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Metastasio Jazz 2016

Neri Pollastri By

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Metastasio Jazz 2016
Prato
Varie sedi
5-29.2.2016

Appuntamento tra i più prestigiosi e attesi della Toscana centrale, Metastasio Jazz anche quest'anno ha proposto un cartellone di tutto rispetto, affiancando agli spettacoli principali -quattro date nei lunedì di febbraio -anche Met Jazz Off, concerti e conferenze la domenica mattina, oltre a due prologhi: il primo venerdì 5 febbraio, con il solo di Piero Delle Monache a sax tenore ed elettronica, il secondo il giorno successivo, "fuori sede" al Pinocchio Live Jazz di Firenze, con il duo di Gianluca Petrella e Gabrio Baldacci.

Dopo la presentazione domenicale dell'originale libro di Franco Bergoglio "Sassofoni e pistole." Storia delle relazioni pericolose tra jazz e romanzo poliziesco, il programma concertistico è partito subito con il botto: con la collaborazione di Musicus Concentus e Network Sonoro, di scena al Teatro Metastasio Monk's Casino di Alexander von Schlippenbach. Un concerto davvero unico, che ha racchiuso in poco più di un'ora buona parte della settantina di composizioni di Thelonious Monk, ora raccolte in brevi suite, ora accennate qua e là, ora eseguite in forma semi-integrale. Sempre, comunque, rilette a là von Schlippenbach, con libertà e ironia, subitanei mutamenti dinamici e iconoclastia, da un lato tradendo lo spirito geometrico di Monk, dall'altro rispettandone il gusto per la sorpresa e l'approccio sghembo. Insomma, uno dei pochi modi possibili di rileggere in modo personale la sua musica senza lasciare l'amaro in bocca. A ciò si aggiunga il fatto che i cinque musicisti hanno messo contemporaneamente in scena un divertito e surreale teatrino gestuale -nel quale è spiccato sugli altri Rudi Mahall, al clarinetto basso -e si capirà perché il vasto pubblico se ne sia andato più che soddisfatto.

Davvero notevole il concerto della domenica mattina successiva, il solo per basso a sette corde di Daniele Camarda. Una performance del tutto inusuale, nel corso della quale l'artista ha da un lato condotto una raffinata ricerca sulle corde, in stile chitarristico, dall'altro elaborato suoni al computer, autocampionandosi a più livelli. In questo modo Camarda ha prodotto un caleidoscopio di note con un costante cangiamento di atmosfere, realizzando una serie di pezzi da una dozzina di minuti ciascuno, estremamente frastagliati e liberi, ma sempre coerenti e godibili, mai troppo astratti. La grande suggestione data dai colori e dal prezioso lavoro di dettaglio sulle corde ha decisamente conquistato il pubblico, cosa non facile per un progetto di questo genere. Il secondo concerto del lunedì si è svolto al Teatro Fabbricone e ha visto di scena il duo di Fabrizio Puglisi e John De Leo. Due musicisti dai quali non ci si può che attendere proposte originali e che infatti anche in questa occasione hanno mostrato tecnica e fantasia, oltre a una grande intesa, operando costanti invenzioni e raggiungendo in alcuni momenti -in particolare quelli in cui il vocalist agiva in crescendo, fino a raggiungere sonorità evocative -grandi livelli di coinvolgimento e suggestione. Il limite è parso essere la non completa compatibilità tra gli stilemi prevalenti di De Leo -volutamente discontinui e frammentari, forse un po' troppo pensati in termini di virtuosismo -e il raffinato approccio alla tastiera di Puglisi: un contrasto marcato, non semplice da rendere virtuoso e che infatti in alcuni momenti è parso penalizzante.

La domenica successiva spazio a una conferenza del Direttore Artistico Stefano Zenni, a tema il precoce arrivo del jazz in Europa. Tra dotti riferimenti storici e ascolti, sorprese inattese e gustosi filmati d'epoca, il pubblico -piuttosto numeroso vista l'ora e il genere di evento -ha avuto modo di divertirsi quanto a un concerto, come dimostra il fatto che sia rimasto inchiodato alle sedie ben oltre le tredici, a scapito del pranzo domenicale.

Il giorno successivo, di nuovo al Teatro Fabbricone e ancora una proposta dissacrante: la formazione del batterista catanese Francesco Cusa "Skrunch", The Assassins, un quartetto senza basso, con la tromba di Flavio Zanuttini, il sax tenore di Giovanni Benvenuti e l'organo Hammond di Giulio Stermieri. Musica difficilmente etichettabile, come spesso succede con Cusa, che presentava assieme atmosfere ticapicamente elettriche e frammentarietà da free jazz, passaggi materici e momenti caotici un po' astratti, grande energia e spirito iconoclasta, il tutto amalgamato da molta improvvisazione e condito dalla ben nota, tagliente ironia di Cusa, autore anche di libri altrettanto dissacranti. Serata assai stimolante, anche se, per ottenere una pietanza più sapida, nel pentolone qualche ingrediente forse andrebbe aggiustato.

Prima del concerto finale di lunedì 29 febbraio, vera festa che ha visto in scena assieme il quartetto di Fabrizio Bosso e l'ensemble di fiati di Paolo Silvestri (ospite inatteso Nico Gori), la domenica come ultimo concerto off si è esibito in piano solo Francesco Maccianti, quasi un'istituzione per la musica jazz fiorentina. In scaletta composizioni dello stesso pianista, più un paio di standards poco frequentati, il tutto su una cifra di classica eleganza, senza "effetti speciali" e tuttavia di prodigiosa espressività. Maccianti ha inanellato brani ora lirici e commoventi, ricchi di variazioni armoniche e dinamiche, ora più eterei, ora ritmici ma cangianti, cosparsi di virtuosismi o riff ossessivi. Con molto controllo, ma altrettanto pathos drammaturgico, dovuto al sempre inatteso andamento del piano. Un concerto davvero notevole, di classe superiore, per un pianista schivo che meriterebbe maggiori attenzioni dalla critica nazionale.

Foto
Marco Benvenuti
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