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Pasquale Mirra: la rinascita del vibrafono

Pasquale Mirra: la rinascita del vibrafono
Libero Farnè By

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Dopo un paio di decenni di ricerca, di importanti collaborazioni e incisioni che lo hanno portato anche all'estero, il vibrafonista Pasquale Mirra sembra aver raggiunto la piena maturità espressiva ed anche il meritato riconoscimento. Questa estate è presente in un gran numero di festival italiani: dopo essersi esibito a Umbria Jazz in duo con Gianluca Petrella, ottenendo un successo strepitoso, parteciperà con formazioni diverse a Fano Jazz by the Sea, poi in Sardegna a Time in Jazz, a Nuoro Jazz, a Musica sulle Bocche...

Nell'intervista che riportiamo di seguito, dopo aver approfondito una tappa importante dei suoi primi passi professionali, cercheremo di analizzare soprattutto le numerose e fondamentali collaborazioni affrontate negli ultimi anni. Si accenna anche alla genesi espressiva nel suo uso del vibrafono e alla recente attività didattica al servizio dei bambini.

All About Jazz: Quando e perché sei approdato a Bologna e che ambiente hai trovato?

Pasquale Mirra: Sono arrivato a Bologna nel settembre del 2001 e ho deciso di farlo dopo una conversazione con un amico che si era trasferito in questa città per motivi di studio. È bastata una lunga chiacchierata estiva nella mia fantastica Ravello, paese della Costiera Amalfitana dove sono cresciuto e ho vissuto. L'impatto con Bologna è stato speciale, mi sono sentito immediatamente a mio agio e difficilmente dimenticherò gli innumerevoli concerti che quotidianamente offriva.

AAJ: Se non sbaglio sei stato uno degli ultimi a entrare nel Collettivo Bassesfere, che era attivo fin dai primi anni Novanta, raccogliendo improvvisatori che venivano da tutte le parti d'Italia.

PM: Per me è stato un grande onore entrare a far parte di Bassesfere, un collettivo di musicisti che ascoltavo già prima del mio arrivo a Bologna. La prima volta che ho ascoltato un loro disco sono rimasto stupefatto: qualcosa di nuovo, che non avevo mai sentito prima, musica composta ed eseguita da giovani musicisti di uno spessore straordinario. Successivamente, condividere musica e palchi con quello stesso collettivo ha rappresentato per me un'emozione unica.

AAJ: Negli ultimi anni la tua attività si è qualificata, concentrandosi su alcune collaborazioni importanti. Ricordiamone alcune, partendo dal duo (o altre formazioni) con Hamid Drake.

PM: Hamid certamente ha un ruolo speciale nel mio percorso artistico e umano. Grazie alla nostra lunga collaborazione (7 anni e oltre 70 concerti tra Europa e America) ho avuto il privilegio di imparare davvero molto e non solo dai concerti. I nostri lunghi viaggi e i suoi racconti, riguardanti la musica, ma anche storie di vita e le varie collaborazioni, sono stati talmente tanti che dovrei dedicare a questi argomenti un'intera intervista. Impossibile sintetizzare tutti i suoi racconti relativi ai lunghi tour con Don Cherry o al suo lungo sodalizio con Fred Anderson, per citarne solo alcuni. Sono cresciuto con Hamid e lo considero un padre putativo: ha un posto speciale nel mio cuore.

Ricordo il mio primo concerto al Vision Festival di New York con un quintetto da lui formato, l'arrivo in aeroporto e la sorpresa di trovarlo lì a nostra insaputa (mia e di mia moglie) assieme a William Parker. Un lungo giro in macchina con due magnifici musicisti e uomini straordinari, prima che ci accompagnassero in quella che sarebbe stata la nostra dimora per l'intera permanenza newyorkese, segnalandomi inoltre che avremmo avuto come dirimpettaio l'immenso Cecil Taylor... con il quale ho avuto la fortuna di sostenere una lunga e indimenticabile conversazione. E ancora: il quartetto con Michel Portal e il mio primo festival oltre confine, "Jazz a Vienne," con Napoleon Maddox e il trombettista Mederic Collignon. E potrei ancora continuare. Insomma, settanta concerti sono davvero tanti! Un sincero ringraziamento lo devo alla manager Ludmilla Faccenda per il meraviglioso lavoro svolto in tutti questi anni.

AAJ: E le varie collaborazioni con Fabrizio Puglisi, a cominciare dal gruppo Guantanamo?

