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Mission Formosa: un ponte tra Italia e Taiwan

Mission Formosa: un ponte tra Italia e Taiwan
Angelo Leonardi By

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All About Jazz Italia: Iniziamo dal nome del progetto. Avete scelto di riesumare il nome Formosa, dato all'isola (oggi Taiwan) dai navigatori portoghesi per la sua bellezza. C'è un legame con la ricerca melodica e la purezza delle forme che avete impresso nella vostra musica?

Giuseppe Bassi: La scelta del nome è dovuta in primo luogo a un fattore poetico. La bellezza è qualcosa che accomuna Taiwan e l'Italia sia per motivi naturalistici che storici. Purtroppo la condivisione di questa bellezza attraverso le relazioni sociali è seriamente ostacolata da un'informazione italiana ed europea che ha quasi del tutto cancellato le notizie sull'isola e quel poco che filtra è distorto. Mi sono reso conto di questo dopo il matrimonio con una taiwanese: ad esempio la rivolta con spargimento di sangue dello scorso anno è stata trattata come una semplice protesta.
Attraverso il linguaggio universale del jazz, che l'Unesco ha riconosciuto patrimonio dell'umanità, il nostro progetto intende anche svolgere una funzione culturale ed etica, tesa a superare le barriere sulle relazioni diplomatiche con Taiwan. Portare sul palcoscenico la bandiera rossa col sole blu di Taiwan, vuol dire far conoscere al pubblico occidentale cos'è Taiwan, la sua bellezza e i suoi aspetti sociali e culturali. Mission Formosa non è solo un gruppo musicale. Vuol superare le barriere della disinformazione e dell'informazione tendenziosa.

AAJI: Come spieghi tutto questo?

G.B.: Credo sia dovuto all'enorme potere economico e politico che la Cina ha assunto e che interferisce pesantemente con le relazioni tra i paesi europei e Taiwan. In un certo senso, il nostro progetto è influenzato anche da questo e ci ha portato a instaurare la primissima relazione musicale con i jazzmen attivi in quel Paese. Anche per rimarcare il loro alto valore sociale e civile. Taiwan non è solo un'isola bellissima ma è una piena democrazia con un alto livello civico e un alto senso della libertà.

AAJI: Ci puoi raccontare brevemente com'è nato il progetto Mission Formosa?

G.B.: Dopo il matrimonio, circa tre anni fa, mi sono trasferito per un periodo a Taiwan ed ho cercato subito di entrare nel tessuto musicale. Mia moglie è contrabbassista classica e grazie a un suo amico ho conosciuto i jazzisti taiwanesi. Tutti molto giovani perchè il jazz è entrano nell'isola molto tardi e loro sono la prima generazione che lo suona professionalmente. Ho iniziato così a suonare nei club, stringendo amicizie e relazioni con quei musicisti che -secondo me -rappresentavano meglio questo linguaggio. Forse non i più bravi ma sicuramente i più appassionati, capaci di swingare e sentire il blues dal di dentro. Con loro è nato un primo quartetto, ovvero io e tre musicisti taiwanesi. Due anni fa, tornando in Italia, ho pensato di coinvolgere Gaetano Partipilo e Francesco Lento. Poco dopo e siamo ripartiti per l'isola e in sestetto ci siamo esibiti in varie rassegne, tra cui il Taipei Jazz Festival, il più importante.

AAJI: A questo proposito sentiamo il parere del sassofonista Shen Yu Su. Come sei entrato in questo progetto e come ti ci trovi?

Shen Yu Su: Ho conosciuto Giuseppe perche sua moglie è stata mia compagna di classe al liceo. Dopo dieci anni che non ci vedevamo mi scrisse una mail dicendomi che Giuseppe, suo marito, voleva conoscere musicisti di jazz di Taiwan. Così ci siamo incontrati e abbiamo cominciato a suonare nei club assieme ad altri jazzmen locali. Prima di allora non conoscevo nulla dell'Italia ma poi ho conosciuto altri musicisti del vostro Paese e sono stati un grande stimolo per me.

AAJI: Dal tuo punto di vista, come pensi abbia influito la differenza culturale -lingua, usi e costumi -nella vostra musica?

S.Y.S.: Io non conosco molto l'inglese e quasi niente l'italiano ma comunichiamo benissimo con il linguaggio del jazz in quanto abbiamo modelli comuni e condividiamo l'amore per tanti artisti che hanno fatto la sua storia. Da questo punto di vista non ho trovato quindi alcuna difficoltà, anzi è sempre un'esperienza nuova e stimolante.

AAJI: La tua è la prima generazione di jazzmen taiwanesi. Come è nato l'interesse per questa musica?

