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Momento di massima lucidità: intervista a Roy Paci

AAJ Italy Staff By

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L'Orchestra del Fuoco è una delle cose più belle, dopo la Banda Ionica, che ho avuto la fortuna di creare.
Roy Paci è straripante. Non si ferma mai, preso com'è dai suoi mille progetti, da iniziative di ogni genere e spinto dalla voglia di produrre contenuti musicali, ma non solo, sempre originali e pieni di carica espressiva. La sua nuova invenzione è l'Orchestra del Fuoco, un ensemble che sta riscuotendo diversi consensi tra pubblico e critica specializzata e che - a conti fatti - sarà per noi solo un pretesto per eplorare il mondo colorato e multiforme del trombettista siciliano. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci spiegare cosa c'è sui fornelli creativi della sua factory.

All About Jazz: Negli ultimi tempi ti sei stabilito nel Salento. C'è un motivo specifico?

Roy Paci:È stata una scelta che ho fatto due anni fa, dovuta soprattutto al voler vivere in maniera diversa, perché il Salento - e la Puglia in genere - sta vivendo un momento musicale molto importante, che spero possa sollecitare anche le altre regioni. Certo, è solo l'inizio, non sto dicendo che qui la vita degli artisti sia cambiata in maniera radicale, però in effetti qualcosa sta succedendo. Ho venduto la mia casa a Milano e quindi mi sono permesso di mettere su una vera e propria factory, con uno studio di registrazione tra i più grandi che ci sono in Italia e che può ospitare anche un'orchestra da quaranta elementi.

AAJ: Hai da poco costituito l'Orchestra del Fuoco. Ce ne vuoi parlare?

R.P.: È una delle cose più belle, dopo la Banda Ionica, che ho avuto la fortuna di creare. È una grande privilegio avere la possibilità di confrontarmi con questi ventisette musicisti incredibili. Alcuni di loro avevano sempre rifiutato l'idea dell'orchestra, perché a volte questa situazione viene vista un po' come una gabbia, perché il mischiarsi con troppi musicisti non ti permette di esprimerti con la massima libertà, mentre in questo caso ho avuto una grande fortuna, perché hanno tutti capito che si trattava di un'orchestra rivoluzionaria sotto certi aspetti, un'orchestra bizzarra, con un organico atipico formato da strumenti tradizionali con gli archi (il Vertere String Quartet) e una sezione fiati dirompente. Tra di loro ci sono dei veri fuoriclasse che rendono il tutto ai massimi livelli, come Guglielmo Pagnozzi e Vincenzo Presta, e altri dell'area balcanica.

AAJ: Il fatto che negli ultimi anni la tua figura si è vista spesso in TV, pensi che possa aver fatto scaturire nella critica specializzata una specie di pregiudizio nei tuoi confronti?

R.P.: Sì, soprattutto da parte di quella critica che definirei ghettizzante. La critica con i para-occhi, quella integralista. Ora non voglio assolutamente creare polemiche, però ci sono delle testate che hanno condannato le scelte di alcuni musicisti che per tanto tempo hanno suonato jazz e poi si sono trovati a interpretare brani di musica leggera, come nel caso di Stefano Bollani, che è proprio l'esempio di musicista talmente versatile che non trova più paragoni, ma non solo in Italia, anche all'estero. Questa avversione a occhi chiusi nei confronti di qualcuno che riesce a portare della musica di buona qualità all'interno di un programma televisivo come Zelig mi sembra un atteggiamento stupido, di una critica sterile che lascia il tempo che trova.

AAJ: Hai iniziato a suonare da piccolo nella banda comunale della città di Augusta. Le bande sono un patrimonio che per via dei tagli economici si sta perdendo. La tua sarà l'ultima generazione di musicisti che si formerà in questo modo?

R.P.: Sì, non ho molta speranza riguardo la sopravvivenza delle bande, soprattutto di quelle del sud Italia. Hanno una storia molto importante, hanno una funzione sociale specifica. A costo di critiche molto feroci nei miei confronti ho sempre detto che sono un laboratorio molto più interessante - soprattutto per i fiatisti - rispetto all'Accademia. L'Accademia può servire a formare un musicista, ma lì non c'è la possibilità di farlo confrontare in tempo reale con il pubblico, mentre con la banda c'è un contatto diretto con chi ti ascolta anche perché si è realmente vicini dal momento che non c'è un palco che divide. Mettersi a dieci anni a dura prova - perché le bande seguono processioni religiose anche di nove ore - è il modo migliore per formarsi e avere poi la possibilità di crescere in qualsiasi conteso musicale. Io mi sono confrontato con diversi stili sempre con disinvoltura, proprio perché l'approccio e la tecnica erano formate attraverso un'esperienza importante e diretta.

AAJ: I musicisti siciliani sono stati tra i padri fondatori del jazz. Ti senti in qualche modo parte di questa tradizione?

