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Fazzini e Fedrigo: nuove idee per fare musica oggi

Neri Pollastri By

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Perché hai fatto questo disco? Che contenuto c’è in questa formazione? Qual è l’esigenza artistica del progetto? In cosa si traduce? Tutte queste domande riguardano aspetti su cui riflettiamo continuamente riguardo alla nostra musica e sono quelli che ricerchiamo nei musicisti che vogliamo produrre o con cui collaborare
Nicola Fazzini e Alessandro Fedrigo sono i direttori artistici di nusica.org, originale progetto che da qualche anno sperimenta un altro modo di sostenere, produrre e promuovere attività artistiche—qualcosa di molto diverso dalla tradizionale "etichetta discografica"—che pian piano ha iniziato anche a organizzare eventi e festival. Ma i due musicisti sono anche l'anima di XYQuartet, una formazione dalla cifra assai personale, che si è conquistata un proprio posto tra la musica di ricerca italiana, oltre ad avere in piedi alcuni altri progetti, assieme o da soli.

All About Jazz: Cominciamo dalla vostra "organizzazione," nusica.org, un'etichetta discografica ma anche molto di più, nata in un momento di fioritura di etichette indipendenti, non tutte però andate avanti con successo. Come nasce?

Alessandro Fedrigo: Nusica.org nasce nel 2011 dall'insoddisfazione per il modo in cui venivano pubblicati i nostri dischi. Io e Nicola avevamo già partecipato all'esperimento di nBn Music, cui aveva dato vita in Trentino Carlo Alberto Canevali. A quell'esperienza aggiungemmo una riflessione riguardo agli obiettivi che i musicisti si pongono nel fare un disco. Tra questi vendere i propri dischi è oggi un obiettivo del tutto secondario, mentre quelli primari sono documentare il proprio lavoro, dargli massima visibilità, riuscire a raccontarlo e spiegarlo, così da facilitare l'autentica attività del musicista: suonare dal vivo.

Con questi pensieri in testa mi capitò di leggere un articolo di una rivista della SUISA (la Siae svizzera) nel quale si parlava di un nuovo modello di etichetta discografica, non orientata verso la stampa e la vendita dei dischi bensì proprio verso il supporto dei musicisti. Un'etichetta, cioè, che fosse una piattaforma di servizi: per la comunicazione, per la distribuzione sul web, per la documentazione del lavoro. Sulla base di questa suggestione è nata nusica.org -con il gioco dello spostamento di una lettera nell'iniziale per dare il senso dell'innovazione e con l'estensione puntata perché il web è il suo spazio principale.
Di fatto si tratta di un sito dove è possibile scaricare liberamente la musica o ascoltarla in streaming, trovare le partiture di tutti i pezzi, vedere video nei quali i musicisti spiegano e raccontano la loro musica e, infine, anche acquistare la copia fisica del disco. All'inizio eravamo io e Nicola, poi il progetto si è ampliato, ha coinvolto musicisti con cui avevamo affinità e ai quali abbiamo prodotto i lavori, infine ha iniziato a occuparsi anche di organizzazione di rassegne, arrivando dove si trova adesso.

Nicola Fazzini: Ovviamente non è che non non vogliamo vendere i dischi, né pensiamo che il mercato discografico sia morto (anche se in parte lo è...): noi vogliamo solo che sia più diffusa la conoscenza della musica, che sia più facile ascoltare i gruppi che ospitiamo nell'etichetta e che sia possibile una comprensione più completa del loro lavoro. Cosa che oggi è spesso troppo complicato, lo sappiamo bene anche come organizzatori: quando ci vengono proposti dei progetti, non è sempre facile ascoltarne la musica e conoscerne meglio l'orizzonte.

AAJ: Dopo quasi otto anni è possibile stilare un bilancio?

