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Piccola guida al nuovo jazz italiano

Luca Canini By

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Non è vero che il jazz italiano sta bene. Non è vero che siamo il paese dei festival e che abbiamo musicisti che tutto il mondo ci invidia. Possiamo raccontarcela tra di noi, se vi va. Facendo finta che questo sia il migliore dei mondi possibili e che il sole dell'avvenire splenda alto sopra l'orizzonte, ma la verità è un'altra: il sistema jazz nel suo complesso è dannatamente arretrato rispetto al resto del continente, zavorrato dal provincialismo e fiaccato da una mancanza di professionalità a tutti i livelli (stampa compresa, tanto per non dare adito a prevedibili mugugni). Disfattismo? Mi sa proprio di no. Tristezza mista a rassegnazione (o a qualcosa di simile).

Unico, prezioso conforto la curiosità e il talento dei tanti musicisti che, nonostante tutto (a volte anche nonostante loro stessi), tengono in vita la scena. C'è una generazione di mezzo là fuori -diciamo tra i 25 e i 45, tanto per approssimare -che a fatica, annaspando, prova a restare a galla nel mare magnum dell'italico niente. Forse un po' dispersa e impaurita, ma capace di picchi artistici notevoli. Come testimoniano gli ultimi mesi di uscite e pubblicazioni. Talmente tante da meritare un piccolo riepilogo. Non una guida esaustiva e nemmeno un resoconto del meglio; soltanto una proposta di viaggio. Un invito ad ascoltare e a sostenere. Perché mai come in questo momento il jazz italiano ha bisogno di amici veri.

Tony Cattano Ottetto
L'uomo poco distante
Fonterossa Records
Valutazione: * * * * ½

Il disco che non ti aspetti. E, a parere di chi scrive, uno dei vertici assoluti degli ultimi due o tre anni in jazz. Per qualità della scrittura, degli arrangiamenti, singolarità dell'ispirazione, profondità di sguardo e carica emotiva. Un viaggio malinconico lungo strade bruciate dal sole che potrebbero essere quelle della Sicilia di Gesualdo Bufalino o della Liguria di Eugenio Montale. Evitando gli ammiccamenti, senza piaggeria, semplicemente pescando a piene mani nell'immaginario che a suo tempo ha alimentato le visioni di Fellini e Germi, Rota e Rustichelli, Sciascia e Pirandello. Un jazz (poco jazz) dal taglio bandistico, cinematografico, schiettamente popolare, che poco o nulla concede all'improvvisazione, agli svolazzi (un solo clarinetto di Marco Colonna all'inizio di "Windows and Works" è l'unico passaggio scomposto dell'intera scaletta).

I nove brani —soltanto uno sopra i sette minuti, quasi tutti sotto i cinque—si srotolano con dolcissima lentezza, con esasperante languore, seguendo il filo di un percorso che la penna di Tony Cattano, trombonista sul cui talento di dubbi non c'erano più da un pezzo, ha tracciato con estrema precisione e perizia, distribuendo sulla tela gli infiniti colori che un meraviglioso ottetto gli mette a disposizione (da Pasquale Mirra a Giacomo Ancillotto, da Beppe Scardino a Carlo Cattano, da Roberto Raciti a Daniele Paoletti, il contributo dei solisti è determinante). Quando si riaccendono le luci in sala rimbalzano in testa i nomi di Trovesi, Surman, Sclavis, persino Komeda. Rimandi e agganci che però sfuggono nel momento in cui si prova ad afferrarli. Distanti. Ma non troppo. Come l'uomo che dà il titolo a un disco prezioso.

Dan Kinzelman's Ghost
Stonebreaker
Parco della Musica Records
Valutazione: * * * *

Si muove in territori simili il quartetto Ghost di Dan Kinzelman, nel quale si rincorrono e sovrappongono le ance, gli ottoni e le piccole percussioni affidate alle dita sapienti di Rossano Emili, Mirco Rubegni e Manuele Morbidini. Anche qui il taglio è popolare, folcloristico: un po' di Africa, Francia e Spagna dietro l'angolo, gli Appennini, la Puglia, il Marocco, la Chicago dell'AACM al di là del mare. Terra, legno, metallo e suggestioni. Che prevalgono sulle velleità dei singoli, sui fronzoli e l'improvvisazione (che pure c'è).

Quindici abbozzi ragionati, quindici racconti brevi che sanno di cieli tersi e pianure sconfinate, villaggi di frontiera e sentieri che si perdono nel nulla. Da brividi i sette e passa minuti della marziale "Stonebreaker Breaker," l'unico brano in scaletta a bucare i cinque di durata; irresistibile l'impertinente e sbarazzina "Vampires"; riuscitissima la libera interpretazione del canto religioso andaluso "La saeta"; entusiasmante la giocosa "Light Cone." Non c'è che dire: bersaglio pieno. L'ennesimo per Kinzelman.

Giulio Corini Libero Motu
Future Revival
Auand / El Gallo Rojo
Valutazione: * * * ½

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