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L'integrale per pianoforte di Ligeti a Bologna

Libero Farnè By

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Musica Insieme Contemporanea
Oratorio di San Filippo Neri
Bologna
28.2.2019

È seducente l'immagine del manifesto di MICO 2019: semplice, ma satura, allusiva, giocosa. Al centro di uno sfondo rosso è inquadrato un piccolo pianoforte-giocattolo altrettanto rosso, come quelli che fanno parte dell'armamentario di strumentini e oggetti accessori vari nelle solo performance di Fabrizio Puglisi o di altri pianisti improvvisatori. L'immagine rappresenta adeguatamente il tema e lo spirito della quattordicesima edizione della rassegna bolognese organizzata da Musica Insieme, i cui appuntamenti all'Oratorio di San Filippo Neri, purtroppo solo tre, sono dedicati a diversi aspetti, mirati ed eccentrici, del pianoforte solo nella musica contemporanea.
Imperdibile il concerto sottotitolato "Il pianista favoloso," che ha racchiuso l'integrale per pianoforte solo di György Ligeti: composizioni concepite fra il 1948 e il 2001 della durata complessiva di una novantina di minuti.

Il brevissimo Invention, dal rigore quasi bachiano, i Due capricci, giocati su allegri movimentati, e il più organicamente articolato Fünf Stücke per pianoforte a quattro mani sono accomunati da una caratteristica costante: si tratta di musica esplicita, senza ripensamenti, ambiguità, ermetismi o sottintesi. Ogni brano è essenziale, sorretto dalla chiarezza delle idee e del disegno costruttivo, ispirandosi a volte al folklore ungherese. Si potrebbe dire che queste composizioni giovanili di Ligeti, scritte fra il 1948 e il 1951, gettano involontariamente un ponte fra il modello di Bartók e il descrittivismo minimalista del futuro Nyman. È comprensibile come la loro limpidezza strutturale ed espositiva, la leggibilità della loro impostazione armonica, melodica e ritmica, il loro andamento narrativo abbia suscitato l'ostracismo di altri compositori dell'avanguardia post bellica impegnati in tutt'altra direzione.

È stato detto—lo ha sostenuto anche Emanuele Stracchi nell'introduzione al concerto—che nella musica di Ligeti non è estraneo un riferimento al jazz. Non è facile però individuare una traccia del jazz dell'epoca nelle tre composizioni sopra citate. Per sua natura il jazz possiede un senso narrativo più rituale e dilatato; soprattutto non teme di insistere sugli stessi concetti, sottoponendoli a variazioni continue. Eredità questa dell'eloquenza stentorea dei predicatori neri e dell'estasi collettiva del Gospel, ma anche della semplicità schematica del blues ripetibile all'infinito con molteplicità di approcci, dinamiche, intonazioni, fino a giungere a quello sviluppo abnorme, quella sorta di "No End Blues" proposto nel 1994 dalla La Monte Young The Forever Bad Blues Band (certo non un jazzista quindi), della durata variabile ma sempre dell'ordine di ore.

Ma nel mondo compositivo di Ligeti le cose cambiano ben presto, a cominciare da Musica Ricercata del 1951-53. Negli undici brani, della durata complessiva di venti minuti, che a Bologna sono stati interpretati autorevolmente da Annalisa Orlando, più complesse si fanno le strutture e le dinamiche, più variate le idee e le profonde intenzioni compositive. Infine nel ciclo degli Études, i cui tre libri vanno dal 1985 al 1995-2001, l'approccio si complica ulteriormente, come ha evidenziato l'esecuzione dei nove brani dai titoli estremamente evocativi da parte di otto diversi pianisti. In ciascuno di essi vengono messe in secondo piano l'essenzialità, la limpidezza geometrica e la serenità che denotavano le composizioni giovanili; compaiono invece una potente grana espressionista, un atteggiamento comunicativo più scabro, un'energia percussiva che si estende alle due estremità della tastiera. Ne risulta un pianismo fortemente contrastato, ricco di crescendo e progressioni vorticose, pur inserendo incipit, passaggi o conclusioni più decantate.

Ecco quindi che nell'enfasi degli Études si può agevolmente intravvedere un'analogia con il jazz: in particolare con quello delle solo performance di alcuni pianisti dell'ultimo ventennio. Penso per esempio all'ammaliante andamento rapsodico del Brad Mehldau più sperimentale, o ai granitici original di Ethan Iverson (per i pochi che hanno avuto il previlegio di ascoltarlo in solo), anch'egli interessato come Ligeti al contrasto fra i registri estremi della tastiera... Penso anche, perché no, alla qualità espressiva, all'urgenza creativa del nostro Antonello Salis, ritornato in questi ultimi anni a dare il meglio di sé.

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