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Otomo Yoshihide's New Jazz Quintet: Live in Lisbon

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Una serata indimenticabile. Prontamente registrata dalla Clean Feed in casa propria, a Lisbona.

Che l'organico jazz di Otomo Yoshihide - può variare dall'essenziale quintetto qui presente al settetto, fino a giungere al pieno della piccola orchestra - fosse una delle "creature" sonore più avvincenti di questi ultimi anni non è certo una novità, ma la straordinaria tensione di questo concerto portoghese è tale da stupire anche gli appassionati più benevoli.

Essenziale il quintetto, dicevamo. Senza vibrafono o voci, con soli due sassofoni, l'alto abrasivo di Kenta Tsugami e un Mats Gustafsson stellare a tenore e baritono, oltre alla chitarra del leader e alla consueta coppia Hiroaki Mizutani / Yasuhiro Yoshigaki a basso e batteria. Basta l'organico, basta e avanza per scatenare paradiso e inferno in terra.

I materiali su cui Otomo lavora con questa sua formazione sono focalizzati da diverso tempo su poche composizioni originali e su una manciata di "standard" del jazz degli anni Sessanta, Mingus, Haden, Dolphy, stretti in un rapporto simbiotico che paradossalmente li lascia liberi di subire qualsiasi forzatura e elettrificazione. Così il tema di "Song for Che", solenne e straziato, lascia spazio al magma elettrico di "Reducing Agent" senza che quasi si avverta cesura espressiva, come se dalla melodia si squarciassero tanti bubboni di suono pronti a esplodere come nel mezzo di un concerto dei Deep Purple!

Non si fa nessuno scrupolo - e ci mancherebbe! - Otomo Yoshihide a calcare la mano, ad accendere i toni, ma riesce sempre a farlo con un equilibrio sottilissimo e anche un po' medianico, il suo gruppo è un prisma che ruota vorticosamente e che fa vedere diverse facce, diversi raggi, in un rutilare urgente e collettivo che consente a questa prima medley di terminare nel bel mezzo del solo di batteria.

"Serene", dal repertorio dolphiano che è già stato spesso oggetto di rilettura da parte di Otomo, parte con una lenta stratificazione di drones, un terreno frizionato di lirismo che cresce implacabilmente, sovrapponendo i sassofoni alla chitarra... officina, estasi, urlo che si interrompe colmo di blues per dare al tema una sua espressionistica dimensione. Poi si riprende come nulla fosse, come monaci alieni che intonano un mantra da un'altra galassia e hai voglia a sintonizzare le radio di bordo, sono comunque troppo avanti per noi! Fantastico!

Il pezzo più lungo del disco è la composizione di Otomo "Flutter": anche qui le linee delle ance e quelle della chitarra sono lame che tagliano la superficie sonora con lento piacere. Gustafsson, qui al baritono, si fa grido screziato di blues, dapprima profondo, poi progressivamente fatto in brandelli, fortemente vocalizzato, ma miracolosamente tenuto sempre all'interno di una coerenza espressiva che non deborda nel caos gratuito: è anzi come se l'elemento caotico, rumoristico divenisse il luogo naturale da cui ogni melodia proviene e dentro cui va a morire. A un terzo circa dei più di venti minuti, Kenta Tsugami resta da solo al contralto: lavora per frammenti che si sbriciolano progressivamente, che si fanno liquido infiammabile sul crepitare dei piatti della batteria, memoria storica profonda, trampolino emotivo per il magma ossessivo che riempie e si svuota poi nuovamente a lasciare sola la chitarra [chi sperasse in un po' di requie, ha vita dura!]. Yoshihide è il padrone assoluto dell'ultima parte del brano, vera e propria saetta di elettricità onirica su cui si riallaccia il tema.

Il finale è per l'immancabile e struggente resa di "Eureka" di Jim O'Rourke [tema ormai "adottato" dal quintetto]: qui il batterista passa alla tromba per esporre la deliziosa melodia, progressivamente doppiata anche dai sassofoni, mentre Otomo accarezza gli accordi con essenzialità. Come già avveniva nella memorabile versione orchestrale, l'iterazione diventa il terreno per una progressiva apertura all'immaginazione dei solisti, un riferimento esplicito a pratiche degli albori del jazz riprese poi con rinnovata consapevolezza da un certo free. Il processo accumulativo cui siamo ormai avvezzi trova qui la sua apoteosi, quasi infantile e istintivo nel suo continuo superarsi fino al grido ultimo, all'entropia sonora che si scioglie poi come dentro una pozzanghera di acido, appena illuminata dal riflesso di un neon.

Live in Lisbon non presenta in sé particolari novità: le strategie della formazione sono quelle conosciute e funzionano dannatamente bene. La presenza di Gustafsson [con la sua versatilità timbrica] è essenziale a mantenere una dialettica aperta su più fronti e questa è solo una delle ragioni per cui questo disco si guadagna il massimo dei voti. Le altre, tante, un po' le abbiamo dette, ma si fanno scoprire da sole, appena celate dietro l'incontenibile energia e la palpabile emozione.

Track Listing: 01. Song for Che (Charlie Haden)/Reducing Agent (Otomo Yoshihide) - 11:31; 02. Serene (Eric Dolphy) - 8:37; 03. Flutter (Otomo Yoshihide) - 21:52; 04. Eureka (Jim O'Rourke) - 14:57

Personnel: Otomo Yoshihide (chitarra elettrica); Mats Gustafsson (sax tenore e baritono); Kenta Tsugami (sax alto); Hiroaki Mizutani (contrabbasso); Yasuhiro Yoshigaki (batteria, tromba)

Title: Live in Lisbon | Year Released: 2006 | Record Label: Clean Feed Records

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