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Musica sulle Bocche 2017

Mario Calvitti By

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Musica sulle Bocche 2017
Santa Teresa Gallura
31.8-3.9.2017

Giunto quest'anno alla sua diciassettesima edizione, il festival "Musica sulle bocche" che si svolge ogni anno alla fine dell'estate in Gallura sulle Bocche di Bonifacio, lo stretto di mare che separa la Sardegna dalla Corsica, è il più giovane degli appuntamenti musicali jazzistici estivi che si tengono sull'isola (tra i 5 Festival Jazz storici della Sardegna è l'unico nato nel nuovo millennio anziché negli anni '80), ma si è rapidamente saputo conquistare i favori di critica e pubblico con una programmazione sempre originale e stimolante, espressione diretta della visione musicale del suo direttore artistico, il sassofonista sardo Enzo Favata, che abbiamo recentemente intervistato.

Scorrendo il programma delle passate edizioni, colpisce la varietà e l'originalità delle proposte musicali, sempre attente alla qualità e lontane dai compromessi e dalle mode del momento, con uno spazio dedicato anche alla musica tradizionale sarda e internazionale. Un altro dei punti di forza della rassegna è sempre stato l'abbinamento di alcuni concerti con gli splendidi palcoscenici naturali offerti dal paesaggio locale; negli anni, i concerti all'alba sulla spiaggia Rena Bianca e al tramonto al faro di Capo Testa sono diventati appuntamenti fissi del Festival, cui si è aggiunto nelle ultimissime edizioni anche il concerto al tramonto a Cala Grande, suggestivo scenario naturale che quest'anno ha ospitato il concerto inaugurale della rassegna, con protagonista il messicano Murcof (nome d'arte di Fernando Corona). L'artista si è esibito in una performance di musica elettronica pilotando da un laptop una serie di sintetizzatori, ricollegandosi alla "Musica Cosmica" tedesca degli anni '70 (soprattutto Klaus Schulze e Tangerine Dream). Pubblico folto, attirato anche dalla bellezza della location, e rapito sull'onda dei suoni sintetizzati che ben sposavano la suggestione sonora a quella visiva del paesaggio circostante. Nonostante qualche concessione di troppo ai luoghi comuni del genere, la combinazione musica/ambiente ha funzionato bene.

Per il concerto serale il set è la piazzetta di S.Lucia, davanti alla chiesa omonima, sulla cui facciata ogni sera vengono proiettate le visioni digitali di Massimo Dasara in accompagnamento alla musica live. Tocca al sassofonista francese Thomas de Pourquery con i suoi Supersonic il concerto della prima sera. Il gruppo è una novità assoluta per l'Italia, un sestetto (due sassofoni, tromba e sezione ritmica) che cita direttamente Sun Ra tra le proprie principali influenze; il loro primo disco, Supersonic Play Sun Ra, era proprio dedicato alla musica del tastierista e bandleader americano, presente anche tra le tracce del nuovo lavoro Sons of Love che ha fornito il materiale per il concerto. La musica del gruppo, guidato con mano sicura e forte presenza scenica dal leader, il sassofonista Thomas de Pourquery, è un mix di generi e stili tra cui il jazz spaziale di Sun Ra, ma anche molto rock progressivo, evidente soprattutto nel lavoro della sezione ritmica, affidata al basso granitico di Frederick Gallay e alla batteria del pirotecnico Edward Perraud, sostenuti dalle tastiere di Arnaud Roulin. Su questa solida base si innestano i tre fiati, i sassofoni del leader e di Laurent Bardainne e la tromba di Guillaume Dutrieux, all'esordio assoluto col gruppo per aver sostituito all'ultimo momento l'annunciato Fabrice Martinez. Gli impasti sonori dei tre fiati sono l'elemento caratterizzante della musica della band, alternando armonizzazioni scritte a esplosioni free. L'impatto dal vivo è decisamente travolgente, trascinando il pubblico anche attraverso momenti più leggeri con i tre frontmen a intonare irresistibili coretti vocali che sorprendono l'ascoltatore con un continuo cambiamento di atmosfera. Una piacevole scoperta, e un gruppo di cui sicuramente sentiremo ancora parlare.