PM: Ho iniziato a suonare con Guantanamo nel 2015 circa, ma il gruppo già esisteva, era ben rodato e la musica funzionava molto bene. Per me non è stato immediato entrare in quella straordinaria macchina del ritmo, inserirmi tra una miriade di sovrapposizioni di clavi, ritmi cubani, africani e poliritmie. Le numerose prove mi hanno aiutato; un'esperienza che mi sta insegnando davvero molto. Guantanamo è un laboratorio; abitiamo quasi tutti intorno a Bologna e questo ci permette di provare con assidua frequenza: ogni volta si provano nuove possibilità, nuovi incastri ritmico/melodici e si consolidano quelli provati precedentemente.

Con Fabrizio abbiamo collaborato e collaboriamo anche in altri progetti, ad esempio nel nuovo gruppo di Rob Mazurek, con il quale saremo in Germania il prossimo settembre. Prima che entrassi in Guantanamo avevamo già suonato per un periodo in duo; tra l'altro nello scorso aprile lo abbiamo riproposto esibendoci alla rassegna "I Concerti del Quirinale" trasmessi da Rai Radio 3 Suite. Fabrizio è un musicista straordinario, sempre curioso ed ispirato: certamente tra i più grandi artisti italiani ed internazionali.

AAJ: Da alcuni mesi hai avviato anche un duo riuscitissimo con Gianluca Petrella.

PM: Sì, da quest'anno è iniziata questa collaborazione con uno dei miei musicisti preferiti in assoluto. Sono contento di condividere un progetto in duo con Gianluca. Lavoriamo con i nostri strumenti e innesti di elettronica: io utilizzo anche il vibrafono midi, sul palco condividiamo un synth ed entrambi utilizziamo effetti. I concerti fatti fino ad ora sono andati molto bene e la risposta del pubblico e della critica è sempre stata più che positiva. Tu, che eri al concerto del Teatro Asioli di Correggio, definisci questa nuova collaborazione con Gianluca come "un riuscitissimo duo" ed io ne sono lusingato e felice.

AAJ: Ci puoi parlare della tua esperienza con i Mop Mop?

PM: Si tratta di un gruppo con il quale sono cresciuto e tutt'oggi suono, un progetto capitanato da Andrea Benini, batterista, compositore e produttore romagnolo, ma che da anni vive a Berlino. Nato agli inizi del 2000 è ancora oggi molto attivo: ci siamo esibiti nei maggiori festival europei, abbiamo inciso un considerevole numero di dischi riscuotendo un notevole consenso di pubblico e di critica e inoltre abbiamo sonorizzato parti del film "To Rome with Love" di Woody Allen [N.d.R. -con il brano "Three Times Bossa"]. Ė sempre più difficile che i gruppi abbiano una durata e una vita così lunga e sono convinto che tale peculiarità, unita alle grandi doti, alla professionalità e alla tenacia di Andrea, siano l'essenza di tale successo.

AAJ: Ci sono altre esperienze per te significative che ti sta a cuore ricordare?

PM: Mi piacerebbe parlare di Segnosonico, progetto nato lo scorso novembre da una collaborazione tra il Bologna Jazz Festival e il Festival Internazionale del fumetto BilBOlBul. Si tratta di una performance per dodici musicisti (provenienti dal Conservatorio e dal Liceo Musicale) e dodici illustratori (provenienti dal Liceo Artistico e dall'Accademia delle Belle Arti), coordinati dal sottoscritto e dall'illustratore Stefano Ricci. Il progetto ha avuto due repliche questa estate e verrà riproposto con nuovi allievi il prossimo novembre nel cartellone del Bologna Jazz Festival.

Cito anche i C'mon Tigre, progetto creato da due musicisti e persone straordinarie che rimangono per scelta nell'anonimato, ai quali sono profondamente legato e con i quali condivido quotidianamente uno studio, passioni e vita. E ancora Pipe Dream, progetto in condivisione con Zeno De Rossi, Giorgio Pacorig e Filippo Vignato, che ospita il violoncellista americano Hank Roberts. Nel prossimo settembre il primo lavoro discografico verrà pubblicato dalla Cam Jazz e in novembre ci sarà un tour di presentazione.

AAJ: C'è poi il CD Moderatamente solo, edito da Fonterossa nel 2017: quale esigenza ti ha mosso e quale l'impostazione?

PM: Si tratta di una registrazione live, che la contrabbassista e amica Silvia Bolognesi ha voluto e pubblicato con la sua etichetta. Questo lavoro è la mia preghiera, il mio dono ai miei genitori, ai quali è dedicato, il modo per non sentirmi mai troppo distante da loro. Un viaggio introspettivo che mi permette di tornare bambino e come per magia riuscire a percepire la loro presenza, come se fossero ancora accanto a me. Moderatamente solo mi ha permesso di suonare in molti festival e teatri italiani e quest'estate con questo progetto sarò ospite del Fano Jazz by the Sea e di altre rassegne. Nel 2019 sarò nuovamente in studio per registrare il secondo disco in solo, sarà diverso sia musicalmente che nella scelta degli strumenti utilizzati, ma lascio che resti una sorpresa.