NF: Sul piano della produttività, facciamo circa due dischi l'anno, in qualche caso tre; su quello della vendita, il bilancio è assai modesto, ma—come detto—non era quello l'obiettivo; sul piano della visibilità, prendendo in considerazione i gruppi che abbiamo prodotto, direi invece che è andata bene. XYQuartet, la formazione su cui abbiamo lavorato di più, ha avuto una buona affermazione. Poi quanto di quel successo sia il prodotto del lavoro fatto con nusica.org e quanto della qualità della formazione o del lavoro individuale dei suoi membri è più difficile da valutare.

Abbiamo realizzato anche dischi di altri musicisti e abbiamo imparato che quanto più essi entrano nella logica dell'etichetta e assumono un atteggiamento "imprenditoriale"—termine che può dispiacere, ma che è coerente con il fatto che noi musicisti jazz siano tutti "liberi professionisti"—tanto maggiori sono i risultati. Questo perché nessuna specifica attività è di per sé sufficiente a ottenere una visibilità, che si raggiunge attraverso la componente di tutti gli aspetti. Incluse le rassegne, che da qualche anno organizziamo in Veneto tutte sotto l'insegna di nusica.org, che contribuiscono a rendere visibile l'etichetta e, attraverso di lei, gli artisti che produce. Va detto che l'organizzazione di rassegne è un'attività che negli anni è molto cresciuta e ormai è diventata una parte importante della vita di nusica.org.

AF: Ci tengo a sottolineare una cosa importante. Mettere le partiture online, pubblicare video o scritti in cui gli artisti illustrano e spiegano la musica sono elementi dirimenti: se un gruppo ha qualcosa da dire c'è del materiale, se non ha niente da dire non c'è niente. Questo cambio di mentalità—per il quale avevamo a modello il collettivo M-Base—per noi è stato importante: perché hai fatto questo disco? Che contenuto c'è in questa formazione? Qual è l'esigenza artistica del progetto? In cosa si traduce? Tutte queste domande riguardano aspetti su cui io e Nicola riflettiamo continuamente riguardo alla nostra musica e sono quelli che ricerchiamo nei musicisti che vogliamo produrre o con cui collaborare. Sono elementi che devono diventare evidenti, perché sono importanti. E sono gli elementi che abbiamo posto al centro del progetto nusica.org.

AAJ: Molto interessante. E su queste basi il progetto va avanti bene?

AF: Sì, anzi è diventato il centro della nostra attività, il progetto che raccoglie tutte le nostre iniziative. Abbiamo già detto della produzione della nostra musica e dell'organizzazione di rassegne, ma va aggiunta la didattica: come nusica.org abbiamo partecipato a due progetti con l'Università, uno a Padova e l'altro a Venezia. In questo modo ci assorbe totalmente, perché quasi ogni nostra attività è inclusa in nusica.org.

NF: In questo senso è stata importante anche la nostra scelta—in parte voluta, in parte sollecitata dalle nostre vicende artistiche—di concentrarsi sul nostro progetto principale, cioè XYQuartet. Molti colleghi hanno tante collaborazioni, noi invece abbiamo ragionato un po' come una rock band: questo è il nostro gruppo, ci concentriamo su di esso perché, realisticamente, è quello che possiamo portare avanti nel tempo per provare ad avere dei risultati. Così abbiamo iniziato da un primo tour in piccoli locali e bar, con budget che ti puoi immaginare, e adesso, dopo qualche anno, siamo arrivati a suonare in festival importanti, ad avere riconoscimenti da pubblico e critica, direi anche a essere in certa misura una formazione di riferimento. Certo, per arrivare a questo è stato anche necessario fare delle scelte, dire no in certe occasioni per riversare gran parte della nostra energia in questo gruppo. Che, ci tengo a dirlo, nonostante abbia otto anni di vita continua a provare regolarmente, a sviluppare le proposte artistiche da molti punti di vista: per esempio, abbiamo scelto di suonare tutta la musica a memoria, nonostante non sia una musica facile, perché in questo modo siamo più presenti e liberi sul palco, comunichiamo meglio con il pubblico, non siamo sempre con il naso sulla partitura. Ovvio che collaborare meno con altri musicisti dispiace, ma è una delle scelte che è necessario fare per operare in un certo modo, sia nella musica in senso stretto, sia nella comunicazione.

