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Mostly Other People Do The Killing: Paint

Enrico Bettinello By

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Un po' come succede alle stelle quando "esauriscono il combustibile," quando si espandono e poi si contraggono diventando una caldissima "nana bianca," nel corso dell'ultimo anno i Mostly Other People Do the Killing si sono espansi fino a settetto per poi restringersi all'archetipica forma jazz del trio con pianoforte.
Ma sarà davvero anche qui un caso di esaurimento del combustibile? Vediamo!

Il nuovo disco, Paint vede protagonista un triangolo con ai vertici il leader del gruppo, il contrabbassista Moppa Elliott, il batterista di sempre Kevin Shea e il pianista Ron Stabinsky, che è entrato in pianta stabile nel gruppo da qualche anno e che è strumentista di talento e intelligenza a tratti strabilianti (ci torneremo).

Come sempre, i titoli dei temi sono anche nomi di località della Pennsylvania, questa volta accomunati anche dalla presenza di un colore. Con rispetto (e in fondo anche con piena coerenza espressiva all'interno del progetto), quando si è accorto che "Blue Goose" era anche una composizione di Duke Ellington, Elliott ha reintitolato la propria "Whitehall" e incluso senza problemi il brano del Duca nella tracklist.

Che disco è Paint?
Pienamente nel solco del "progetto" di Elliott, è un disco in cui convivono, nemmeno troppo paradossalmente, un profondo rispetto per (e, va da sé, una profonda conoscenza de) la tradizione jazz e quello spirito caustico e ribaldo che è un po' il marchio di fabbrica dei MOPDtK.
Si è spesso usato il termine "postmoderno" per definire lo spirito del quartetto (ora trio), ma con il passare degli anni si ha sempre più la sensazione che il "gioco" combinatorio e la struttura concettuale -che ovviamente sono presenti -siano più uno strumento per conservare la vitalità e la irriducibilità del jazz, il suo segno di imprevedibile libertà, che non un vezzo intellettuale.

E la formula del trio è particolarmente illuminante in questo. Lavorando all'interno di cornici formali così connotate (per alcuni versi il disco sembra assumere una veste quasi tradizionale), gli spiriti irrequieti dei tre musicisti destrutturano e ricombinano gli elementi senza tregua, facendo sì che in molti passaggi si percepisca con una leggera vertigine di essere di fronte al miglior disco mainstream e al tempo stesso a uno dei più originali dischi "avant" dell'anno.

Stabinsky è un vulcano di idee, un frullatore in cui qualche divinità sagace ha messo i migliori pezzi del pianismo jazz Novecentesco per estrarne l'elisir dell'immortalità. Dalle sue dita non solo escono scintille di Ellington o McCoy Tyner, ruscelli di blues e di irrequietezza free, ma anche una sensibilità che al dilagare di note a volte non diresti, una capacità di muovere il brano in qualsiasi direzione perché il brano lo chiede, non per mero virtuosismo o "gioco" musicale (in questo ascoltare Stabinsky spiega meglio di ogni parola i limiti di quanto fanno altri funamboli della tastiera come Hiromi o anche il nostro Bollani).
Il tutto senza perdere una goccia di godibilità.

Fondamentale in tutto il disco è anche Kevin Shea, batterista in grado di imprimere a ogni brano una tensione pazzesca, come se da un momento all'altro dovesse precipitare tutto (a volte accade, felicemente) e comunque non fornendo mai certezze.
Caotico e rotolante, precisissimo quando serve (ma quando serve lo sa solo lui) e entropico quando vuole stimolare il solista al meglio, Shea trova in questo lavoro una centralità che certo emergeva anche nei precedenti lavori dei MOPDtK, ma che sembra qui essere diventata matura nella sua eterna fanciullezza di approccio.

Elliott dal canto suo controlla tutto con sapienza, pennellando temi che non sfigurerebbero in dischi classici del jazz anni '60 (l'ariosa melodia in 3/4 di "Golden Hill," i temi a catena di "Yellow House" o quello di "Whitehall" che progressivamente viene sottoposto a mirabolanti evoluzioni armoniche, tanto per fare qualche esempio) e sostenendo il tutto con un suono vibrante.

Blues sovversivo, swing che fa l'occhiolino a se stesso, esuberanza esecutiva che supera la soglia della parodia per cristallizzarsi in nuovi significati, questo e molto altro troviamo in Paint, nel suo sfuggire a ogni tentativo di riduzione alla prevedibilità di una parola come "jazz" che nelle mani di questi tre gentiluomini sembra trovare una dignità più vibrante di qualsiasi storicizzazione.

Il combustibile non è finito, quindi. La stella è forse diventata una nana bianca, caldissima lo è di certo, ma stanti i tempi dei processi universali, quando dovesse esaurirsi non saremo qui a vederlo.
Super disco!

Track Listing: Yellow House; Orangeville; Black Horse; Blue Goose; Plum Run; Green Briar; Golden Hill; Whitehall.

Personnel: Ron Stabinsky: piano; Moppa Elliott: bass; Kevin Shea: drums.

Title: Paint | Year Released: 2017 | Record Label: Hot Cup Records

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