S.Y.S.: Prima della mia generazione ci sono stati alcuni jazzisti precursori a Taiwan ma erano pochi. Io ho inizato a studiare musica subendo un po' l'influenza famigliare, in quanto mio papà è un ingegnere del suono. All'inizio ho studiato pianoforte ma poi sono passato al sassofono perchè mi piaceva molto Kenny G (ride...) ma poco dopo è stato di disco Art Pepper Meets the Rhythm Section a determinare la mia svolta. Art Pepper mi ha colpito profondamente ed è ancora il sassofonista che amo di più.

AAJI: Una domanda per Kuan Liang Lin, la batterista della formazione. Come ti trovi in questo contesto?

Kuan Liang Lin: A Taiwan il jazz è ancora una cosa nuova e non ho avuto molte occasioni di suonare con jazzmen occidentali. Suonare con i musicisti italiani è molto creativo ma ho sempre un po' di tensione perchè c'è bisogno di molta energia. Però mi piace molto perchè la loro fantasia è stimolante. Mi trovo sempre di fronte a sorprese che non mi aspetto. A Taiwan ho collaborato con musicisti giapponesi che trovo molto disciplinati e tecnicamente preparati ma non hanno il feeling degli italiani, che sono molto passionali.

AAJI: Torniamo a Giuseppe Bassi. Com'è stata l'accoglienza del pubblico taiwanese?

G.B.: Piena di curiosità. Per fare un esempio abbiamo suonato al festival di Taipei di fronte a tremila persone sotto un diluvio, con il pubblico che è rimasto seduto, riparandosi alla meglio con ombrelli e k-way. In 27 anni di carriera non avevo mai visto una cosa simile. Noi non siamo nomi conosciuti a Taiwan eppure tutti sono rimasti ad ascoltare. Purtroppo in Italia questa curiosità s'è persa e la gente partecipa soprattutto se c'è il nome importante.

AAJI: A grandi linee, il vostro stile di riferimento è il modern mainstream. È stata una scelta spontanea o dovuta al desiderio di trovare un terreno comune?

G.B.: È stata una scelta del tutto spontanea. Abbiamo scoperto di avere affinità a livello di composizioni, di ascolti e nei modelli di riferimento. C'è poi il fattore umano che incide, come la presenza della batterista Kuan Liang, che è brava e infonde freschezza e serenità. Abbiamo appena inciso il secondo disco in analogico, senza possibilità di correggere gli errori, e la sua presenza è stata determinante nel placare le tensioni. Stessa cosa dal punto di vista musicale, per la flessibilità e la fantasia che pone nel drumming.

AAJI: Poi avete un'altra presenza femminile, la pianista YuYing Hsu...

G.B.: Lei è stata presente nel nostro primo disco ma ora ha lasciato il gruppo per altri impegni con la sua etichetta discografica. Ora c'è un pianista che si chiama Tseng Tseng-Yi ed ha come nome d'arte Mike Tseng. È un sostituto importante, il vincitore dell'ultimo Golden Melody Award.

AAJI: Restiamo in tema femminile. È consistente la presenza delle donne nella scena jazz di Taiwan?

G.B.: Si, decisamente. Soprattutto se consideriamo le dimensioni dell'isola, che è poco più grande della Sardegna ed ha 25 milioni di abitanti. La percentuale di musicisti è molto alta e quella delle donne elevatissima. Ad esempio nelle loro orchestre sinfoniche c'è predominio femminile non solo nelle sezioni dei violoncelli o dei violini ma anche in quella dei contrabbassi. Per quanto riguarda il mondo del jazz accade l'inverso che in Italia, dove abbiamo moltissime cantanti e poche strumentiste, soprattutto per quanto riguarda batteria, contrabbasso e sassofoni. Questo è dovuto al sistema educativo, che privilegia lo studio della musica dalla scuola elementare all'università. Anche qui accade l'inverso che in Italia.

AAJI: Avete avuto difficoltà a conciliare le differenze culturali?

G.B.: Assolutamente no, ci siamo innamorati delle nostre diversità. La passione che i taiwanesi hanno per l'Italia e gli italiani ci ha addirittura contagiato, incrementando un po' di orgoglio.

AAJI: Quali sono gli aspetti del jazz di Taiwan ad averti maggiormente colpito?

G.B.: La loro disciplina, il rispetto per lo strumento musicale e quindi la preparazione tecnica. Tutti quelli che suonano hanno studiato il loro strumento a dovere, hanno un rapporto serio con la musica. A questo aggiungo la puntualità negli impegni presi. Da noi, in Italia, troviamo una minore distinzione tra chi suona professionalmente e chi lo fa per piacere, a volte per hobby. Questo per le ragioni che dicevo prima sulla didattica.

AAJI: Hai avuto difficoltà a entrare nell'ambiente musicale dell'isola?

G.B.: No, perchè a Taiwan sono molto ospitali, aperti alle novità e curiosi nei confronti degli europei.

AAJI: Nel vostro disco c'è un brano ("Zhong Kui Blues") dal preciso riferimento a una figura mitica del folklore di Taiwan. Una sorte di cacciatore di demoni. Ce ne vuoi parlare?