AAJ: Credo sia una scelta che paga anche dal punto di vista artistico, perché curare i dettagli di un progetto è condizione necessaria per trarne fuori tutte le potenzialità; il fatto che oggi non tutti lo facciano è tra le ragioni per cui ci sono tanti gruppi validi, solo pochi dei quali però si distinguono dagli altri, e anche la ragione per cui XYQuartet è oggi una formazione di riferimento.

NF: Sì, è vero, ma è una scelta che paga alla distanza e a condizione di lavorare molto su un piano—quello del booking agent—che tra tutti i lavori che noi facciamo è probabilmente il più complicato, anzi spesso perfino frustrante: devi parlare con persone che hanno interessi diversi, i rinvii e le attese sono spesso pesanti, di dieci porte alla fine è tanto se se ne apre una.... Dedicarsi a questo lavoro invece di dar vita ad altri progetti artistici è decisamente meno appagante sul piano personale, ci vogliono molta pazienza e volontà per farlo.

AF: Non va neppure dimenticato che io e Nicola abbiamo fatto una scelta di condivisione che non è così consueta: viste le affinità e la conoscenza personale lunga venticinque anni, abbiamo individuato un progetto comune e abbiamo deciso di portarlo avanti con continuità assieme. Oltretutto coinvolgendo artisti come Saverio Tasca e Luca Colussi, disponibili a svolgere un certo tipo di lavoro, fatto di molte prove, tanta progettazione, condivisione e dedizione magari non esclusiva, ma certo prioritaria. Anche grazie al fatto che viviamo tutti relativamente vicini e possiamo perciò dedicarci al lavoro sul gruppo ogni volta che sia possibile. È grazie a questo che XYQuartet è oggi a tutto tondo il nostro progetto creativo ed è ancora, dopo otto anni e tre dischi, un laboratorio in piena attività. Ovviamente questo impone anche dei limiti: per esempio, abbiamo escluso la possibilità di avere ospiti, che di solito è il modo più semplice per far crescere una proposta; ma noi abbiamo detto di no, perché volevamo una formazione che avesse una forte identità, che arrivasse a una sua piena maturità. Una scelta non facile.

AAJ: XYQuartet nasce dunque in contemporanea con nusica.org. Oggi ne conosciamo la musica e ne riconosciamo particolarità e originalità. Ma da quali idee e prospettive è nata quella proposta?

AF: C'erano delle esigenze, in primo luogo quella di verificare se e come fosse possibile improvvisare in un modo diverso da quello classico delle armonie tonali e modali, oppure del free e della libertà radicale, provando invece a individuare dei territori sufficientemente flessibili da poter lasciare spazio all'improvvisazione, come accade in molta musica "colta" contemporanea. In secondo luogo c'era l'esigenza di scrivere delle composizioni che avessero forme molto articolate, capaci di sviluppare al massimo i materiali di partenza e aventi degli spazi improvvisativi nei quali i solisti potessero offrire il loro contributo. Per soddisfare queste esigenze sono stati utilizzati le serie, gli intervalli, le poliritmie e le polimetrie, la scrittura delle partiture anche per la batteria, e via dicendo. Lo sviluppo del materiale prodotto con questi strumenti attraverso la condivisione con gli altri ha contribuito a un suo ulteriore arricchimento: per esempio, Saverio Tasca, che viene dalla musica contemporanea, ha prodotto determinate soluzioni; Nicola ha affiancato altro materiale che ha interagito con quello che avevo portato io, così che pian piano il materiale su cui potevamo lavorare si è moltiplicato. Anzi, la cosa per me più entusiasmante è stata vedere come, lavorando assieme, ogni materiale sul quale ci interrogavamo diventava oggetto di un lavoro di ricerca, che a sua volta ha progressivamente cambiato il mio stesso approccio alla musica.