La seconda giornata si è aperta nel tardo pomeriggio con il concerto al Santuario campestre Buoncammino dedicato alla musica tradizionale giapponese, nello spazio che il festival normalmente concede alle tradizioni musicali di altri paesi. Protagonista la suonatrice di erhu (violino cinese a tre corde) e koto Miki Imai, nella cui musica convivono le tradizioni musicali di diverse culture, da quella cinese che sta alla base della stessa cultura giapponese, alla musica sudamericana (nel corso del concerto ha eseguito pure una composizione venezuelana), ed europea, con echi di musica gitana. Accompagnandosi con basi preregistrate, l'artista giapponese ha incantato il pubblico con le sue escursioni virtuosistiche nella world music universale, evidenziando i numerosi punti di contatto che esistono nella musica popolare anche in tradizioni geograficamente distanti fra loro.

Il programma della serata prevedeva due concerti, il primo dei quali affidato al trio di Filippo Vignato, giovane trombonista tra le migliori realtà del nuovo jazz italiano, accompagnato da altri due giovani musicisti, il francese Yannick Lestra al Fender Rhodes, e l'ungherese Attila Gyarfas alla batteria. La musica del trio è un flusso sonoro in continua evoluzione, in stretta simbiosi tra gli strumenti che collaborano attivamente e pariteticamente alla sua creazione, con il trombone necessariamente in primo piano e il suono elaborato elettronicamente un po' da tutti. Un ottimo esempio di jazz che guarda al futuro senza dimenticarsi del passato; il linguaggio jazzistico è sempre presente, ma trasfigurato dalla modernità dei suoni e della costruzione musicale, che ne rappresenta il principale elemento di novità. Stupisce particolarmente la maturità di Vignato, perfettamente padrone di uno strumento difficile come il trombone, e con una visione musicale molto ampia nonostante la ancor giovane età.

La serata è continuata con il trio del pianista Marcin Wasilewsky, di ritorno al festival dieci anni dopo aver partecipato quando ancora il gruppo formava la sezione ritmica del trombettista Tomasz Stanko. I tre musicisti polacchi suonano insieme da più di 20 anni, e proprio il periodo trascorso al fianco di Stanko li ha fatti conoscere al grande pubblico internazionale, guadagnando loro la fiducia di Manfred Eicher che ha prodotto i loro ultimi quattro lavori per la sua ECM. L'ultimo di questi, Spark of Life, pubblicato nel 2014, ha fornito il materiale per i brani eseguiti nel loro concerto. La musica dei tre è perfetta espressione del moderno piano trio, basato su un solido interplay, e un pianismo fluido che non perde mai di vista lo sviluppo melodico, di matrice tipicamente europea; gli standard della tradizione afroamericana sono assenti, sostituiti da "Message in a Bottle" dei Police e un tema di Krzystof Komeda dal film "Rosemary's Baby," e le composizioni sono per la maggior parte originali firmati dal pianista. Il set non riserva sorprese per chi già conosce la musica del trio, trascinante nel suo procedere, saldamente agganciata a un ritmo sostenuto dalla sezione ritmica che suona in maniera compatta e decisa. Un bel concerto, a conferma del talento del pianista e dei suoi compagni, ormai una realtà consolidata della scena jazzistica europea. Peccato che il maestrale levatosi nel corso della giornata abbia scoraggiato una parte del pubblico che non ha riempito la piazza come la sera precedente, obbligando gli organizzatori a spostare i concerti delle ultime due serate in teatro al coperto.

