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Cyminology: Phoenix

Vic Albani By

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Lo scrivevamo qualche anno fa da queste stesse colonne: lei si chiama Cymin Samawatie, iraniana nata a Braunschweig anche se da molti anni berlinese acquisita, capace di lavorare ad alti livelli sulle metriche della poesia classica di Rumi o Hafez. Accanto ad un trio formato dal pianista Benedikt Jahnel, dal bassista Ralf Schwarz e dal batterista Ketan Bhatti, Cymin riporta vita ad una classica figurazione cameristica, da sempre molto apprezzata nel jazz moderno.

Questa terza produzione per ECM (su sei totali del progetto) mostra però un pelo la corda poiché l'alternanza tra vecchio e moderno lirismo, tracce di jazz, essenze classiche e basi di world music rivela l'ovvia ripetitività del disegno al quale è stata tentata la carta dell'ampiamento della struttura coinvolgendo un pezzo nobile dei Berliner Philharmonikern quale Martin Stegner, senza che però i battiti cardiaci possano finalmente trovare pace tranne forse in paio di brani (il terzo e il quarto dello score) che riportano il tutto sulla strada di una interessante ricerca a cavallo fra letteratura e suono moderni.

Il tema di questo nuovo lavoro è la ricerca del "senso." Ed è forse la parte intelligentemente vincente del progetto. Alcuni testi sono della leader. Altre liriche sono invece firmate da poeti e letterati iraniani del secolo scorso come Forough Farrokhzad (1934-1967), Nima Youschidsch (1897-1960) o -ancora -classiche poesie Sufi di Hafis. Il "gioco" inventato dalla vocalist è di avere posto la parte musicale quale eventuale "risposta" a interrogazioni moderne (quindi sue) e "sentenze" classiche tratte dalla poetica letteraria del paese di origine.

L'emozione è in qualche modo trattenuta. L'armonia è giusto dietro l'angolo. Il dialogo e la scommessa stanno tutte nel tentativo della creazione di un nuovo rapporto d'arte fra Oriente e Occidente. Cantabilità e tessitura sembrano l'ovvio terreno ove un progetto del genere possa attecchire. Dialoghi e contrappunti non convincono però del tutto anche se è vero che il tentativo di un impasto tanto particolare è decisamente difficoltoso già sulla carta. In qualche modo si tratta dunque di prendere con le pinze una storica diaspora di stile e forma. Musica che richiede una attenzione particolare e che può rivelarsi immensamente affascinante ma che non può ovviamente concedere errore alcuno.

Di stimoli ce ne sono a iosa e i registri da controllare sono davvero tanti. Concettualmente essenziale e "importante," può piacere o meno a seconda dalla prospettiva dalla quale il lavoro viene analizzato. Impossibile trovare vie di mezzo in un intrico simile che potrebbe trovare strade di uscita di altro livello forse utilizzando veicolazioni più semplici e dirette ma che forse, per questo, non troverebbe invece gli spessori corretti. Insomma, un bel ginepraio anche se è però e invece dannatamente bello che esistano possibilità di analisi differenti. Forse la ricchezza nascosta di musica con inaspettate nuances che qualcuno si è spinto a definire addirittura "Poetic logic." Il gioco (e il pericolo) è quello di avere a che fare con fin troppe diversità etniche. In conclusione, un bel casino che forse solo ECM poteva accettare quale scommessa di un tempo di totale crossover sonoro.

Track Listing: Aaftaa; Che Gune Ast; Baraaye Ranj; Gozaraan; Harire Buse; Talaash Makon; Dishab; Phoenix (Pt. 1); Phoenix (Pt. 2); Baraaye To.

Personnel: Cymin Samawatie: voce; Benedikt Jahnel: pianoforte; Ralf Schwarz: contrabbasso; Ketan Bhatti: batteria, percussioni; Martin Stegner: viola.

Title: Phoenix | Year Released: 2015 | Record Label: ECM Records

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