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Kósmos Trio: l'universo in Musica

Kósmos Trio: l'universo in Musica
Emmanuel Di Tommaso By

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Fin dalla prima volta che abbiamo suonato insieme ci è apparso evidente che condividevamo la stessa idea di musica, all’interno della quale ognuno di noi ha modo di far emergere la propria personalità
Dopo anni intensi di lavoro e confronto, si avvicina l'esordio discografico del trio Kósmos, composto dal pianista Stefano Falcone, dal batterista Giuseppe D'Alessandro e dalla contrabbassista Ilaria Capalbo. Li abbiamo incontrati a poche settimane dall'uscita del loro primo disco dal titolo Back Home, che sarà presentato con un concerto il 25 ottobre alla Casa del Jazz a Roma.

All About Jazz: Come nasce il Kósmos Trio e qual è l'idea alla base del progetto?

Kósmos Trio: Suoniamo insieme da circa sei anni, nei quali abbiamo condiviso varie idee e progetti. Il tempo passato assieme ci ha dato l'opportunità di definire un suono comune in cui è possibile identificarci. Non c'è stata una vera e propria ricerca ma è avvenuto tutto in modo abbastanza naturale. L'idea che c'è alla base di questo trio è racchiusa nel nome stesso che abbiamo scelto, Kósmos, ovvero lo spazio inteso come universo. Ci piaceva porre l'enfasi in particolar modo sulla capacità di chi suona jazz di descrivere l'universo in un ambito ristretto, come se in un certo senso lo si volesse incorniciare pur cercando di rappresentarlo nella sua interezza.

AAJ: Quali sono i punti di forza e le criticità del Kósmos Trio?

KT: Ci sentiamo molto fortunati per le nostre affinità, sia a livello personale che di background, ci completiamo l'un l'altro. La nostra è una formazione molto equilibrata, e la scelta stessa di formare un trio che non porta il nome di nessuno di noi deriva proprio da questo nostro essere sulla stessa linea d'onda.

Fin dalla prima volta che abbiamo suonato insieme ci è apparso evidente che condividevamo la stessa idea di musica, all'interno della quale ognuno di noi ha modo di far emergere la propria personalità, cosa che non è affatto scontata: spesso nel jazz si dice che chi suona conta più di cosa si suona, ma questo vale soltanto se le componenti stanno bene insieme e riescono a individuare all'interno della musica gli aspetti in cui la propria personalità può emergere. Ciò vale soprattutto in una forma come quella del trio, in cui l'equilibrio fra le parti è fondamentale. Ancora di più nel nostro, di trio, che è caratterizzato dall'assenza di leader, e questo può essere al tempo stesso un punto di forza e di complessità: siamo tutti compositori e arrangiatori, ognuno di noi porta le proprie idee all'interno del progetto. Se da un lato questo ci dà grande libertà espressiva, dall'altro può portare a una dispersione delle idee e delle energie.

Dobbiamo ancora raggiungere un livello di organizzazione tale che ci permetta di ottimizzare i tempi della creazione. È molto complesso e il presupposto è che ci sia grande ascolto reciproco fra di noi. Ascoltarsi costantemente in tutte le fasi del nostro lavoro, dalla composizione fino a quando si sale sul palco, non è sempre facile.

AAJ: Il vostro primo progetto discografico, dal titolo Back Home, è in uscita alla fine di ottobre in allegato alla rivista JazzIt. Come definireste questo lavoro?

KT: Il disco nasce da una grande passione comune per il musicista Lennie Tristano, che è stato motivo di studio e di ascolto per tutti noi. Il 2019 è l'anno in cui si celebra il centenario dalla sua nascita, e ci sembrava dunque doveroso rendergli omaggio. Il disco si comporrà di otto tracce totali, di cui cinque sono arrangiamenti di brani che Tristano aveva concepito per formazioni più estese rispetto al trio. Gli altri tre brani sono invece scritti da ciascuno di noi come omaggio alla musica di Tristano.

Ognuno di noi ha colto la sfida di confrontarsi con un aspetto particolare della sua musica, come il contrappunto o la complessità ritmica. Si tratta di un approccio molto particolare. Quando nel jazz si decide di fare un tributo si tende solitamente a suonare la musica degli artisti in questione, magari rielaborandola un pochino. Noi invece abbiamo svolto uno studio quasi letterario sul materiale di Tristano: ne abbiamo tratto degli aspetti, e su questi abbiamo focalizzato il nostro lavoro.

AAJ: Nel Jazz contemporaneo, e specialmente fra i musicisti della nuova generazione, assistiamo a un ritorno all'improvvisazione e alla registrazione in condizioni live. Come si colloca il vostro progetto rispetto a questo fenomeno di ritorno?

KT: In Back Home abbiamo lavorato moltissimo per prevedere momenti in cui lo spartito definisse decisamente il carattere di un brano, e altri in cui l'improvvisazione fosse così dominante da farci sconfinare in territori che non erano previsti. Credo che sia un'esperienza molto rara e interessante per gli ascoltatori. È poi fondamentale mantenere sempre il contatto fisico e visivo tra di noi, sia in fase di registrazione, in cui ci riuniamo all'interno della stessa stanza, sia durante la performance live, in cui tendiamo a suonare vicini l'uno all'altro, anche quando lo spazio a disposizione è molto vasto. L'importante è evitare ogni possibile forma di dispersione e distanza fra di noi. Non ci è mai capitato di registrare in presenza del pubblico. Potrebbe essere molto interessante, anche se per noi la registrazione è un momento di raccoglimento in cui si deve avere coscienza che, a differenza del live, ciò che si suona rimane, è come un'impronta che resta nel tempo. Ciò che è determinante, e a cui non potremmo mai rinunciare, è l'energia che si crea fra noi tre.

AAJ: Quali sono i prossimi eventi che avete in programma?

KT: Intorno a fine ottobre uscirà fisicamente il nostro primo disco come inserto al n. 108 della rivista JazzIt. Il disco sarà poi disponibile nelle piattaforme streaming tra fine novembre e inizi dicembre, e sarà presentato per la prima volta con un concerto il 25 ottobre alla Casa del Jazz di Roma. Il vero e proprio Tour inizierà nella primavera del 2020.

Foto: Paolo Soriani.

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