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L'homme du son - Due dischi e due libri in francese di Giacinto Scelsi

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La figura di Giacinto Scelsi è oggetto di un’attenzione sempre crescente negli ultimi anni, non soltanto sotto il profilo musicale (come testimoniano i recenti cicli concertistici, prodromici all'apoteosi estiva al Festival di Salisburgo), ma anche dal punto di vista poetico e letterario.

In tutte le opere qui presentate è stato rilevante il contributo della Fondazione Isabella Scelsi, che, sotto la Presidenza di Nicola Sani [clicca qui per leggerne l'intervista], ha acquistato energie e dinamismo per rendere omaggio alle varie sfaccettature del compositore.

La molteplicità dei suoi interessi è proprio il motivo ispiratore di “Perché le foglie sono suoni: un tempo per Scelsi”, CD della Auditorium Edizioni, che riporta una performance realizzata da Nuove Forme Sonore al Goethe Institute di Roma durante il Festival organizzato dalla Fondazione nel 2005 per il centenario della nascita.

L’ensemble riesce nell’intento di integrare, indifferenti combinazioni strumentali, materiale improvvisato e scritto (a firma di Matteo Pennese, Walter Prati, Giancarlo Schiaffini ed Elio Martuscello) con alcuni testi scelsiani, tratti dalla seconda parte dell’autobiografia “Il sogno 101”, di cui si attende la pubblicazione integrale in italiano presso l’editore Quodlibet.

La versatile voce di Silvia Schiavoni conferisce, da un lato, una vivida espressività alle visionarie pagine poetiche di Scelsi; dall’altro, sul versante propriamente musicale, intreccia un dialogo con gli ottimi Walter Prati, impegnato al violoncello e all’elettronica, e Giancarlo Schiaffini, grande virtuoso del trombone, nonché uno dei collaboratori storici del conte.

All’esito positivo del progetto contribuisce, indubbiamente, l’osmosi tra le improvvisazioni e le sezioni composte a priori, entrambe plasmate dallo spirito di Scelsi, ma non asservite alla lettera del suo linguaggio, così da preservare la libertà dei musicisti da forme precostituite.

La serie discografica dedicata a Scelsi dall’americana Mode Records,si arricchisce di un importante capitolo, che, in una splendida incisione realizzata dal vivo al Konzerthaus di Vienna, affianca due brani oggi molto noti - quali i “Quattro pezzi (su una nota sola)” e “Uaxuctum” - alla prima registrazione mondiale della “Nascita del Verbo”.

Ques’ultima opera - peraltro assai poco eseguita: dopo la prima parigina nel novembre 1949 e un secondo concerto a Bruxelles a breve distanza di tempo, venne ripresa solo nel 2005 al Festival di Salisburgo - è indubbiamente la più importante pagina scelsiana rimasta inedita sul piano discografico, non soltanto per le sue vaste dimensioni. Si tratta, infatti, una cantata per coro misto e orchestra (sono richiesti sessantun musicisti), della durata di circa mezz’ora, che costituisce una sorta di spartiacque nella vicenda esistenziale e artistica del compositore: eseguita per la prima volta a Parigi nel 1949 sotto la direzione di Roger Désormières, fu completata l’anno precedente, quando si era acuita la profonda crisi psicofisica che avrebbe condotto Scelsi a frequenti ricoveri in cliniche specializzate e a un lungo silenzio musicale, prima di una fase creativa radicalmente nuova.

La composizione si caratterizza per un intreccio polifonico (tecnica in seguito abbandonata) assai sofisticato - culminante, nel quarto movimento, in un canone a quarantasette voci - attraverso il quale si dipana un testo fonetico (caratteristica ricorrente anche nei brani vocali successivi), basato sulle sillabe delle parole Deus, Amor, Lux, che conduce a una solenne, quanto sofferta, invocazione a Dio. La magistrale interpretazione di Johannes Kalitzke - alla testa della Vienna Radio Symphony Orchestra e del Wiener Chammerchor - restituisce nitidamente i vari riferimenti stilistici presenti nella “Nascita” - vera e propria “Sinfonia di Salmi” surrealista, per dirla con Robin Freeman - che fonde elementi dodecafonici e neoclassici con una peculiare sensibilità sonora - ancora debitrice di Skrjabin - che avrebbe acquisito una consistenza e un significato nuovi nel successivo periodo compositivo.

