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Steve Lehman: Mise en Abîme

Luca Canini By

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È successo tutto piuttosto in fretta: da giovane promessa a venerato maestro. Un'ascesa irresistibile quella di Steve Lehman, un'esplosione assordante. Qualche anno e una manciata di dischi sono bastati per farlo entrare nel novero dei grandissimi del jazz che conta (quello che guardando al passato si proietta verso il futuro: il resto è tempo più o meno perso).

Nel 2007 il meraviglioso Manifold, pubblicato dalla sempre attenta Clean Feed, ne segnalava lo smisurato talento; due anni dopo il folgorante Travail, Transformation and Flow, uscito per la Pi Recordings, teneva a battesimo la sua creatura più ambiziosa e stupefacente: l'ottetto assemblato ampliando i ranghi della formazione a cinque immortalata su On Meaning. Un passo in avanti degno del gigante di coltraniana memoria, un capolavoro, giustamente e globalmente celebrato, che da troppo tempo attendeva un seguito all'altezza.

Seguito per il quale il 36enne sassofonista newyorchese si è preso tutto il tempo che serviva. Cinque anni durante i quali ha composto e arrangiato, provato e messo a fuoco le intenzioni, levato il superfluo e addensato il necessario. Il risultato, Mise en Abîme, lascia di nuovo a bocca aperta.

Per la purezza cristallina dell'ispirazione, per l'urbana modernità e la potenza del suono, per il rigore matematico con il quale la musica si srotola implacabile, per la tagliente complessità delle partiture e l'incredibile concezione ritmica, per il guizzare entusiasmante di riferimenti e rimandi ai giganti della sperimentazione formale, quella basata su un concetto rivelatosi poi determinate per il jazz del terzo millennio: alla totale assenza di strutture non corrisponde per forza il massimo grado di libertà.

Andrew Hill, George Russell, Eric Dolphy, Anthony Braxton e Jackie McLean (dei quali Lehman è stato allievo), George Lewis, Henry Threadgill (vi dice niente la presenza della tuba di Jose Davila?), Steve Coleman (e la tromba di Jonathan Finlayson? Un caso?): difficile immaginare un albero genealogico con un maggiore tasso di nobiltà; difficile pensare a una musica dal sangue più blu di quella che palpita nei quaranta minuti scarsi di Mise en Abîme. Musica pervasa da una tensione spasmodica, da un'urgenza elettrizzante.

Pochi secondi di "Segregated and Sequential" e ci si ritrova catapultati nell'universo a dimensioni multiple di Lehman, una realtà nella quale i punti di riferimento sfuggono, il beat si scompone, le linee melodiche si sovrappongono e si intersecano. La voce dominante è quella del contralto, sorretto dal contrabbasso di Drew Gress e dalle pulsazioni proteiformi della batteria di Tyshawn Sorey (immenso). Al vibrafono di Chris Dingman spetta il classico ruolo di elemento straniante, voce aliena che si diverte a contrappuntare con accordi stridenti e note affilatissime. Il resto della band lavora sui temi, sugli accenti: frasi che si sfilacciano, passaggi pulviscolari, improvvisi crescendo. Il tutto per un disegno architettonico genialmente e glacialmente lucido. Eppure coinvolgente, epidermico.

Un miracolo? Più o meno. Di certo musica che racconta del jazz di ieri, di oggi e soprattutto di domani. Cartoline dal passato-presente-futuro come la bruciante "13 Colors," la tentacolare "Glass Enclosure Transcription" e la schizofrenica "Beyond All Limits," un titolo che è una dichiarazione d'intenti. Oltre tutti i limiti. Che altro aggiungere?

Track Listing: Segregated and Sequential; 13 Colors; Glass Enclosure Transcription; Codes: Brice Wassy; Autumn Interlude; Beyond All Limits; Chimer/Luchini; Parisian Thoroughfare Transcription.

Personnel: Steve Lehman: alto saxophone, electronics; Mark Shim: tenor saxophone; Jonathan Finlayson: trumpet; Tim Albright: trombone; Chris Dingman: vibraphone; Jose Davila: tuba; Drew Gress: bass; Tyshawn Sorey: drums.

Title: Mise en Abîme | Year Released: 2014 | Record Label: Pi Recordings


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