NF: Aggiungerei che l'esigenza di cercare nuove soluzioni improvvisative a partire dalla scrittura derivava dalla nostra stessa stanchezza di fronte a quanto elaborato dal mondo della free improvisation, che ormai ha perso un po' l'effetto sorpresa per chi ne abbia una certa esperienza, andando un po' in controtendenza rispetto all'ideale di liberare il linguaggio e l'intuizione. Un percorso che comunque ci ha portato a quella che potrei chiamare una nuova liberazione, che trova compimento nell'esigenza di mandare a memoria le parti scritte per poter di nuovo liberare l'espressività, ma conservando traccia tangibile del passaggio attraverso la scrittura.

AAJ: Che processo di sviluppo c'è stato negli otto anni e tre dischi di XYQuartet?

NF: Il primo disco, Idea F, come diceva Alessandro, era ispirato alla musica contemporanea: abbiamo tutti quanti attinto alla ricchezza della musica del Novecento, non solo quella classica ma anche quella etnica ed elettronica. Nel secondo, XY, abbiamo invece usato maggiormente materiale poliritmico, intervalli e insiemi di pitch class set, un procedimento che deriva dal serialismo. Il terzo disco, Orbite dove forse abbiamo raggiunto il culmine della nostra identità, è un concept album dedicato agli astronauti e ai cosmonauti, dietro il quale c'è comunque un lavoro di ricerca che prosegue la linea del precedente, cercando di sviluppare e dare completezza alla nostra identità. Che cresce ascoltando e prendendo spunti da varie fonti, ma conserva sempre una propria cifra. L'anno in cui ricevemmo la massima attenzione fu anche quello dell'esplosione di Steve Lehman, al quale molti ci avevano accomunati; in realtà un'influenza di Lehman sulla nostra musica c'è senz'altro, così come c'è quella di Steve Coleman o di molti altri, tuttavia noi facciamo il nostro percorso, non abbiamo dei modelli di riferimento, cerchiamo di essere autentici senza doverci collocare in una determinata casella.

AAJ: Tornando alla diade scrittura/improvvisazione, che equilibrio c'è tra le due nella musica di XYQuartet?

AF: Direi che ci sia molta scrittura, diciamo forse il 70%, ma anche con una sfida: quella di far sì che il rimanente 30% di improvvisazione scaturisca dalla parte scritta in modo sempre più coerente e spontaneo, anche grazie alla suo stesso feedback su di essa. Infatti, il lavoro di memorizzazione delle partiture ha progressivamente modificato queste ultime, le ha rese più flessibili e perciò più al servizio dell'improvvisazione. Tanto che il nostro futuro lavoro ha in programma delle composizioni meno dettagliate, con forme più aperte, per lasciare ancora più libertà all'improvvisazione.

NF: Il che, si badi, non rende meno forte il riferimento alla scrittura, ma la rende meno vincolante. Un equilibrio tra scrittura e improvvisazione del genere di quello che mantiene Steve Coleman—fermo restando che la nostra non vuol in alcun modo essere la musica di Steve Coleman perché i contenuti che portiamo avanti sono diversi. Ma il tipo di equilibrio architettonico gli assomiglia, anche perché è mosso da un'analoga esigenza: trovare nuove strade e nuove idee espressive, pur conservando una propria identità musicale.

AAJ: Che è poi quando dovrebbe caratterizzare un'estetica jazz, a differenza del pop, anche se oggi non sempre tutti i jazzisti percepiscono questo tipo di esigenza. Ma accanto a XY voi portate avanti con nusica.org un'altra proposta, per molti versi simile, che è Hyper Plus. Come nasce e come si sta sviluppando?

