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Bergamo Jazz 2015

Libero Farnè By

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La proposta più "forte" e trasgressiva in cartellone è stata però quella dei Nels Cline Singers. Già trent'anni fa il chitarrista californiano s'imponeva come uno degli esponenti dell'area più estrema e radicale, di un'abrasiva contaminazione fra free e post punk. Tale egli si è conservato nei decenni e nelle varie collaborazioni, godendo in questi ultimi anni di una meritata riscoperta da parte di festival e rassegne europee.
Ben inteso nessuno dei componenti dei Nels Cline Singers ha cantato, se si escludono un paio di minuti a carico del leader, ma piuttosto sono state lanciate urla lancinanti e disperate dalla chitarra distorta e dall'elettronica manovrate da Cline, sia pure intervallate da momenti più pacati, ingentiliti da una semplice cantabilità di matrice folk. In realtà, su un repertorio di autori vari la performance si è dipanata in situazioni ben diversificate, in cui si è evidenziato insostituibile l'apporto dei due partner: soprattutto quello di Scott Amendola, che ha costituito l'ineludibile struttura ritmica con un drumming saturante e perentorio, integrando con efficienza il set batteristico classico e l'elettronica. Trevor Dunn al basso elettrico ha fornito una pulsazione continua e alonata, mentre al contrabbasso in un intervento iniziale ha ricordato molto il Charlie Haden di oltre quarant'anni fa: ...a ulteriore conferma che anche nella sperimentazione più audace nulla si crea e nulla si distrugge.

Totalmente diversa, ma altrettanto personale, è apparsa la musica del quartetto di Mark Turner. Atmosfere notturne e decisamente neo-cool si sono gradualmente agitate in sviluppi vagamente inquietanti. Alla dimensione cameristica di temi divaganti e misteriosi, a volte costruiti su sequenze di sezioni solistiche, hanno fatto riscontro il fraseggio sempre ponderato del tenorista e la sua sonorità ferma, senza vibrato, quasi accademica. Una musica indubbiamente coerente, consapevole e austera, in cui tuttavia alcuni brani hanno presentato una struttura un po' troppo risaputa, ancora ascrivibile alle modalità del mainsteam: basso e batteria (i per altro notevoli Joe Martin e Justin Brown) hanno conservato una posizione appartata, di accompagnamento costante e rassicurante, mentre lunghi spazi solistici sono stati assegnati ai due fiati (oltre al leader, un concentrato ed evocativo Ambrose Akinmusire alla tromba).

Nelle proposte più consistenti e rappresentative dell'attualità jazzistica succede invece che vengano estesi e articolati i collettivi dagli unisoni frastagliati, gli impasti armonici e timbrici, le strutture dinamiche e le griglie ritmiche. Questo tipo di intima integrazione a Bergamo si è verificato in buona misura nel Michael Formanek Cheating Heart Quintet.
Come in un'elucubrazione, in un dialogo interiore, i temi circolari sono ritornati continuamente su se stessi con piccole variazioni e in una definizione progressiva, quasi un surriscaldamento, della modulazione ritmica. L'attenta coordinazione del leader ha previsto anche il mirato e sostanzioso contributo dei singoli strumenti, a cominciare da quello del proprio contrabbasso dal pizzicato poderoso e risonante: la sua non è stata quasi mai una funzione di accompagnamento, ma piuttosto quella del protagonista. Anzi, sugli arditi equilibri armonici dei due sax all'unisono, alcuni suoi brani si sono qualificati come una sorta di "concerto per contrabbasso solista ed ensemble da camera."

Al "fratello maggiore Tim Berne" (così lo ha definito Formanek) sono stati riservati alcuni interventi, fra i quali è risultato trascinante quello in duo col batterista, caratterizzato da un crescendo infervorato. Anche il tenorista Brian Settles ha avuto modo di esporre un eloquio opportunamente modulato nel fraseggio come nel sound, aderendo all'assetto voluto dal leader. Altrettanto appropriato il tocco sgranato e puntillistico, di sapore "contemporaneo," del pianista Jacob Sacks; anche il batterista Dan Weiss infine si è inserito con perizia nel puntiglioso ruolo assegnatogli, senza usufruire della scontata esposizione solistica nel finale. In definitiva, un concerto impegnativo che con la rigorosa coerenza della sua concezione compositiva e dei suoi sviluppi improvvisativi è riuscito a irretire e affascinare la percezione degli ascoltatori più esigenti.

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