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Jack DeJohnette: Made in Chicago

Giuseppe Segala By

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Periodicamente, seppure con rara frequenza, i protagonisti delle ricerche e dei fermenti musicali legati alla città di Chicago negli anni Sessanta si ritrovano e incrociano di nuovo i propri strumenti. Quando la Experimental Band di Muhal Richard Abrams rappresentò un momento catalizzatore di giovani talenti voraci di musica e pronti all'esplorazione, sfociata poi nella meravigliosa esperienza della AACM, la Association for the Advancement of Creative Musicians. Persone come Joseph Jarman e Roscoe Mitchell, che stimolati da maestri lungimiranti come Richard Wang, secondo lo stesso Jarman "molto avanzato sia nel campo del jazz che in quello della musica classica," venivano a contatto con la Seconda Scuola di Vienna, con Ornette Coleman e John Coltrane, e studiavano su testi di Paul Hindemith e Arnold Schönberg.

Esperienze che diedero luogo a uno dei momenti più fertili e rimarchevoli della storia contemporanea del jazz. Jack DeJohnette, anche egli nativo di Chicago e anagraficamente vicino a Mitchell, Jarman, Henry Threadgill e Anthony Braxton, studiò con Mitchell e Threadgill al Wilson Junior College, ebbe contatti con quella scena, ma il suo talento lo portò già nel 1966 a New York, al fianco di Big John Patton dapprima, poi di Jackie McLean e Charles Lloyd, fino a Miles Davis, come sappiamo.

L'esperienza di Chicago, che spesso sfociò nella collaborazione con la Experimental Band e che condivise la nascita dell'AACM, è ricordata da DeJohnette nelle note di copertina di questo disco, che mettono in risalto la figura fondamentale di Abrams. Un'esperienza rimasta impressa nel DNA del batterista, che seguitò saltuariamente a frequentare Chicago, e nel contempo tenne d'occhio le situazioni analoghe, come il Creative Music Studio, l'istituzione fondata nel 1971 a Woodstock da Karl Berger, dalla moglie Ingrid e da Ornette.

Made In Chicago rappresenta il ritorno di quell'esperienza, che risale ormai a cinquanta anni fa e ne celebra la ricorrenza. In occasione di un concerto al Millennium Park per il Chicago Jazz Festival del 2013, il batterista decise di riunire il vecchio maestro Muhal e i compagni di avventura in un quintetto completato dal contrabbassista e violoncellista Larry Gray, nativo di Chicago, ma l'unico che non aveva condiviso quelle esperienze negli anni Sessanta.

Il disco documenta un momento davvero importante, inedito nella forma di quintetto. L'incontro di questi personaggi, per occasionale che possa essere, rimette in connessione forze e alchimie profondamente radicate nella loro personalità. La vicenda di ognuno ha preso direzioni molto individuali, a volte incrociandosi in modo strepitoso, come nel caso delle collaborazioni tra Muhal e Mitchell. Ma le poche occasioni di riunire un largo ensemble hanno dato spesso luogo a performance deludenti, in cui non era possibile rimettere in circolo energie e sinergie sedimentate. Come avvenne a Verona nel 1993 e a Saalfelden nel 2012.

Nel caso del quintetto riunito da DeJohnette la scintilla scocca, eccome. I titani uniscono le loro forze e ne esce a volte una colata lavica, come in "Chant" di Mitchell o nell'improvvisazione collettiva che alimenta l'ultimo brano, "Ten Minutes." Altre volte la musica si coagula in densi tessuti cameristici, come nello splendido "This," sempre di Roscoe, dove il flauto basso di Threadgill intreccia trame pastose, solenni con il violoncello, cui si uniscono poi il piano e la batteria. Oppure si alimenta delle invenzioni enigmatiche di Muhal e Threadgill. In "Jack 5" è proprio quest'ultimo il protagonista: prima il sax alto, incalzato dai fuochi tellurici di DeJohnette, poi il contrabbasso.

I brani presentati, in particolare quelli di Mitchell e Threadgill (ma anche quello magistrale di Muhal), mantengono con pregnanza l'impronta inconfondibile dei loro autori. Eppure la scintilla fa scoccare sinergie ulteriori, che danno al tutto un equilibrio dinamico di altissima qualità. Resta da dire della splendida energia dimostrata dall'ottantatreenne Richard Abrams in tutto il concerto (immaginiamo siano sue le risate aperte che spesso a fine brano si uniscono a quelle di DeJohnette). Esemplari le ombreggiature che il suo pianoforte disegna in "Chant" sotto alla torrenziale, rovente cavalcata del soprano di Mitchell, prima di intraprendere lui stesso un solo in cui intreccia le linee con la precisa maestria di un tessitore. Potente il suo intervento in solo in "Leave Don't Go Away," di Threadgill. Sottolineiamo ancora la magnetica, abrasiva presenza dello stesso Mitchell, in tutto il CD Ma le parole certo non bastano: lasciamo lo spazio all'ascolto, che merita davvero tempo a volontà.

Track Listing: Chant; Jack 5; This; Museum of Time; Leave Don’t Go Away; Announcement; Ten Minutes.

Personnel: Henry Threadgill: sax alto, flauto basso, flauto a becco basso; Roscoe Mitchell: sax soprano, sax alto, flauto a becco; Muhal Richard Abrams: pianoforte; Larry Gray: contrabbasso, violoncello; Jack DeJohnette: batteria.

Title: Made in Chicago | Year Released: 2015 | Record Label: ECM Records

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