NF: Hyper Plus nasce da una costola di XYQuartet e proprio per dare risposta a uno dei limiti che ci eravamo volutamente imposti per quella formazione, vale a dire non accogliere ospiti: Plus, infatti, indica proprio l'apertura verso l'accoglienza di altri musicisti oltre i tre che compongono la formazione. Che poi ha suonato anche in trio, sia ben chiaro, anche se la vocazione è un'altra. La cosa è iniziata con Amir ElSaffar, che conoscemmo a Saalfelden quattro anni fa e ci colpì moltissimo. Lo contattammo subito, lui ci dette la sua disponibilità e abbiamo iniziato un rapporto che ormai va avanti da tre anni. Non è facilissimo collaborare, perché lui vive negli Stati Uniti ed è sempre molto impegnato, inoltre il tipo di proposta non è nelle corde di molti festival nazionali, nonostante l'attualità dell'incontro tra musica occidentale e araba. Ciononostante il progetto è aperto, non solo alla collaborazione con Amir.

AF: No, infatti abbiamo collaborato anche con il clarinettista canadese Francois Houle e restiamo attenti alla possibilità di accogliere altri ospiti. Ci piace pensare a Hyper come a un progetto meno "blindato" di XYQuartet, dove condividere con altri musicisti i concetti che abbiamo elaborato nell'altra formazione. L'incontro con Amir è stato di grande arricchimento, perché lui ha fatto un grande lavoro di sintesi tra la musica araba antica, con la microtonalità e le loro scale, e l'innovazione ritmica della musica statunitense, in particolare newyorchese. Ci auguriamo di suonare ancora a lungo con lui, perché per noi l'interiorizzazione di approcci musicali diversi e la loro integrazione con il nostro è sempre fonte di grande crescita.

NF: Da questo punto di vista è stata una grande occasione di crescita anche la collaborazione canadese con Houle e il trombonista Samuel Blaser, con i quali abbiamo anche trovato una forte affinità umana. In questo caso abbiamo in cantiere un progetto che andrà oltre Hyper e che si chiamerà ITACA, completato dal batterista Nick Fraser. Nel 2019 abbiamo in programma prima un tour in Canada, poi ad autunno uno in Italia. Pensiamo anche di registrare un disco. Ci sembra interessante suonare con musicisti d'oltreoceano ma non statunitensi, bensì di una scena come quella canadese che è forse più vicina a quella europea.

AAJ: Veniamo ai vostri lavori, iniziando da quelli in solitudine: due dischi per solo basso acustico per Alessandro, uno per solo sax contralto per Nicola. Con quale spirito li avete realizzati?

AF: Il bassista, nella musica, ha fondamentalmente bisogno di condivisione, di suonare con gli altri; questo mi ha sempre spinto a interrogarmi su quante possibilità ci fossero di fare cose da solo, in un modo consistente e che mi desse la possibilità di lavorare a modo mio su quei materiali che sono solito affrontare e sviluppare assieme ad altri. Detto diversamente, desideravo individuare un modo per fare musica da solo, andando oltre quegli esempi di basso solo che illustrano meri studi sullo strumento. Da questo desiderio è nato il primo Solitario, nel quale si abbozzavano alcune soluzioni, e poi il secondo, nel quale sono andato più a fondo, mettendo a frutto il lavoro sulle metodologie compositive che stiamo sviluppando con XY. Devo dire che suonare da solo, senza elettronica o altri artifici, è per me molto stimolante: è un modo "francescano" di porsi di fronte alla musica, che mi piace e che—con i tempi e le energie concesse dal lavoro degli altri gruppi, che resta prioritario—cerco di continuare a portare avanti.

AAJ: Una domanda riguardo al suono, che nel caso del tuo strumento—un basso acustico, non un contrabbasso—è molto particolare: come ci lavori, come cerchi di valorizzare un suono che di per se non ha un appeal immediato?

AF: Quando ho iniziato a suonare questo strumento, una quindicina di anni fa, non avevo degli artisti di riferimento, ragione per cui mi sono identificato con il mio suono e in questo modo mi sono sentito più libero. Quando ho iniziato a lavorare sul solo, questo mi ha permesso di concentrarmi sulla polifonia, suonando più note in contemporanea. Anche perché lo strumento acustico, non vincolato ad amplificazioni o effetti, lo permette in modo molto semplice e naturale, ancorché molto spartano.

