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Mary Halvorson: Meltframe

Stefano Merighi By

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Il primo disco di Mary Halvorson in solo sancisce la piena maturità acquisita dalla chitarrista bostoniana.

Un'artista che folgora immediatamente oppure insospettisce, che appare come un'apprendista sempre in fase di studio oppure come una razionale dispensatrice di finezze da tempo metabolizzate.
Fin dalle prime sortite in trio, o in gruppi più numerosi, il suo sound cattura per quelle note sibilanti come colpi di revolver, dall'effetto quasi comico, ottenuto miscelando con il tempo giusto il pedale del delay con un altro dispositivo, più espressivo. È un sound che riesce, nello stesso tempo, a deformare una frase o a smorzarla d'improvviso. Un trucco che può formare una poetica.

È il caso di Mary Halvorson, che ovviamente sa offrire molto di più all'ascoltatore: una capacità sorpredente di reagire alle improvvisazioni di gruppo, un'ostinazione melodico-ritmica ereditata dal suo mentore Joe Morris, una bella predisposizione alla leadership, una serietà austera maturata negli emsemble di Anthony Braxton.

Meltframe si inserisce in una linea di dischi per chitarra sola che da Derek Bailey arriva a Marc Ribot, passando per Fred Frith. E, come in quei casi, i risultati ci paiono altissimi, raggiunti quasi con un distacco dalla chitarra come mero strumento, con l'intenzione invece di renderla veicolo per una musica anti accademica e anti virtuosa.

Il percorso comprende dieci studi su altrettante composizioni altrui, sia di repertorio che contemporanee.
L'attacco duro, denso di staccato, elettrico/distorto, riservato a "Cascades" di Oliver Nelson, può ben sintetizzare l'atteggiamento di Halvorson come interprete, che spoglia letteralmente i brani dai loro connotati originari, non negandoli, trasfigurandoli invece in una riappropriazione "sentimentale." "Blood," di Annette Peacock, mostra le tracce della formazione classica di Mary, subito posta in contrasto con la tecnica del tremolo, che diventa cifra espressiva in tutto l'album (anche in "Cheshire Hotel" di Noel Akchoté, o in "Aisha" di McCoy Tyner).
L'ornettiana "Sadness" inizia invece come un'accordatura dello strumento, che subito simula un lirico canto di steel-guitar, nostalgico e affranto. Ma ci sono momenti più lineari, dove l'arpeggio sale in cattedra; e melodici, come nel caso nella versione più esplicita di uno standard, "Ida Lupino" di Carla Bley.
Laconica e assorta la versione dell'ellingtoniana "Solitude," esplosiva invece nelle sue varianti interne "Platform," un tema di Chris Lightcap.
La degna chiusura spetta a "Leola," magnifico pezzo di Roscoe Mitchell che apriva Nine to Get Ready.

Track Listing: Cascades; Blood; Cheshire Hotel; Sadness; Solitude; Ida Lupino; Aisha; Platform; When; Leola.

Personnel: Mary Halvorson: guitar.

Title: Meltframe | Year Released: 2015 | Record Label: Firehouse 12 Records

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