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Maria Pia De Vito e Michele Rabbia: Pergolesi Revisited

Alberto Bazzurro By

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Abbiamo cercato una risonanza interiore e di gusto con la musica di Pergolesi, agendo con delicatezza, senza cercare lo stravolgimento, anche nelle pagine di improvvisazione più aperta —Maria Pia de Vito
Già riunire quattro personalità tutto sommato piuttosto eterogenee come la violoncellista tedesca Anja Lechner e il pianista francese Francois Couturier da un lato, la cantante napoletana Maria Pia De Vito e il percussionista saviglianese Michele Rabbia dall'altro, appare di primo acchito operazione alquanto ardita. Farli misurare con l'opera di Gianbattista Pergolesi, iesino trapiantato a Napoli (e morto a Pozzuoli appena ventiseienne, nel 1736) può apparire poi un azzardo ulteriore.

Manfred Eicher non è però certamente uomo che si spaventi di fronte a cose del genere, che—anzi—lo pungolano, lo stimolano. E con lui i musicisti che coinvolge di volta in volta nei suoi progetti, o dai quali si lascia per contro coinvolgere (come in questo caso). È così che la ECM ha partorito Il Pergolese, album quanto meno singolare nelle cui pieghe proviamo a entrare in compagnia della "costola" italiana dell'impresa.

All About Jazz: Di chi è stata l'idea di un album così particolare? E quale genesi ha seguito la cosa prima di arrivare alla sala d'incisione?

Maria Pia De Vito: Nel 2011 il Festival Pergolesi, rivolgendosi per la prima—e finora unica—volta a un musicista jazz, mi aveva commissionato un progetto di rilettura appunto di Pergolesi, senza pormi limiti o indicazioni di sorta. All'epoca stavo lavorando con Anja e Michele e mi è sembrato naturale coinvolgerli, visto l'ottimo interscambio instauratosi tra di noi. Abbiamo chiamato quindi François Couturier, musicista di cospicuo bagaglio classico, che aveva già lavorato su pagine pergolesiane, ma nel contempo improvvisatore molto attivo nell'avanguardia francese dagli anni Settanta in poi. Pensavamo proprio a una rilettura "consapevole" di materiale di provenienza classica, però con un senso visionario e avventuroso dal punto di vista delle tessiture sonore, cosa in cui Michele, fra l'altro, è ferratissimo. A François sono stati affidati gli arrangiamenti, ma il lavoro è diventato comunque collettivo, visto che ognuno di noi ha scelto brani con cui si sentiva in "risonanza," venendo a rappresentare complessivamente una voce protagonista su diversi registri.

Michele Rabbia: Maria Pia è stata esaurientissima. Posso solo aggiungere qualcosa circa il mio personale percorso all'interno del progetto. Essendo la musica di Pergolesi praticamente priva di strumenti a percussione, questo mi ha concesso una totale libertà di azione, sganciandomi da ogni riferimento, ma nel contempo mi ha creato un po' di difficoltà circa la scelta e l'uso degli strumenti. Penso che la musica classica—pur con tutte le virgolette del caso—rappresenti un materiale molto difficile da trattare, quando è riproposto in una diversa veste, perché la scrittura è talmente precisa e funzionale da non lasciare grandi spazi di elaborazione.

AAJ: Il CD ha una prima parte in cui prevalgono le pagine pergolesiane (primi cinque brani), dopo di che prendete in mano voi la situazione (brani da 6 a 8), con qualcosa che, pur nell'assoluto rispetto dell'aplomb originario, mi pare tocchi anche copiosamente l'improvvisazione più o meno senza rete, come sembrano dire le firme in calce ai vari brani (sempre tutti i musicisti che vi suonano), fino al conclusivo tema di Couturier, che collega un po' le due anime. È una lettura corretta?

M.P.d.V.: Correttissima, complimenti per l'acume! La scaletta, in effetti, è esattamente quella che hai appena tracciato: un percorso dalla scrittura all'improvvisazione più aperta, e il ritorno alla scrittura per il finale. Per il resto è stato intento comune sfuggire al kitsch sempre in agguato quando si accostano linguaggi diversi. Abbiamo cercato di evitare ogni "barocchismo," in particolare. Io canto con la mia emissione naturale, ho tradotto in napoletano alcuni frammenti dello Stabat Mater, ne ho per così dire "avvicinato al cuore" la narrazione. Abbiamo lasciato quasi intonsi brani che sentivamo come "naturali" al nostro ascolto, e denudato, frammentato, ri-composto, materiale che trovavamo interessante per una rilettura, ma che magari ci sembrava pesante, o troppo didascalico, lasciare cosi com'era. Abbiamo cercato una risonanza interiore e di gusto con la musica di Pergolesi, agendo con delicatezza, senza cercare lo stravolgimento, anche nelle pagine di improvvisazione più aperta.

M.R.: Del resto la componente improvvisativa non poteva mancare, essendo il gruppo composto per tre quarti da improvvisatori.

AAJ: Maria Pia, tu prima dicevi che hai tradotto in napoletano frammenti dello Stabat Mater, e allora ti chiedo: quanto ha contato, per te napoletana, la "napoletanità" d'adozione di Pergolesi?

M.P.d.V.: Il mio primo pensiero, quando ho ricevuto la commissione dal festival di Iesi, è stato trovare, insieme con i miei compagni, del materiale che ci ispirasse alla rielaborazione formale ed armonica, e fosse di stimolo a una rielaborazione hic et nunc, nell'arrangiamento e ri-composizione in tempo reale insiti nell'improvvisazione. Strada facendo, poi, la napoletanità acquisita di Pergolesi inevitabilmente ha "risuonato," è venuta fuori. Mi sono accorta, ad esempio, che "Ogni pena più spietata," che io conoscevo in italiano, in realtà originariamente era in napoletano. "Chi disse ca la femmina" fu per parte sua rielaborato da Stravinskij per il suo Pulcinella (l'arrangiamento di François lo cita, di fatto). Quindi una cosa ha chiamato l'altra. Circa lo Stabat Mater, eravamo tutti d'accordo: è stato assolutamente naturale immaginare di rendere in napoletano i passi che avevamo scelto per il nostro progetto. È stato, per me, un modo di esaltarne la componente narrativa: passare dal latino al napoletano è stato come avvicinare il racconto all'orecchio mio e dell'ascoltatore, trascorrendo dal colto al popolare. Si tratta comunque di una semplice sfaccettatura del lavoro, e neanche la più importante.

AAJ: Questo è il tuo primo album su ECM. Come ci sei arrivata? E com'è stato l'approccio con un contesto così—diciamo—speciale?

M.P.d.V.: Le cose belle, nella mia carriera, sono sempre accadute da sé, naturalmente. Sono molto felice, e mi inorgoglisce, naturalmente, aver inciso per ECM, dopo trentadue anni di jazz e un certo percorso. La realtà è che ero in contatto con Eicher da qualche tempo: discutevamo di un altro mio progetto che è ancora in corso d'opera. Nel frattempo gli è piaciuto il progetto su Pergolesi, e così abbiamo dato corso a questo. Nei nostri incontri a Monaco, anche con Anja, François e Michele, c'è stato un gradevolissimo scambio di idee, e delle sedute di ascolti collettivi per ragionare sulla musica che stavamo elaborando. È un'esperienza molto gradevole e stimolante parlare con Manfred: partendo dalla musica, non è raro ritrovarsi a discorrere di letteratura, poesia, arte contemporanea. Con lui si parla di arte tout court.
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