AAJ: Anche tu, Nicola, hai realizzato un disco in solo, cosa forse più usuale per un sassofonista, se non fosse che Random2 è un disco molto molto particolare, fatto com'è di una lunga serie di brevi tracce—quarantasei—da ascoltare in sequenza casuale e non nell'ordine in cui sono registrate sul CD. Puoi parlarci di questa curiosa idea?

NF: Random2 è forse il mio disco che ha avuto più recensioni e di cui si è più parlato. Questo nonostante abbia fatto solo uno o due concerti. Premetto che io ho una formazione jazz piuttosto tradizionale. Ho avuto per maestri Maurizio Caldura e Pietro Tonolo, ho studiato a Graz alla Musikhochschule, che è una bellissima istituzione ma è orientata al jazz tradizionale. Poi nei primi anni 2000 feci parte di un gruppo, Palo Alto, assieme a Danilo Gallo, Zeno De Rossi e Dario Volpi, con il quale sviluppavamo la ricerca di Lennie Tristano e Lee Konitz, e nello stesso periodo risiedetti per qualche tempo a Parigi; questo mi fece uscire un po' dalla tradizione e mi spinse ad ascoltare cose diverse, sperimentare musiche per me nuove e anche studiare e sviluppare maggiormente il mio rapporto con lo strumento, anche creandomi degli esercizi quotidiani personalizzati, basati sui miei interessi di ricerca. Così, qualche anno fa, mi venne in mente di trasferire quegli esercizi, che sono anche abbastanza elementari, in un disco che potesse essere "randomizzato" nella sua esecuzione, coniugando così una ricerca di tipo sonoro e musicale con una riflessione sul significato dell'"oggetto-disco." Perché noi, essendo cresciuti in un'epoca nella quale la musica era pensata su disco (e uso il passato, perché come abbiamo detto le cose non stanno più così), siamo abituati a dare per scontato che essa debba avere una lunghezza media di cinquanta minuti e anche un inizio, una fine e uno sviluppo ben determinati. Ma perché deve essere proprio così? In realtà sono possibili altre forme, una delle quali è affidare la musica a frammenti musicali ricomponibili in molteplici forme diverse, che è quel che ho fatto con Random2.

Devo dire che questa cosa mi sarebbe piaciuto farla anche con il quartetto, ma in solo è molto più semplice. Da notare che, oltre all'indicazione di ascoltare il disco in modalità random così da avere una versione diversa a ogni ascolto, anche le duecento copie stampate hanno un ordine diverso delle tracce, cosa che è stata possibile masterizzando ogni copia fisica separatamente con l'opzione random. Ogni disco è cioè una copia unica, che può essere rinnovata a ogni ascolto. È per questo che è anche il mio disco che ho riascoltato di più! Il live ha invece funzionato di meno: avevamo pensato a qualche ritocco, con delle sovraincisioni dal vivo, ma come diceva anche Alessandro restano prioritari i progetti del quartetto, il tempo residuo non è molto e così il solo è rimasta una parentesi, bella, interessante, che forse verrà ripresa, ma che per il momento resta lì.

AAJ: Accennavate prima a delle collaborazioni in ambito formativo con le università. Potete dire qualcosa di più?

NF: Inizierei con quella con Ca' Foscari di Venezia, nata grazie all'amicizia con il professore di estetica, nonché trombettista, Daniele Goldoni. Il quale, seguendo la direttiva, più anglosassone che italiana, dell'ex rettore—coinvolgere gli studenti in attività formative anche se extracurricolari—ha avviato un laboratorio con gli studenti, alcuni dei quali in seguito sono anche andati al conservatorio e in alcuni casi hanno ormai un'attività professionale nel campo della musica. A un certo punto mi ha incaricato di proseguire quell'iniziativa, che non ha la finalità di formare musicisti, anche se ogni tanto facciamo qualche concerto, ma è molto divertente: mi trovo infatti ad avere a che fare con un materiale musicale e umano estremamente variegato, con persone che vengono dalla classica, dal pop, dal jazz, alcuni con buone basi—magari lontane—e altre con appena qualche rudimento.