La dimostrazione più evidente di questa trasformazione è offerta dalla splendida interpretazione dei “Quattro pezzi”, del 1959, in cui Peter Rundel guida da par suo un ensemble di venticinque strumentisti attraverso microscopiche fluttuazioni intorno alle note Fa, Si, La bemolle e La, sulle quali si incentra ognuno dei quattro movimenti.

La concentrazione dell’ensemble è assoluta; il tempo viene scandito in maniera fluida, senza strappi: in tal modo emergono - tra glissandi, tremoli, vibrato, microtoni, sviluppati in particolare nel terzo brano - i dettagli più minuti della pagina: ecco, quindi, venire in evidenza l’estrema attualità di Scelsi, tra i primi (se non il primo) a s-comporre il suono e a esplorarne con pervicacia l’essenza più profonda.

L’indagine sulla dimensione interna del fenomeno sonoro integra, in “Uaxuctum”- scritta nel 1966 ma eseguita solo nel 1987 a Colonia - una monumentalità non meno imponente della “Nascita del Verbo”. Al complesso di ventitre musicisti, formata per lo più da strumenti gravi, si aggiungono, infatti, le onde martenot, un coro (il Concentus Vocalis), un timpanista, oltre a una schiera di sette percussionisti. Sotto la guida di Rundel, le peculiari sonorità tratte dai materiali più disparati (sono prescritti, tra gli altri, una calotta, due lamine e un bidone da 200 litri per olio lubrificante) e il trattamento non meno variegato delle voci (sollecitate con diverse modalità di emissione - nasale, gutturale, aspirata… - talvolta con l’ausilio dell’amplificazione), rendono al meglio il drammatico misticismo della “Leggenda della città Maya distrutta per ragioni religiose”, ripresa dall’autore nel titolo completo del brano.

Fu proprio nella spiritualità che Scelsi trovò una via d’uscita alla crisi psicologico-esistenziale di cui era rimasto vittima tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50, interessandosi alle sue diverse estrinsecazioni nel misticismo orientale, nell’esoterismo, nelle arti visive, nella poesia. Un’ ampia documentazione ci è fornita, al riguardo, dagli scritti pubblicati recentemente dall’editore francese Actes Sud.

“Les Anges sont ailleurs” è un volume di oltre trecento pagine, che riunisce diversi testi scelsiani, alcuni dei quali inediti, raccolti e commentati da Sharon Kanach, musicologa americana, amica e assistente del compositore nell’ultimo decennio di vita. Per la maggior parte non si tratta di traduzioni in francese, in quanto Scelsi amava scrivere direttamente in questa lingua, prediligendone la souplesse e la ricchezza timbrica alla piana solennità dell’italiano. Questi scritti sono, non di rado, il risultato di registrazioni (tratte da discussioni con amici o da riflessioni dettate ad alcuni stretti collaboratori, come le due parti de “Il Sogno 101”, di cui sono riportati alcuni stralci), che Scelsi, una volta trascritte, rivedeva e modificava. Egli concepiva, quindi, i suoi testi in maniera non molto dissimile dalle sue musiche, che nasceva da improvvisazioni realizzate “in uno stato di trance” (p. 262), come annota Luciano Martinis, amico ed editore del compositore, nella biografia posta in appendice (reperibile in italiano sul sito della Fondazione Isabella Scelsi ). Il corpus principale del volume è suddiviso in tre sezioni.

La prima parte contiene materiali autobiografici: tra di essi spiccano alcune lettere, brevi racconti come “L’homme aux chapeaux”, l’elenco di “comandamenti” noto come “Octologo”, pubblicato, in precedenza, da Martinis per le sue edizioni “Le parole gelate” nel 1987, un’intervista dello stesso anno con Frank Mallet di Radio France, pp.62-84, già edita in “Giacinto Scelsi. Viaggio al centro del suono”, a cura di Pierre Albert Castanet e Nicola Cisternino, Luna Ed., 2001 ).

La seconda parte s’incentra sulla musica, e sviluppa le intuizioni contenute nel fondamentale saggio “Sens de la Musique” - comparso dapprima in francese, su “Suisse Contemporaine”, nel 1944, poi tradotto in tedesco e italiano - in cui per la prima volta vengono individuate precise corrispondenze tra suoni, immagini e stati di coscienza.

