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Don Byron New Gospel Quintet: Love, Peace, and Soul

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È tornato Don Byron: camaleontico, indefinibile, capace come sempre di regalare nuovi significati alla parola "contaminazione," che mai come nel suo caso deve essere instanziata e spiegata. È possibile che da ingredienti più o meno eterogenei come jazz, soul, leider tedeschi, musica classica, klezmer, rock, folk, ragtime, e funk si possa perseguire un percorso artistico-intellettuale in grado di raccontare ed esplorare le possibilità del jazz entro ed oltre la sua definizione? A quanto pare sembra di sì, ed è stata proprio questa, negli ultimi venti anni, la lezione di Byron. Figlio di musicisti, solidi studi di conservatorio alle spalle, Byron non è solo un impeccabile musicista ma soprattutto un grande "rivisitatore" di generi, abile nell'utilizzare "lo strumento jazz" (nelle sue inclinazioni più consone), al fine di esplorare una storia, una suggestione, oppure un intero stile musicale. Lo ha già dimostrato in passato: ad esempio, basti pensare Don Byron Plays the Music of Mickey Katz (omaggio al celebre umorista-jazzista fondamentale punto di riferimento per la musica klezmer), o al più recente Ivey-Divey corposo tributo che parte da Lester Young per approdare ad una sorta di viaggio ragionato in un pezzo di storia del jazz.

Questo suo Love, Peace and Soul, album di esordio con la formazione New Gospel Quintet, è un inchino dichiarato a due icone della musica gospel, ovvero Thomas Dorsey e Sister Rosetta Tharpe. Dorsey (che nell'introduzione al disco Byron definisce one of the grester songwriters of all times) è colui che ha letteralmente rivoluzionato il gospel colorando di blues la tradizione "stanca" degli inni cristiani ed è l'autore di 8 tra i 12 brani in cui si cimenta il Quintet (gli altri sono di Byron, di C.A. Tindley e di E. Harris, più la tradizionale Didn't It Rain). Sister Rosetta Tharpe è stata una pioniera del cantautoriato femminile e madre precorritrice di uno stile che inseguendo la pura e più autentica innovazione ha scosso l'interessante ma spesso autoreferenziale universo della musica sacra "nera" ed in generale il mondo della musica grazie un'irripetibile sintesi di spiritual e rock and roll.

Il gospel e l'ispirazione Dorsey-Tharpe sono il punto di inizio e il punto d'arrivo. Nel mezzo, esiste un percorso musicale che Byron costruisce su una solida architettura armonica ed arrangiamenti coraggiosi, un gioco delle parti che lui e gli altri musicisti intrerpretano senza esitazioni. I suoi compagni di viaggio sono impeccabili: a far compagnia a Byron (clarinetto, clarinetto basso e sax tenore e baritono), ci sono la voce di DK Dyson, il pianoforte di Xavier Davis, il basso di Brad Jones e la batteria di Pheeroan Aklaff, più un corposo numero di ospiti.

L'alchimia è perfetta: se i colori primari sono Byron, Dyson e Davis, le nuances additive delle percussioni e del basso sembrano avere possibilità infinite di dialogo, di completamento, di instanziazione ritmica e melodica. Questo vale sia laddove la tradizione viene rinnovata senza stravolgimenti (come per la spumeggiante Didn't It Rain dove non si può non innestare l'interpretazione, quantomeno, su quella Rosetta Tharpe), sia laddove il terreno sembra impervio.

Certo, ci vuole del coraggio nell'affrontare un brano come "Take My Hand, Precious Lord" (Dorsey-Allen): che cosa potrebbe esserci ancora da dire in un classico che vanta decine e decine di incisioni e di interpretazioni (da B.B. King a Nina Simone, da Elvis a Pat Boone)? Eppure, qualcosa da dire Byron lo trova, e con quale mestiere, verrebbe da aggiungere. Il dialogo sottile tra il sax di Byron e voce splendida di Dyson apre una ricerca armonica che tinge di improvvisazione jazz il tradizionale blues, senza stravolgerlo ma rivisitandolo in chiave slow, più intima.