Il concerto pomeridiano del terzo giorno era dedicato alla musica della tradizione sarda, con l'esibizione del coro "Sos Cantores" provenienti dal paese di Cuglieri, già presenti in alcune passate edizioni del festival. Resosi indisponibile all'ultimo momento il santuario Campestre Buoncammino, sede inizialmente prevista, il coro (di quattro elementi più uno) si è spostato nell'atrio della locale scuola elementare dove ha presentato la prima parte del proprio concerto dedicata ai brani di carattere profano, muovendosi poi nella vicina chiesa di S. Lucia per la seconda parte con i cori di argomento religioso. Ogni brano era preceduto da una introduzione che ne descriveva le caratteristiche storiche e musicali, dando all'incontro con i cantori l'interessante aspetto di una lezione sulla tradizione corale tipica della regione.

Anche il programma della terza serata prevedeva un doppio concerto: apertura con il progetto di Roberto Ottaviano denominato "Trois Griòts," un viaggio musicale che parte dalle radici africane del jazz per arrivare alle sue forme più recenti, attraverso gli incroci con le altre culture incontrate lungo il percorso. Accompagnato da Giovanni Maier al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria, il sassofonista barese ha proposto un set molto intenso, dimostrandosi uno dei massimi specialisti europei del sax soprano, nel segno dei suoi numi tutelari John Coltrane (del quale ha riproposto "Spiritual") e Steve Lacy, ben coadiuvato da una ritmica salda ma flessibile che lo sostiene nelle sue improvvisazioni. Un ottimo concerto, un valido esempio di sintesi di varie correnti del jazz contemporaneo capace di mantenere coerenza compositiva e linearità esecutiva senza abbandonarsi alle facili derive del free.

La seconda parte della serata è stata appannaggio del padrone di casa, il sassofonista Enzo Favata, che ha presentato il suo più recente progetto, "Tangerine." Il nome, come ha spiegato lui stesso introducendo il set, è un voluto richiamo ai Tangerine Dream, tra i principali esponenti del rock elettronico-spaziale tedesco negli anni '70. Favata ne ha ripreso alcune sonorità tipiche dei sintetizzatori elettronici, utilizzandole come basi per la sua musica, un jazz di matrice etnica che ha sempre caratterizzato la sua produzione. Accompagnato dal suo quartetto sardo composto dal chitarrista Marcello Peghin, il contrabbassista Salvatore Maiore e il batterista Alessandro Cau (Sbiru), cui per l'occasione si è aggiunto come ospite il trombonista Vignato, Favata ha proposto un interessante e riuscito mix di elementi rock, jazz e world conditi con un pizzico di elettronica vintage (evidenti i richiami a Phaedra e Rubycon, due album tra i più popolari dei Tangerine Dream). I brani sono stati tutti composti appositamente per questo progetto (ad eccezione di "Jana," una delle prime composizioni del sassofonista ripescata per l'occasione) e hanno dato modo di apprezzare le qualità dei singoli musicisti oltre alla compattezza dell'insieme. Da sottolineare in particolare la chitarra elettrica di Peghin, autore di alcuni assoli psichedelici, gli interventi solistici del leader (memorabile un duetto del suo clarinetto basso col trombone), e la perfetta integrazione di Vignato, che ha così confermato il suo talento e la sua duttilità. Sicuramente un ottimo progetto, al quale auguriamo di trovare presto uno sbocco discografico.