R.P.: Certo, mi sento anche un figlio di musicisti storici. Prima della sua scomparsa ho suonato con uno dei più grandi siciiani che ha fatto la storia del jazz come Tony Scott, al secolo Antonio Sciacca, uno dei più grandi clarinettisti e vocalist scat del Mondo. Quando ero a casa sua mi parlava di aneddoti meravigliosi vissuti con Billy Holiday e Charlie Parker. Devo dire che è stato fondamentale conoscerlo e capire quanto i siciliani hanno fatto nella storia del jazz. È importante tenere calda la tradizione per potersi proiettare in un futuro più innovativo.

AAJ: Hai collaborato con una nutruta serie di musicisti, c'è ancora qualcuno con il quale ti piacarebbe farlo?

R.P.: Mi piacerebbe prestare la mia opera a un personaggio come Tom Waits. Penso che sia un grandissimo artista, un musicista con una visione musicale larghissima. Spesso ha coinvolto dei jazzisti facendo delle scelte sempre appropriate; a volte si pensa che il tecnicismo metta in risalto il vero virtuoso dello strumento, invece Waits ha utilizzato musicisti che magari non hanno una grandissima tecnica, ma quando suonano non perdono un colpo, sono delle sicurezze con le quali potresti suonare all'infinito.

AAJ: Che ci dici dei tuoi colleghi trombettisti?

R.P.: Reputo Dave Douglas il miglior trombettista vivente, in assoluto. Mi provoca delle emozioni incredibili, nonostante lui faccia le persona normale e cerchi di sdrammatizzare. Rimango sempre affascinato dal suo suono, lui si ispira molto al mood del sud Italia, alla drammaturgia forte dei sud del Mondo.

AAJ: Il tuo modo di suonare, così intenso ed esuberante, quanto rispecchia il tuo carattere?

R.P.: Sì, rispecchia la mia ferocia (ride, ndr). Il mio è un modo volgare, mi reputo un trombettista bastardo che si butta in qualsiasi tipo di situazione senza considerare se si tratta di jazz, balcanica o altro. Con questo atteggiamento - sono trentadue anni che suono la tromba - ho capito che arriva tutto dall'improvvisazione. L'improvvisazione sta alla base di tutto, è una sorta di composizione in tempo reale, ci vuole un atteggiamento disinvolto, audace, coraggioso. Questa è la mia attitudine, un po' selvaggia.

AAJ: Nel comporre la tua musica a quale elemento dai maggiormente importanza?

R.P.: Il ritmo e la melodia nascono insieme, in maniera sinergica, devo solo capire poi come poter sviluppare soprattutto la parte ritmica in base al progetto che intendo realizzare. Una cosa è scrivere per l'Orchestra del Fuoco, un'altra e realizzare cose con gli Aretuska. Sono sempre soluzioni che escono fuori in maniera spontanea.

AAJ: Con gli Aretuska sei fermo a Latinista del 2010, c'è qualche nuova iniziativa in programma?

R.P.: Vorremmo realizzare un disco prima dell'estate. Ci stiamo lavorando, anche perché si partirà in tour. Poi sto lavorando molto con l'Orchestra del Fuoco, perché ha suscitato molto clamore e ricevuto attenzione anche da parte di Peter Gabriel.

AAJ: A proposito di dischi, è risaputo che sei un collezionista.

R.P.: Sono felice perché si sta nuovamente attivando il circuito degli scambi di vinile. Sono un maniaco in tal senso, sono un collezionista, ho circa ottomila vinili e ventimila CD a casa. Il vinile sta trovando una seconda vita, anche se in realtà si stanno rialzando un po' i prezzi, fino a due anni fa si compravano a tre euro, ma io sono un fissato anche di un certo tipo di ascolto e quindi ho una catena di sorgenti per l'ascolto in casa, compreso il giradischi.

AAJ: Tra le mille cose che fai trovi il tempo di collaborare anche con molte associazioni benefiche.

R.P.: Io e il mio collettivo dell'Etnagigante dedichiamo tutto il nostro tempo a quello che facciamo, vivendo in un mondo parallelo a quello che possiamo definire show businness, quindi dalle sette del mattino fino a mezzanotte lavoriamo tutto il giorno alla musica. Non ho tempo da perdere per gli aperitivi o cose simili, non me ne importa niente. Dormo cinque ore a notte, mi bastano per sopravvivere, sto vivendo il mio momento di massima lucidità, i miei quarant'anni mi rendono perfettamente in linea con tutto ciò che mi circonda. Non faccio una vancanza dal 2002, me ne rendo conto, qualcuno mi dice che sto dedicando troppo a quello che faccio, ma la vancanza vera significa prendersi un mese di pausa, ma io mi diverto anche quando vado in giro, scendo dal palco e mi faccio un bel bicchiere di vino rosso insieme alla gente e sto in pace con me stesso.

Foto di Claudio Casanova (la prima e la terza).

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