Noi cerchiamo di includere tutti, perché sono giovani, nessuno viene con delle aspettative elevate, sono aperti anche se—diversamente da quel che facevamo noi—non "consumano" i dischi ascoltandoli e riascoltandoli, hanno una fruizione diversa, forse più libera, e per questo non hanno prevenzioni o paure: si lanciano nell'usare lo strumento come non hanno mai fatto prima, producendo suoni e rumori, ascoltando i nostri indirizzi ma anche sollecitandoci a raccogliere le loro proposte. Questo fa di questo progetto forse per me la più divertente tra le attività formative che conduco. Accanto a esso, sotto lo stesso titolo di Musicafoscari, c'è anche un'attività concertistica con proposte di alto livello -alla fine del 2018 ci sono stati The Bad Plus e l'ottetto di Mary Halvorson—alla quale gli studenti partecipano e che offrono poi l'opportunità di discutere e confrontarsi. La ritengo una proposta molto interessante, al passo con i tempi.

AAJ: E, aggiungerei, anche una meritoria attività di formazione di nuovo pubblico, in un panorama asfittico qual è quello attuale.

NF: Infatti. Il Presidente uscente della I-Jazz, l'associazione dei festival jazz italiani, nel saluto di fine mandato ha affermato che ci siamo perse tre generazioni di pubblico: ebbene, la mia esperienza con Musicafoscari mi dice che non le abbiamo perse, è solo necessario far loro delle proposte coinvolgenti e i giovani rispondono. La stessa cosa vale per l'esperienza che abbiamo fatto con l'Università di Padova. Magari ci sarebbe da sottolineare la necessità anche di una nuova generazione di organizzatori, che invece sono quasi tutti over 35.

AF: Aggiungerei che, come musicisti e come organizzatori di eventi, dobbiamo entrare nell'ordine di idee di cambiare la formula della fruizione di questa musica. Oggi l'idea che le persone vengano in un teatro e spendano trenta euro per ascoltare un grande del jazz sta mostrando la corda: sono necessarie esperienze artistiche, creative e di coinvolgimento del pubblico diverse. Che sono più difficili da immaginare, più faticose da realizzare, ma che danno grande soddisfazione. E con ciò mi ricollego alla collaborazione con l'Università di Padova, che va avanti da sette anni e per la quale dirigo un'orchestra composta da studenti, professori e tecnici dell'Università. È un'esperienza interessante attraverso la quale ho conosciuto una professoressa—Marina Santi—che lo scorso anno ci ha fatto realizzare una Winter School, una residenza sul delta del Po, che prevedeva una riflessione sul significato del silenzio—con particolare riferimento a quell'ambiente naturalistico—fatta da un gruppo multidisciplinare che includeva musicisti, geografi, studiosi di psicologia, videomakers e studenti internazionali, che alla fine a prodotto una performance multimediale. Una cosa andata avanti una settimana, molto impegnativa e faticosa, ma completamente fuori dalla logica del concerto da andare ad ascoltare e che ha coinvolto totalmente i giovani che vi partecipavano. E che, per mantenere alta l'attesa e il coinvolgimento, il prossimo anno non verrà ripetuta ma si avvicenderà con un'iniziativa completamente diversa!

NF: Si tratta di un esempio di quel che cerchiamo di fare da quando siamo anche organizzatori: creare situazioni coinvolgenti, non incentrate su grossi nomi e che progressivamente creino una comunità, un pubblico magari meno numeroso ma competente e più presente. Noi immaginiamo che in futuro, accanto a chi organizza i festival tradizionali, ci saranno altri organizzatori, consapevoli del loro ruolo di operatori culturali, impegnati a dar vita a cose di questo tipo.

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