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Andrew Hill: Mosaic Select 23

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Non ho mai apprezzato i commenti improntati al compiaciuto elzeviro biografico, quelle melense narrazioni al limite dell’agiografia che tanto piacciono ai critici attempati e ai nostalgici del jazz dei tempi eroici, quando Mingus scazzottava con chiunque lo importunasse, Charlie Parker si imbottiva di stupefacenti, Billie Holiday di Whisky e Miles Davis maltrattava brutalmente i musicisti che lo accompagnavano.

Ho sempre pensato che il concentrarsi morbosamente sul jazz life-style, e sui luoghi comuni che da sempre lo tallonano, non abbia fatto altro che nuocere alla “reputazione” del genere, all’ascolto rigoroso e alla comprensione profonda di un fenomeno dalle notevoli implicazioni storico-sociali.

Tuttavia, di tanto in tanto, capita che l’arte si intrecci a tal punto con la vita spicciola, da rendere vano ogni tentativo di glissare e limitarsi al fatto musicale.

Conclusa la premessa metodologica (che vi autorizzo a liquidare come un tentativo maldestro di mettere la mani avanti), passiamo a quanto più ci interessa.

Siamo nell’estate del ’78. Conclusi e ormai lontani i giorni di gloria alla Blue Note, Andrew Hill si è ritirato in California, a Pittsburg, una ridente e cordiale cittadina della Bay Area. La necessità di lasciarsi alle spalle la brulicante New York, il posto in cui ogni artista - o quasi - vorrebbe vivere, è dettata da un evento tragico: qualche mese prima è stato diagnosticato alla moglie un male incurabile dal lungo decorso clinico.

Dalla “Grande Mela” alla tranquilla Pittsburg è un bel salto. Praticamente impossibile lavorare su progetti complicati o su collaborazioni continuative, Hill si concentra sulla dimensione austera del piano solo, esibendosi spesso in sale da concerto dedicate alla musica classica o in piccoli locali sparsi lungo la West Coast.

È durante questo esilio forzato che al pianista di Chicago si presenta l’occasione di una tre giorni di incisioni in solitaria nel vicino Fantasy Recording Studio di Berkeley, California. Il frutto meraviglioso di quelle tre sedute, tenutesi tra l’agosto e l’ottobre del ’78, è raccolto in questo cofanetto e reso disponibile per la prima volta nella sua interezza, dopo essere rimasto sepolto in un archivio alle Hawaii per quasi trent’anni (Soltanto “From California with Love” e “Reverend Du Bop”, nel terzo CD, avevano già visto la luce nel 1978, in un LP della Artists House).

Si tratta di una serie, quattordici per l’esattezza, di meditazioni raminghe, di introspettive riflessioni sulla propria arte, di concentrati e commoventi flussi di coscienza, di saggi delicati e dolenti sul mestiere dell’improvvisatore. Impossibile non vedere nella musica un diretto riflesso del recente vissuto: la moglie malata, la tranquilla vita di provincia, il forzato isolamento, la flessione e il rallentamento inevitabile dopo l’ubriacatura Blue Note, il triste ripensamento sul proprio passato e sulla propria ispirazione che coglie ogni musicista nei momenti bui dell’esistenza.

Pulsano e vibrano di viva emozione queste lente escursioni. Vi si leggono densi accumuli di fascinosa autoanalisi, profonde scansioni della propria anima restituite a cuore aperto. Certo, le ritmiche angolari di Monk, le imprevedibili evoluzioni di Bud Powell e il gusto per la pennellata di Art Tatum sono ancora ben evidenti, guide sicure al fianco di Hill, influenze metabolizzate e ormai fatte proprie. Come evidente è quel modo tanto personale di lavorare con la mano sinistra, quei bassi potenti e inquietanti, cupi e misteriosi. È ben altro, però, ciò che lascia esterrefatti al primo approccio: la musica è carica di un’ispirazione completamente diversa e altra, vi si scorgono esitazioni alla Bill Evans, insistenti richiami al lirismo dilatato di Paul Bley, numerose intromissioni dell’amato repertorio classico.

Avreste mai creduto di riuscire a “vedere” l’improvvisazione? Preparatevi all’impossibile, perchè l’impressione, ascoltando il fluire cristallino e puro delle note distillate magicamente dalle dita di Hill, è proprio quella di poter allungare le mani e sfiorare la magia della creazione istantanea, si ha quasi la certezza di averli davanti agli occhi e vederli muoversi quei misteriosi ingranaggi che guidano il pensiero del pianista lungo i sentieri imperscrutabili dell’arte. Sensuale, malinconico, dolcissimo, eppure imprevedibile, sorprendente, lontano da stucchevoli romanticismi o facili impressionismi, Hill si lascia completamente possedere dalla propria musa, non si pone limiti di indagine e insegue con estenuante pervicacia l’inesauribile fonte del proprio genio.

Inutile citare una traccia, superfluo indicare un approccio all’ascolto, sciocco sarebbe perdersi in sottolineature o tentare di raccontare quanto accade in un qualsiasi brano. Avvicinatevi disarmati, arrendetevi alla nuda bellezza e lasciatevi inondare. Soltanto un piccolo consiglio: ascoltatele una alla volta queste quattordici perle, non sovraccaricate la vostra attenzione, lasciate che ogni pezzo sedimenti lentamente prima di passare al successivo. Servirà tempo e pazienza, ma sarete abbondantemente ripagati.


Track Listing: CD 1 1. Moonlit Monterey - 16:00; 2. 17 Mile Drive - 12:20; 3. Gone With The Wind (A. Wrubel/H. Magidson) - 6:04; 4. I Remember Clifford (Benny Golson) - 4:28; 5. Moonlit Monterey - 9:00. CD 2 1. California Tinge - 11:43; 2. Napa Valley Twilight - 10:10; 3. Above Big Sur - 15:58; 4. An Afternoon In Berkeley - 12:12; 5. California Tinge - 24:35. CD 3 1. From California With Love - 20:00; 2. Reverend Du Bop - 18:39; 3. Pastoral Pittsburg - 10:57; 4. Pittsburg Impasse - 5:52. Tutte le composizioni sono di Andrew Hill.

Personnel: Andrew Hill (piano).

Title: Mosaic Select 23 | Year Released: 2007 | Record Label: Mosaic Records


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