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Marc Ribot a Brescia

Luca Canini By

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Marc Ribot Trio
Jazz in Eden
Nuovo Eden
13.11.2014

Di Albert Ayler ce n'è sempre stato parecchio nella musica di Marc Ribot. Forse non tutti se n'erano accorti, ma già prima del disco manifesto Spiritual Unity, uscito nel 2005, la fatale attrazione per il sassofonista di Cleveland aveva fatto capolino qua e là sotto le sembianze di omaggi discreti e obliqui richiami. Un amore totale quello di Ribot per Ayler, un'ossessione dichiarata che soprattutto in solo ha trovato una forma compiuta (riascoltare prego la deliziosa rilettura di "Ghosts" catturata dal vivo al festival di Saalfelden).

Eppure, nonostante la lunga lista di precedenti, mai come in questi ultimi due-tre anni la musica di Ribot è sembrata così ayleriana. Come se la vicinanza si fosse alla fine trasformata in consonanza, come se dai richiami e dagli omaggi si fosse passati alla piena e cosciente aderenza. Non uno scimmiottamento, sia chiaro. Al contrario una meditata e fisiologica riproposizione di forme e suoni, attitudini e strutture; della quale il trio figlio di Spiritual Unity, con Henry Grimes al contrabbasso e Chad Taylor alla batteria, è diventato veicolo privilegiato.

La conferma qualche giorno fa sul palco del Nuovo Eden di Brescia, per una delle date del lungo tour europeo di Ribot e soci. Una conferma lampante, un'ora e mezza di musica ferocemente, visceralmente ayleriana. Non solo per la presenza del redivivo Grimes, che fu a fianco dello "spirito santo" del free (e di altri giganti) alla metà dei Sessanta. E non solo per le immancabili riletture di "The Wizard" e "Bells," sparate a tutta come si conviene a un musicista senza peli sulle dita (e in maniera molto più scomposta rispetto a quelle immortalate sull'ultimo Live at the Village Vanguard). Sono la rabbia, la concitazione, il senso del ritmo e dell'accumulo di tensione, l'onda d'urto, il peso specifico quasi insostenibile delle singole note a rimandare ad Ayler senza passare dal via. Poco importa che al posto del sassofono ci sia una chitarra, perché non molti altri chitarristi al mondo sanno essere carnali, potenti e strazianti come Marc Ribot. E non molti altri batteristi al mondo hanno la capacità di pulsare e danzare alla maniera di Chad Taylor, impeccabile maestro nella gestione degli spazi e dei tempi, delle interazioni e delle reiterazioni. Sia nei passaggi più narrativi (un polveroso mix tra "When the Saints Go Marching In" e "Down by the Riverside" che sarebbe piaciuto parecchio a Les Paul e che ha strizzato l'occhiolino a Jimi Hendrix), sia in quelli più concitati ("Sun Ship" di Coltrane, chiodo fisso di Ribot da qualche tempo in qua, e il martellante blues finale).

E Grimes? Impossibile (e impietoso) giudicarlo con i consueti parametri. É chiaro che del contrabbassista dei giorni che furono sono rimaste solo tracce sparse. Ma la sua presenza non è banalmente simbolica. Nel corso degli anni Ribot è stato capace di confezionare le dinamiche del trio perché vestano a dovere l'oscura e zoppicante parlata del problematico compagno di strada. Grimes, il musicista che visse due volte (notevolissima la camicia a fiori), è membro a tutti gli effetti della band, nel bene e nel male, con il contrabbasso e con il violino (brutalizzato per qualche minuto alla maniera di Michel Sampson, l'alieno per eccellenza nei gruppi di Ayler).

«Ululava e ondeggiava, non un grido ma qualcosa del quale la natura solo poteva gettare i semi, come il canto di un buco nero, qualcosa di molto forte e molto duro. Affrontava, aggrediva, s'impossessava, eppure era ugualmente toccante, ma il suo tocco era "oltre" l'estetico/psicologico, era fisico, non soltanto udito ma provato». Parole di Amiri Baraka, che così ha raccontato la potenza del suono di Albert Ayler. Parole che dicono molto: di Albert Ayler e di Marc Ribot.

Foto (di repertorio)
Brendan Bannon

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Sep15Sun
Marc Ribot
Auditorium Parco Della Musica
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