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Massimo De Mattia: la libera ricerca musicale

Massimo De Mattia: la libera ricerca musicale
Angelo Leonardi By

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Tra i flautisti italiani dediti alle musiche extracolte, Massimo De Mattia si distingue non solo per l'alta qualità artistica ma per la scelta di operare stabilmente nell'universo della libera improvvisazione. Una definizione che De Mattia trova impropria e che preferisce sostituire semplicemente con «musica contemporanea». Come dice in quest'intervista è una musica: che si rivela, si dipana e consuma totalmente ora, adesso e mai più. Possiamo parlare di un gesto sonoro che quasi anticipa il pensiero.

Nato a Pordenone all'alba degli anni sessanta, De Mattia è giunto alla libera ricerca musicale dopo un training flautistico che è passato dai modelli del rock di Ian Anderson e del jazz di Roland Kirk ed Eric Dolphy. Una ricerca iniziata nel 1993 con l'album Poesie pour Pasolini, che ha sviluppato privilegiando musicisti del Triveneto (Lanfranco Malaguti, Giovanni Maier, Claudio Cojaniz, Giorgio Pacorig, Massimo De Mattia - Bruno Cesselli, Alessandro turchet, Daniele D'Agaro, Denis Biason - Massimo De Mattia) o altri delle nazioni vicine come lo sloveno Zlatko Kaucic o l'ungherese Sandor Szabo. Una produzione artistica personale e collettiva tanto ricca e rigorosa quanto meritevole di particolare attenzione.

Prima del suo concerto al Brda Contemporary Music Festival di Smartno, Slovenia, ci ha gentilmente concesso quest'intervista.

All About Jazz Italia: Iniziamo parlando del tuo ultimo disco Hypocenter pubblicato dall'etichetta Setola di Maiale. Com'è nato il progetto?

Massimo De Mattia: Il CD documenta una session di improvvisazione; si fonda perciò su rapporti di relazione liberi tra i musicisti coinvolti. Uno di questi —il chitarrista e bassista Alberto Milani—proviene da un mondo musicale e da una dimensione espressiva molto diversa dalla nostra. Con Luigi Vitale e Alessando Mansutti la partnership è invece consolidata, insieme abbiamo già realizzato altri lavori discografici.

AAJ: Tra i brani del disco ce n'è uno, "Blues Derivation" che ha una chiara connessione col rock—all'inizio sembra di ascoltare i Deep Purple—ma nel complesso appare uno sviluppo del tuo precedente lavoro Hypermodern. Che ne dici?

MDM: La connessione tra Hypocenter e il precedente Hypermodern non è casuale, infatti nelle mie intenzioni il nuovo disco gli è gemello. Sono due progetti in rapporto di prossimità ma con differenze marcate: se in Hypermodern abbiamo adottato certe quote formali del jazz più avanzato degli anni sessanta -le sonorità riportano a Eric Dolphy-con Hypocenter procediamo a una sintesi. Qui il suono rivela tutti i miei fondamentali, fa riaffiorare retaggi musicali anche pre-jazzistici, classici, moderni, contemporanei, rock, prog... ricontestualizzando tutto attraverso la libertà mutuata dal jazz.

AAJ: Ultima domanda sul disco. È stato completamente elaborato in studio o c'è stata qualche forma di organizzazione del materiale?

MDM: È stato completamente elaborato in studio. La musica, qui, sgorga all'istante; le persone con cui solitamente collaboro conoscono bene questa pratica, questa disciplina. Ma non mi piace definire improvvisata la nostra musica.

AAJ: Meglio composizione istantanea?

MDM: Secondo me "musica contemporanea," perché lo è, assolutamente. Si rivela, si dipana e consuma totalmente ora, adesso e mai più. Possiamo parlare di un gesto sonoro che quasi anticipa il pensiero. Siccome l'obsolescenza è rapida, quasi immediata, la scrittura invecchia subito.

AAJ: Come hai conosciuto Alberto Milani?

MDM: Alberto è musicista e didatta maturo, giovane ma con esperienza. L'ho conosciuto ascoltandolo suonare e mi ha affascinato istantaneamente. Il suo approccio allo strumento è decisamente strutturato, ma rivela una quota ineffabile inquietante, ammaliante... sa andare "oltre." Ho pensato di coinvolgerlo in una situazione per lui piuttosto "spaesante." I momenti di svolta, epifanici, di questa registrazione credo arrivino soprattutto da lui: questa sorta di suo disagio creativo ha innescato reazioni inaspettate e aperto squarci sorprendenti.

AAJ: Dalla tua biografia risulti essere autodidatta ma hai avuto una prima formazione nella banda musicale di Pordenone. Ce ne vuoi parlare?

MDM: Nel 1971 ebbi una vera folgorazione per il flauto; dato che in quegli anni nella mia città non c'era modo di frequentare una scuola, mi recai a lezione da un talentuoso musicista della banda cittadina, Mario Volpe. Persona stupenda, uomo dolce, generoso e straordinario, capace di suonare bene molti strumenti : clarinetto e violino -dove eccelleva-poi il flauto e altri ancora. Sai com'era una volta; questi veterani sapevano coprire molti ruoli, quando occorreva. Erano artisti straordinari.

AAJ: Com'era nata la folgorazione per il flauto?

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