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Lana Meets Jazz – Ottava Edizione

Paolo Peviani By

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Lana Meetz Jazz
Lana (BZ), 30.04.2019—05.05.2019

Dal dixie al jazz scandinavo con divagazioni elettroniche il passo è lungo, ma al Lana Meets Jazz tutto si tiene. Merito di una programmazione basata su criteri di selezione semplici, solidi e inoppugnabili:

-Musicisti di indiscusso valore, interpreti di rilievo all'interno del linguaggio jazzistico di riferimento
-Proposte di qualità ma mai respingenti, anzi tutte fruibili anche da un pubblico non particolarmente avvertito
-Una certa sintonia umana con gli organizzatori e con le specificità di questo festival che, come abbiamo imparato ad apprezzare nel corso degli anni, concede ampio spazio anche agli studenti delle scuole di musica locali

Il risultato di tutto ciò è un festival estremamente piacevole, che gode di un'affluenza di pubblico al di sopra di ogni più rosea aspettativa e che vede rappresentata—sia tra il pubblico che tra i musicisti sul palco -ogni fascia di età.

Dopo un pre-opening avvenuto a metà aprile, con l'orchestra dei workshop di Lana e i Barionda (il gruppo di sax baritoni più batteria diretto da Helga Plankensteiner, per l'occasione affiancata da Klaus Dickbauer, Massimiliano Milesi, Giorgio Beberi e Mauro Beggio), il festival è entrato nel vivo il 30 Aprile, data proclamata dall'Unesco Giornata Internazionale del Jazz, con "Jazz Goes to School!" (della serie Se la montagna non va a Maometto ...), concerto degli allievi della scuola di musica di Lana tenuto all'interno della locale scuola media.

In serata, la prima italiana di Rymden, trio composto dal norvegese Bugge Wesseltoft a pianoforte e tastiere e dalla ritmica del fu Esbjörn Svensson trio, ovvero Dan Berglund al contrabbasso e Magnus Ostrom alla batteria. Una proposta molto interessante dal punto di vista della ricchezza tematica e della distribuzione degli equilibri (in svedese Rymden significa Spazio), che unisce jazz e numerosi spunti classici (Bach su tutti), arricchendoli di sonorità elettroniche in verità non sempre impeccabili dal punto di vista delle timbriche.

La mattina del primo maggio è stata interamente dedicata alle chitarre. Quelle di Franz Zanardo e Lino Brotto, che con il violino di Mattia Martorano costituiscono l'Almamanouche Trio, ci hanno condotto con allegria e affetto sulle tracce di Django Reinhardt. Quelle di Ulf Wakenius e Paulo Morello, accompagnate dal contrabbasso di Sven Faller, ci hanno portato invece verso orizzonti più virtuosistici, tra echi di choro e composizioni originali. Bello il confronto tra lo stile (e la timbrica) più tradizionale di Morello e l'esuberanza tecnica ed elettrica di Wakenius. Malgrado fosse qui -con poco preavvisio -in veste di supplente dell'infortunato Philip Catherine, il chitarrista svedese si è calato con molto agio nella parte, dispensando perle di tecnica davvero notevoli.

In serata, le percussioni dell'ormai storico gruppo Odwalla hanno dato vita ad uno spettacolo che definire solamente concerto sarebbe riduttivo. L'ampia formazione, la ricca configurazione strumentale, le movenze delle danzatrici, la forza ancestrale delle poliritmie hanno immediatamente coinvolto il pubblico in uno spettacolo di grande fascinazione.

L'Hotel Schwarzschmied, punto di riferimento per tutti gli ospiti del festival, predilige da sempre proposte più leggere e di intrattenimento, basate su voci femminili. In questa edizione abbiamo avuto modo di ascoltare ben undici cantanti locali, che hanno coperto un ampio ventaglio di orizzonti musicali, dagli standard al soul.

È ormai consuetudine che nella serata di venerdì il festival si trasferisca a Bolzano, al Laurin Hotel, dove quest'anno abbiamo ascoltato i due ex Vienna Art Orchestra Jean-Christophe Cholet e Matthieu Michel, rispettivamente a pianoforte e tromba, in compagnia di Didier Ithursarry alla fisarmonica e Quentin Cholet alla batteria. In programma, brani prevalentemente tratti dagli album "Whispers" ed "Extended Whispers," che hanno dato vita ad un concerto altalenante. Travolgente il primo set, dove melodie aperte ed articolate, di ispirazione vagamente popolare, hanno fatto da sfondo ad improvvisazioni torride e ritmicamente movimentate. Meno convincente il secondo set in cui il quartetto, forse appagato da quanto fin lì suonato, è sembrato poggiarsi su una musica più curata ed estetizzante, ma meno coinvolgente.

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