AAJ: Mi pare che in tutti questi diversi lavori ci sia una grande attenzione nella selezione dei "padri nobili" da mettere in repertorio: Charles Mingus, Don Cherry, Lennie Tristano, Herbie Nichols e pochi altri.

PM: Gran parte degli autori citati sono nel mio disco in solo, ma è un discorso complesso. In ogni concerto in solo non decido a priori una lista di brani da suonare: è come se avessi un enorme contenitore colmo di brani dal quale attingere e lascio che sia l'improvvisazione libera a determinare quali gli autori e le composizioni da eseguire; ho notato che è un buon modo per non innescare automatismi. Don Cherry è il mio musicista preferito, adoro ogni suo lavoro. Non lascio passare mai lunghi periodi senza ascoltarlo e quando ho bisogno d'ispirazione ricorro ai suoi ascolti. In questi ultimi anni ho avuto il piacere di condividere la sua musica nel tributo di un ottetto capitanato dal fraterno amico e batterista Cristiano Calcagnile, che ha curato anche gli arrangiamenti: mi riferisco al CD Multikulti Cherry On pubblicato da Caligola Records.

AAJ: Trovo affascinante lo strumento che suoni perché s'inserisce nei collettivi con linee melodico-ritmiche e con spunti solistici, ma anche come colore timbrico di sottofondo, evocativo e madreperlaceo. Che uso fai attualmente dell'elettronica?

PM: Da poco ho iniziato ad utilizzare l'elettronica, ma negli anni mi sono concentrato su una lunga ricerca sul vibrafono, partendo sempre dal suono acustico e cercando di modificarlo applicando sulla tastiera ogni tipo di materiale: qualcosa è andata meglio qualche altra non ha funzionato! Il mio obiettivo è la continua ricerca di nuove sonorità che possano permettere di esprimere il mio linguaggio. Nel tempo questa peculiarità mi è stata riconosciuta da musicisti e critici: "un vibrafonista dal suono nuovo e diverso..." e dopo infinite ricerche sono sinceramente fiero di questa unicità.

AAJ: Negli ultimi anni sei stato impegnato anche nell'educazione musicale ai bambini. In sintesi quali sono la durata dei corsi, i metodi che usi e i risultati? Dove insegni oggi e in che fasce d'età?

PM: Musica e Gioco è nato nel 2012 da un'idea mia e del percussionista Danilo Mineo. È un laboratorio rivolto ai bambini delle scuole primarie, basato sull'utilizzo di strumenti a percussione costruiti utilizzando esclusivamente materiale di riciclo. Danilo si occupa della costruzione, io della conduction. Da molti anni lavoriamo in diverse scuole bolognesi e successivamente è diventato un progetto itinerante. Abbiamo avuto modo di realizzarlo anche durante diversi festival italiani e da un anno abbiamo pubblicato un manuale nel quale sono presentati oltre quaranta strumenti, i relativi processi di costruzione, un disco in allegato per ascoltare i suoni degli stessi e una sezione dedicata alla Conduction. La durata dei corsi è variabile. I risultati non spetta a me dirli, ma notiamo sempre molta felicità tra i bambini e soddisfazione di docenti, addetti ai lavori e genitori e questo credo sia un buon segno. A breve si parlerà molto del laboratorio di Musica e Gioco, ma non anticipo nulla!

AAJ: Ormai sei invitato a suonare in molti festival importanti in Italia e all'estero. Come vedi l'attuale situazione organizzativa in Italia: festival, rassegne, centri di ricerca, jazz club...?

PM: Personalmente non posso che considerarmi felice, considerato quanto mi è accaduto negli anni passati e quest'anno: mi sono esibito a Umbria Jazz, Novara Jazz, Crossroads in Emilia-Romagna, Fusion Festival in Germania, Black Sea Jazz Festival in Georgia... e sarò ancora in numerosi festival tra Italia ed Europa. Un problema oggettivo che avverto —anche parlando con altri musicisti —consiste nella difficoltà di far circuitare progetti in cui si investe tanto lavoro e tempo; credo che questo aspetto in qualche modo potrebbe migliorare. Per quanto riguarda i club in Italia invece spero che le cose migliorino, poiché oggettivamente oggi sono troppo pochi quelli in cui la musica non viene considerata solo un mero sottofondo a piatti, bicchieri e conversazioni di ogni tipo.

Foto: Roberto Cifarelli

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