La terza sezione raggruppa riflessioni inerenti sia l’arte in generale sia alcuni settori specifici, come la pittura e la letteratura, nei quali Scelsi ebbe modo di cimentarsi: nel 1957 fondò una galleria d’arte contemporanea, la Rome-New York Art Foundation; frequentò autori come Henri Michaux, Pierre Reverdy, Gabriel Pomerand, tra gli altri, e fu egli stesso poeta.

I passi riguardanti le questioni musicali non analizzano problematiche particolari, ponendo piuttosto l’accento, a più riprese, su una generale attitudine creativa votata al superamento del controllo razionale e alla conseguente immersione in uno stato di lucida passività (p. 142). Il compito del compositore non è più quello di assemblare, di com-ponere oggetti sonori secondo un ordine prestabilito; egli non è che un “intermediario”, un “postino”, di cui la realtà sovrasensibile si serve per comunicare con gli uomini (si vedano la lettera a Sharon Kanach di p. 57 o, più estesamente, le “Note sulla composizione”, pp.175-177, già pubblicate in italiano, nel 2001, dalla rivista della Fondazione Scelsi, “I suoni, le onde…”). Il suono, allora, non è più un mero fenomeno fisico né un segno grafico apposto sulla partitura: esso non può ridursi al piano materiale né a quello intellettuale, ma appartiene a una dimensione totalmente altra, di natura spirituale e trascendente. Di qui l’attenzione verso le tradizioni extraeuropee - che tale aspetto non hanno rimosso - e la critica indirizzata alla musica classica occidentale, che “ha dedicato praticamente tutta la sua attenzione […] a ciò che chiamiamo la forma musicale. Ha dimenticato di studiare le leggi dell’Energia sonora, di pensare la musica in termini di energia, cioè di vita” (“Son et musique”, pp. 125-140, estratto di conversazioni con amici e successivamente trascritte, datate da Martinis fra il 1953 e il 1954). La vita interiore del suono diventa strumento auto-terapeutico, all’epoca del ricovero psichiatrico in Svizzera: “Ecco come si deve ascoltare un suono. Ho fatto questa esperienza da solo, senza conoscere la storia, quando ero in clinica, malato. Nelle cliniche ci sono sempre dei piccoli pianoforti nascosti, che quasi nessuno suona. Un giorno mi misi a suonare :do, do , re, re , re… Mentre suonavo qualcuno disse: ‘Quello è più pazzo di noi!'. Ribattendo a lungo una nota essa diventa grande, così grande che si sente sempre più armonia ed essa vi si ingrandisce all'interno, il suono vi avvolge. Vi assicuro che è tutta un'altra cosa: il suono contiene un intero universo, con armonici che non si sentono mai” (dalla conversazione con Frank Mallet). Non ci siamo imbattuti nelle stucchevoli argomentazioni di un maestro new age: il suono non soltanto può guarire, ma - rammenta il compositore - esso è pure in grado di distruggere (”La cultura tibetana ci insegna che con un solo grido si può uccidere un uccello e non so se il suono lo possa far rivivere”, p. 77). L’arte - quella dei suoni, ma non soltanto, vista la poliedricità del personaggio Scelsi - acquista, dunque, una valenza ulteriore rispetto a quella terapeutica, di carattere conoscitivo: essa viene concepita come ”cristallizzazione visibile e incarnazione materiale di un processo di conoscenza diretta e unica delle forze creatrici cosmiche”, forze che, a loro volta, agiscono sull’organismo dell’artista, manifestandosi nella sua opera (p. 215 , in “Art et connaissance”).

Ricco e suggestivo il corredo iconografico, comprendente riproduzioni di manoscritti, ritagli di giornale e fotografie (specie di età giovanile), tanto più preziose se si considera il fermo rifiuto di Scelsi alla diffusione della propria immagine, cui iniziò a sostituire la figura di un cerchio sottolineato, in segno di totale opposizione alla concezione idolatrica dell’artista.