L'ultima giornata del Festival si è svolta con i due appuntamenti ormai diventati tradizionali, iniziando con il concerto all'alba sulla spiaggia Rena Bianca. Protagonista ancora Roberto Ottaviano, questa volta accompagnato da tre dei suoi allievi, che ha presentato un omaggio al compositore americano Philip Glass per i suoi 80 anni, rileggendo alcune delle sue composizioni in un arrangiamento per quartetto di sassofoni curato dallo stesso Ottaviano, che si è ritagliato anche lo spazio per qualche improvvisazione al soprano. L'esibizione, che ha richiamato un pubblico abbastanza folto, ha accompagnato la transizione mattutina dalle tenebre alla luce fornendole una colonna sonora appropriata per un evento particolarmente suggestivo, sempre apprezzato dai presenti. Si è proseguito nel pomeriggio con il concerto del tramonto al faro di Capo Testa, altra località di richiamo turistico. Qui, in un palco naturale incastonato tra le particolari rocce granitiche che caratterizzano il paesaggio di questa parte dell'isola, si è esibito il giovane musicista argentino Sebastian Plano, esponente della corrente che mescola il neoclassicismo con l'elettronica, evoluzione contemporanea del filone musicale sospeso tra new age e ambient. Il giovane artista suona diversi strumenti, ma il principale è il violoncello, con il quale dà vita a melodie romantiche e malinconiche, utilizzando l'elettronica come sfondo o per elaborare creativamente il suono acustico del suo strumento attraverso l'uso di loops e delay. Musica di forte presa emotiva, capace di fondere i paesaggi sonori con quelli reali della location, per concludere il festival riallacciandosi idealmente al concerto di Murcof che l'aveva aperto tre giorni prima.

La serata era dedicata al Fringe, la rassegna dei giovani talenti selezionati tra numerosi nastri pervenuti agli organizzatori del Festival, in prevalenza gruppi e musicisti locali (ma ci sono state candidature provenienti anche dall'estero). I cinque set prescelti hanno avuto la possibilità di presentare i loro progetti artistici al pubblico del Festival in uno spazio di 20-25 minuti ciascuno; bisogna dire che la serata avrebbe beneficiato della sede all'aperto originariamente prevista, risultando il teatro un po' troppo penalizzante per alcuni dei set presentati. Abbastanza vario lo spettro delle proposte musicali; i primi due gruppi sono stati entrambi trii jazzistici chitarra-basso-batteria, il primo (Simone Faedda Trio) centrato sulla riproposizione di un bebop classico con un approccio strettamente aderente al linguaggio canonico che dimostrava una buona padronanza tecnica e conoscenza degli standard. Il secondo trio (Sofia Trio), che ha appena pubblicato il primo CD per la etichetta Dodicilune, ha presentato invece un jazz più moderno basato su materiale originale, comunque debitore della grande tradizione mainstream postboppistica. In mezzo ai loro set, spazio a un chitarrista e cantante, Alessandro Muresu, autore di un drone-folk vagamente psichedelico. Con gli ultimi due gruppi si è passati decisamente verso un territorio più rock, tendente al progressive nel caso degli Speechtones (anche loro un trio chitarra-basso-batteria), e a sonorità più dure, derivate da un certo punk, per gli Slim Fit, un quartetto che aggiunge il sintetizzatore al trio di base. Complessivamente la serata ha mostrato una scena musicale giovanile molto attiva e vitale, anche se non realmente innovativa, ma sinceramente mossa da entusiasmo e passione, che lascia ben sperare per il futuro.

Infine, sono da segnalare anche la mostra fotografica dedicata alle precedenti edizioni del festival, che ne ripercorreva la storia attraverso una selezione delle immagini scattate ad alcuni degli artisti che si sono esibiti nel corso degli anni, e la mostra di strumenti tradizionali da tutto il mondo, dalla collezione personale di Favata. Un ringraziamento finale e plauso speciale va all'organizzazione tutta, in particolare ai ragazzi dello staff che hanno contribuito alla riuscita della manifestazione affrontando e risolvendo tutti quei piccoli/grandi problemi tecnici e logistici che inevitabilmente si presentano nel corso di un Festival di questa portata. E naturalmente alle due colonne portanti del Festival stesso, Enzo Favata per la parte artistica e Enedina Sanna per quella organizzativa, cui si deve il successo della manifestazione nel corso degli anni, e che contiamo di ritrovare il prossimo anno con nuove sorprese.

Foto di Giulio Capobianco.

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