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David Liebman: Lieb Plays Weill

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Artista di sensibilità ed intelligenza fuori dal comune, Dave Liebman ha da tempo raggiunto un'impressionante maturità come interprete: la sua rilettura di talune opere di Alec Wilder, Ornette Coleman, Miles Davis, Sidney Bechet John Coltrane, nonché una vasta serie di collaborazioni e progetti, lo raffigurano come uno spirito libero, insofferente alla routine e, dunque, ancora capace di assumersi rischi.

Quello che, infatti, colpisce di questo geniale sassofonista è l'estrema onestà e il desiderio di non ripetersi, nonostante sia giunto da tempo ad un incontestabile apice creativo.

La stessa scelta di composizioni operata da Liebman in questo lavoro dedicato ad un autore come Kurt Weill è indicativa: a parte "Moritat" (da "Die Dreigroschenoper"), "My Ship" (da "Lady in the Dark"), "Speak Low" (da "One Touch of Venus") e "September Song" (da "Knickerbocker Holiday"), il sassofonista ha esplorato il corpus compositivo weilliano, alla ricerca di materiali meno frequentati, fra cui l'agrodolce "Liebeslied" dalla "Die Dreigroschenoper".

E' evidente che Liebman viene attratto e stimolato dalle pungenti e ingegnose armonie di Weill, da melodie in cui un mondo europeo in dissoluzione, carico di memorie ebraiche, trova nella via del palcoscenico, soprattutto di quello americano, una straordinaria uscita di sicurezza: pagine come "This Time Next Year" (da "Huckleberry Finn"), "What Good Would the Moon Be" (da "Street Scene"), " Here I'll Stay" (da "Love Life"), "Let There Be Life, Love and Laughter" (da "The Firebrand of Florence"), "You're Far Too Near Me" (da "The Firebrand of Florence"), "Apple Jack" (da "Huckleberry Finn"), "This Is New" (da "Lady in the Dark") sono la prova della volontà di creare un excursus non casuale e che, in grandissima parte, rende omaggio all'incantevole e profondo estro creativo che Weill volle dedicare alle scene americane e che in Europa, soprattutto da imbelli musicologi affetti da brutali ideologiche dispepsie, è stato negletto, ignorato, persino disprezzato.

D'altro canto, il rapporto fra l'improvvisazione jazzistica e il mondo di Broadway è, come tutti sanno, consolidato da tempo: Liebman prosegue, dunque, una salda tradizione. Ma le sue interpretazioni sono tutto fuorché tradizionali e in ogni pagina egli sa trovare lo spunto, l'aggancio per mettere in evidenza sia l'ingegnosità dell'autore che l'intelligenza e la bravura dell'interprete. Ed è certamente interessante ascoltare il coltraniano Liebman prodursi, in "Mack the Knife," in una serie di variazioni che curiosamente evocano, anche nel suono, lo spirito di un supremo interprete di tale pagina, Sonny Rollins, così come colpisce la brevità metaforica e aforistica con cui il sassofonista trasforma e cesella "September Song". Né possono andare persi la modernità dell'interpretazione di lavori come "Apple Jack" (che Liebman decora con un flauto di legno), "Here I'll Stay" o "This Time Next Year" e l'uso certamente non virtuoso, ma di vivida acutezza armonica, che il sassofonista fa del pianoforte nel porgere composizioni come "Liebeslied" e "My Ship".

Accompagnato da una sezione ritmica -in cui si inserisce l'elegante chitarrista Jesse Van Ruler, vincitore della Thelonious Monk Competition- non particolarmente stimolante ma certamente discreta e non ingombrante nel sottolineare i voli di fantasia del leader (strepitoso, fra l'altro, nel cristallino uso del soprano), Liebman dimostra, ancora una volta, di essere fra i pochi sassofonisti della sua generazione a saper piegare le proprie eccezionali doti di strumentista al servizio di una poetica.

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