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L'ultimo hipster. La vita e la musica di Mark Murphy

Angelo Leonardi By

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Non trovate accenni a Mark Murphy nelle più recenti storie del jazz, neanche il nome. Una lacuna che appare inspiegabile (a differenza di Frank Sinatra, Mel Torme e Tony Bennett) che si giustifica solo col ritardo a collocare il cantante di Syracuse in una prospettiva storica.

Eppure già prima della sua scomparsa -il 22 ottobre 2015 all'età di 83 anni—autorevoli critici e musicisti hanno considerato Murphy tra i massimi jazz vocalist moderni, il più importante tra i bianchi della sua generazione.
Tra i grandi è stato quello jazzisticamente più intransigente e lontano da velleità commerciali. Dal nostro punto di vista anche il più fantasioso e versatile: Mark Murphy è stato un'inquieto e avvincente improvvisatore, un bopper ritmicamente spericolato, sempre incline a inventare nuovi modi d'interpretare un song. Una dimensione artistica che rifletteva una personalità eccentrica che non l'ha certamente favorito.
Mark Murphy debutta nel 1956 con l'album Decca Meet Mark Murphy, l'anno in cui esplode il rock & roll con le uscite di "Roll Over Beethoven" di Chuck Berry, "Heartbreak Hotel" di Elvis Presley e "Blue Suede Shoes" di Carl Perkins. Un genere musicale dal fortissimo impatto sul pubblico giovanile, in contrasto con lo stile di un vocalist esordiente legato ai modelli dello Swing e del blues orchestrale. L'avvento di Beatles, Rolling Stones e del nuovo rock britannico rende ancor più demodé un cantante come Murphy, non ancora affermato per usufruire di una rendita di posizione presso il pubblico adulto. Solo dagli anni settanta la sua presenza s'è imposta agli occhi della critica e dalla fine degli ottanta presso una fetta limitata di audience (anche per l'interesse del DJ e produttore inglese Gilles Peterson).

Gli esordi e il soggiorno londinese

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