Accompagna il libro, già abbondante di informazioni, un CD contenente un’intervista a Scelsi realizzata nel 1986 da Sharon Kanach e Jean-Louis Cavalier per France-Culture, inframezzata da diversi estratti musicali (in cui spesso si ascolta Scelsi suonare il piano!), e - dulcis in fundo la registrazione della prima esecuzione assoluta, ad opera dell’Arditti String Quartet, del quartetto n. 5, preceduta dalla commemorazione affettuosa resa personalmente da Scelsi al pittore e poeta Henri Michaux, al quale il brano è dedicato. A proposito di poesia, è ancora l’attivissima Actes Sud a raccogliere, in un unico volume, pagine scelsiane recuperate e commentate da Luciano Martinis, con la collaborazione della Kanach. “L’homme du son”, infatti, ripropone, dopo anni di attesa (oltre a diversi inediti, varianti e scritti sparsi), i tre libri di poesie in francese, usciti in origine per l’editore parigino Guy Levis Mano tra gli anni ’40 e l’inizio degli anni ’60 - poi ristampate, nel 1988, dalle edizioni “Le parole gelate” - nonché due raccolte più recenti - “Cercles” e “Poèmes Incombustibles” - destinate anch’esse alla casa di Luciano Martinis.

“Le poids net” (1949), “L’archipel nocturne” (1954) e “La conscience aiguë” (1962), influenzate dalle frequentazioni parigine di Scelsi, furono pubblicate da Levis Mano, grazie agli auspici di un comune amico, il poeta Pierre Jean Jouve - marito di Blanche (nota psicoanalista freudiana) - che, negli anni della guerra, era scampato ai Nazisti trovando rifugio in Svizzera proprio grazie al compositore. A questi versi liberi e concisi, ritmati dagli ampi margini bianchi, è sottesa la peculiare visione della realtà maturata da Scelsi mentre andava lentamente risollevandosi dal tracollo psicologico degli anni precedenti. La kenosis, svuotamento e superamento delle superflue sovrastrutture mentali, si fa strada in “Le poids net” (già nella poesia iniziale: “I cervelli smantellati/sono più vicini al peso netto/dell’universo”, p. 73), ma molteplici tensioni lacerano ancora l’interiorità dell’autore con l’ angoscia dell’annientamento, (“precipizi trasparenti dello spirito/ mendicano l’abisso/luminoso e il rimedio occulto”, p. 111), sofferta erranza che si scioglie solo alla fine, al culmine di un movimento ascendente: “il tempo è libero/alla sommità del fuoco sconosciuto”, p. 118). ”L’archipe nocturne”, non diversamente, brucia le dicotomie (”eco silenziosa”, p. 144; ”fuoco nero”, p. 147) nell’ammutolimento: “Prendere fuoco/senza/grido/ecco il Segno”, p. 157).

Quando la crisi spirituale è superata, compare il terzo volume, La conscience aiguë, i cui testi, risalenti al 1955, sono coevi ai primi lavori della nuova fase compositiva: non è un caso se le suggestioni evocate dai versi (“lo sguardo al centro/di una bianca inazione/ricostruisce l’avvenire inghiottito”, p. 200), insieme alla peculiare disposizione dei caratteri tipografici, aprano la lettura e lo spazio della pagina a un’immaginazione rinnovata.

Nella pregnanza aforistica di “Cercles”, del 1986 - prima raccolta completata dopo il Sogno 101 (autobiografia elaborata nel periodo 1973-1980, recentemente pubblicata in versione integrale sempre da Actes Sud, in attesa di ri-edizione italiana, come si è detto) - l’anelito alla trascendenza diventa così forte da non poter essere più espresso in parole: la seconda parte, sotto il titolo “Transfiguration”, simbolizza in immagini il percorso dell’individuo verso la perfezione, con la graduale metamorfosi di un triangolo in un cerchio attraverso figure geometriche intermedie.

Completano il volume i “Poèmes incombustibles”, una serie di poesie raggruppate negli anni ’80 da Scelsi e Martinis tra quelle che non erano state incluse in altre antologie, e le “Poésies isolées”, frutto della revisione di opere scritte in precedenza per diverse occasioni.

La ricerca su Scelsi, ben lungi dall’essersi esaurita, promette di svelare nuovi aspetti della sua figura, tanto complessa quanto ancora avvolta, per molti versi, nel mistero. L’homme du son un peu d’ombre occupe toute la vallée son chant n’aura point de fin

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