Il clarinetto e il sassofono di Byron sono l'elemento sincronizzante, la cifra stilistica del lavoro. Protagonisti, ma anche umili registi in un quadro sempre complesso e ricco di voci primarie: quando l'assolo di Byron introduce il blues "Highway to Heaven," è nell'incontro con il pianoforte e con il timbro struggente e moderno dell'interpretazione vocale che, poggiandosi infine sulle suggestioni funk suggerite dal basso, sembra di scorgere un'ispirazione che strizza l'occhio a Sidney Bechet e al jazz di New Orleans.

"Beam of Heaven" (di Tyndley) vira verso il blues, tra il basso che ancora una volta fa la differenza con discrezione e la chitarra acustica di uno degli ospiti speciali del disco, Brandon Ross. "When I've Done My Best," strumentale, è costruita con sapienza sul dialogo clarino-piano e chiude il disco quasi sottovoce ma con effetto.

Interessante l'unico pezzo di Byron, "Himmm," che passa forse un po' inosservato ma è apprezzabile per la voce del clarinetto discreta ma piena di carattere: un brano che grazie alla sua pulizia ci regala un'ulteriore inconfutabile prova della bravura del pianista Davis e della straordinaria voce di Dyson.

Infatti, senza nulla togliere agli altri musicisti, una menzione speciale va alla vocalist, che esplora le proprie (notevoli) potenzialità vocali senza cadere in virtuosismi gratuiti (ma lascia senza fiato la pulizia di certe note basse in When I've Sung My Last Song, uno dei pezzi più aperti alle possibilità dell'improvvisazione), senza sovraccaricare i brani, ma solo accentuandone la sfumatura che il regista Byron cerca (e trova) dal primo all'ultimo pezzo.

Insomma, un ottimo esperimento da parte di Byron, che ancora una volta mette la tecnica ed il rigore performativo al servizio della ricerca musicale pura, concettuale. Ed il suo non è un solo andirivieni di suggestioni (come spesso avviene, e anche con ottimi risultati), è una sorta di ripensamento a posteriori, alla luce di un fil rouge fatto di stile, conoscienza, rispetto.

Non si tratta quindi di una semplice celebrazione del gospel e delle sue icone, ma della rielaborazione di un discorso musicale che guarda con amore al passato in virtù di un'esplorazione artistica proiettata al nuovo, ricordandoci che la sperimentazione non è solo estremizzazione dei modi e delle formule di un genere, ma anche la capacità di rivisitare stili diversi in una nuova chiave di lettura; un percorso quindi complesso, che presuppone l'utilizzo di strumenti nuovi, talvolta improbabili, oltre (artificiosi?) limiti delle tecniche e delle potenzialità degli stessi.

Byron ha affermato che il gospel è l'unificante dell'identità afroamericana, ben oltre la black dance music. La ricerca di una matrice comune a un fenomeno indefinibile ed incatturabile come la cultura, l'identità di un popolo, ci conduce esattamente alla personale missione artistica di Byron di cercare un "jazz al di là dei generi" al fine di trovare una lingua al di là del messaggio, un'informazione al di là del mezzo. E sembra convincerci che, se davvero esiste un linguaggio universale, esso deve essere la musica, e soprattutto, certa musica.

Track Listing: 1. Highway to Heaven; 2. When They've Sung My Last Song; 3. It's My Desire; 4. Sham Time; 5. Consideration; 6. Take My Hand, Precious Lord; 7. Beams of Heaven; 8. Hide Me in Thy Bosom; 9. Himmm; 10. I've Got to Live The Life I Sing About in My Song; 11. Didn't It Rain; 12. When I've Done My Best.

Personnel: Don Byron: clarinetti e sassofoni; DK Dyson: voce, cori; Xavier Davis: pianoforte, cori; Brad Jones: basso acustico ed elettrico, cori; Pheeroan Aklaff: batteria. Ospiti: Brandon Ross: chitarra elettrica ed acustica; Vernon Reid: chitarra elettrica; Dean Bowman: voce solista; Ralph Alessi: tromba; JD Parran sax baritono.

Title: Love, Peace, and Soul | Year Released: 2012 | Record Label: Savoy Jazz

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