quella tradizione nelle varie declinazioni andalusa, berbera e africana, tentando di evitare facili folclorismi.

Dal 14 marzo al 13 aprile il festival si è articolato in cinque cicli nei fine settimana, dei quali il sottoscritto ha avuto modo di seguire l'ultimo. Quasi ogni concerto, durante tutta la durata del festival, era introdotto da una composizione appositamente scritta da un autore sempre diverso. La durata era fissata in tre minuti: sono stati quindi proposti complessivamente tredici brani aforistici, che hanno costituito un campionario di altrettante personali sintesi espressive.

Nel frammentario "Loop and Epilogue," per violoncello, piano e fisarmonica, di Martin Matalon (classe 1958), i diafani effetti timbrici non hanno contraddetto i meccanismi di un intimo e minimale interplay fra i tre strumentisti. Un altro trio (violoncello, piano e sax contralto) ha contraddistinto "Monaco mon amour," in cui il giapponese Jummei Suzuki (nato nel 1970) ha offerto un doppio omaggio: uno a Jacques Offenbach, rielaborando tre canzoni d'amore tratte dal secondo atto del suo "I racconti di Hoffmann," e uno a Monaco tramite il ricordo dei propri soggiorni effettuati nel Principato nel 2004 e 2006. Ne è scaturito un movimentato percorso, intriso di divertita ironia. Nella penultima serata del festival, i tre minuti di "Ibaiadar," scritto da Ramon Lazkano (1968) per violoncello solo, hanno invece proposto una sequenza di suoni minuti e contradditori alla ricerca di un'evoluzione narrativa unitaria, rimasta però irraggiungibile.

Nell'acustica perfetta della sala riunioni del Musée Océanographique, al pezzo di Lazkano ha fatto seguito l'ottima esecuzione del giovane Quatuor Hermès alle prese con due quartetti d'archi di Haydn. Del "Quartetto n. 62 in do maggiore, op.76, n. 3, L'Imperatore," sono state esasperate la danzante cadenza popolaresca del primo movimento e la pacata, cantabile solennità del secondo.
Prima e dopo l'esecuzione del suddetto quartetto sono state proposte due diverse interpretazioni del "Quartetto n. 31 in si minore, op. 33." Si è trattato quasi di un esperimento a dimostrazione del fatto che di volta in volta in una composizione si possono individuare aspetti diversi: non solo perché gli interpreti possono darne letture differenti, portando a galla potenzialità insite nello stesso spartito, introducendo consapevolmente e legittimamente variazioni timbriche e dinamiche, ma anche per il fatto che la concentrazione dell'ascoltatore è in grado di percepire connotati e messaggi sempre diversi. Dall'esperienza è scaturita una conferma lampante di ciò. Tutto sommato la seconda versione del quartetto è sembrata meno conciliante e serena, mossa anzi da un'asprezza più drammatica e, nell'Andante, da una lentezza intrisa di una latente inquietudine.

La serata precedente, alla Rotonda Lenôtre di Beaulieu-sur-Mer, il violoncellista Christian-Pierre La Marca, affiancato da Eric Le Sage al pianoforte, ha affrontato un repertorio composito prevalentemente ottocentesco, in cui fra opere di Liszt, Skrjabin e Rachmaninov si inseriva una sonata del meno frequentato Anton Rubinstein. L'intonazione perfetta e il vibrato ricco di lirismo e sfumature hanno messo in evidenza tutta l'anima romantica dei brani, dando corpo e senso a una cantabilità appassionata. Il giovane violoncellista, che per l'occasione ha avuto modo di suonare su uno strumento di Antonio Stradivarius del 1725, si è confermato interprete maturo e sensibile, in grado di esaltare quell'inflessione timbrica che rievoca la voce umana, tipica appunto del violoncello.

Al Château des Terrasses di Cap-d'Ail invece, nel recital pianistico incentrato su un repertorio di compositori francesi della prima metà del Novecento, Marie Vermeulin si è rivelata interprete preparata, con ottime potenzialità, ma dalla personalità a tratti ancora un po' indefinita. La sua diteggiatura, in sospeso fra oggettiva asciuttezza e ridondanze di maniera, fra un piglio ora decisamente orientato ora più schematico, non è riuscita a restituire al meglio la poesia incantata e l'intima problematicità di capolavori assai noti ed eseguiti come "Estampes" di Debussy e "Gaspard de la nuit" di Ravel. La pianista ha invece reso con grande determinazione il carattere ora cristallino ora più percussivo e tumultuoso di due movimenti estrapolati da "Vingt regards sur l'Enfant Jésus" di Olivier Messiaen.
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