G.B.: Zhong Kui è una figura mitica che in qualche modo ha curato alcune mie turbe infantili, legate alla paura di dormire al buio. Certi condizionamenti infantili sui fantasmi o il diavolo a volte mantengono il loro potere. Nelle loro case l'immagine di Zhong Kui è sempre presente, una sorta di San Michele Arcangelo con la spada vestito da samurai che sottomette un altro essere. Entra nei sogni delle persone e li protegge dai fantasmi che non li fanno dormire.
Mai nessuno prima d'ora gli aveva dedicato un brano musicale e io l'ho composto al pianoforte durante una notte di black out per esorcizzare la paura. Il titolo si è aggiunto un anno dopo a Taiwan, dopo aver conosciuto il mito di Zhong Kui. Benny Golson dopo averlo ascoltato dal vivo ha voluto lo spartito e l'ha preso nel suo repertorio. Con mio grande piacere ovviamente.

AAJI: Parliamo del disco che avete appena inciso. Mi dicevi che vorresti chiamarlo Kind of Blue...

G.B.: La discussione tra noi è aperta e non è sicuro che accadrà. Kind of Blue rappresenta al massimo l'idea di libertà nel jazz. Il nome vuol sottolineare un aspetto che resta centrale in questa musica, che oggi è in perfetta salute e continua a cercare nuove strade, a dispetto di quanto pensano alcuni critici. Questi dimenticano che la creatività non riguarda solo i nuovi stili ma si trova soprattutto nell'interpretazione. Guardiamo la musica di Bach. Le interpretazioni di Glenn Gould e di Arturo Benedetti Michelangeli sono profondamente diverse: non è creatività questa? E in questo caso parliamo di musica scritta, figuriamoci il jazz che ha una forte componente improvvisata. Per me utilizzare il titolo Kind of Blue vuol avere questo significato ma come ho detto non abbiamo ancora deciso.

AAJI: Oltre a quella del pianista ci sono altre variazioni in organico?

G.B.: Quella è l'unica variazione. I brani sono ancora una volta originali, scritti da tutti noi, e sono molto soddisfatto.

AAJI: In che direzione pensi si possa sviluppare il jazz grazie all'incontro con culture per le quali è ancora una novità?

G.B.: Sicuramente lo stimolo è lo stesso che affascinò Coltrane quando elevò il jazz alla spiritualità. Per restare al nostro disco mi viene in mente che c'è un brano molto spirituale che abbiamo voluto dedicare al Dio comune e che abbiamo suonato con particolare veemenza quasi a voler spingere l'incenso -elemento che troviamo in tutte le religioni -fino al cielo. In questa prospettiva abbiamo ripreso delle sonorità tipiche dell'antica cultura musicale cinese, che a Taiwan è ancora ben conservata. Lo stimolo comunque è enorme perchè anche i jazzmen taiwanesi hanno studiato la musica classica cinese ed i suoi elementi costitutivi -compostezza, bellezza interiore, sacralità -saranno fattori di sempre maggior importanza.

AAJI: Vorrei terminare sentendo brevemente le impressioni di Gaetano Partipilo. In questo progetto sei quello che introduce le maggiori alterazioni rispetto al clima melodico dominante...

Gaetano Partipilo: Rispetto agli altri sono quello più pazzerello ma credimi non lo faccio apposta...

AAJI: Che impressioni trai da questa esperienza?

G.P.: Intanto nel gruppo mi trovo benissimo. Nonostante la differenza geografica e culturale abbiamo un ottimo accordo e mi sento come in famiglia. L'anno scorso abbiamo suonato a Taiwan ed ho avuto un'impressione bellissima, in primo luogo del pubblico che è affamato di musica, cultura e arte in generale. Oggi l'Asia è una nuova frontiera per il jazz e la musica occidentale in generale, perchè rappresentano stimolanti novità e suscitano interesse. Per quanto ci riguarda entrano in un tessuto culturale da tempo molto disponibile verso l'arte italiana, soprattutto classica.

AAJI: Per quanto riguarda i musicisti?

G.P.: La preparazione tecnica è elevata. Ci sono ottimi musicisti classici ed anche nel jazz stanno crescendo rapidamente. Ci troviamo spesso di fronte a musicisti di alto livello, che hanno studiato in Europa. I ragazzi del nostro gruppo si sono perfezionati tutti a Bruxelles. Siamo davvero in piena globalizzazione.

AAJI: C'è un tuo pezzo nel nuovo disco?

G.P.: Ci sono due brani miei. Il primo è un pezzo veloce, di stampo modale, che ricorda un po' le cose che faceva Coltrane nei primi anni sessanta. L'altro è un pezzo con temi dispari con due sezioni in 7/4 e 13/8, dove ho creato un po' di noie al gruppo ma ovviamente è filato tutto liscio.

Foto
Danilo Codazzi.

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