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King Crimson alla Cavea dell'Auditorium, Roma

Mario Calvitti By

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King Crimson
Cavea dell'Auditorium
Roma
22.07.2018

Pochi gruppi nella storia della musica rock sono stati importanti quanto i King Crimson. Nei quasi 50 anni trascorsi dalla loro prima apparizione risalente al 1969 hanno sempre rappresentato un punto di riferimento avanzato per il rock progressivo (anche se la definizione non è mai piaciuta al loro leader Robert Fripp, che ha sempre rivendicato l'unicità della loro musica) attraverso le loro numerose incarnazioni, che pur attraversanco molti periodi di discontinuità (il tempo di attività reale è stato soltanto circa la metà del totale trascorso) ancora oggi calcano i palcoscenici di tutto il mondo, e possono vantare una base di appassionati tuttora crescente. L'ultima rinascita del gruppo risale al 2014, riunendo membri vecchi (oltre al chitarrista Robert Fripp il sassofonista Mel Collins, il bassista Tony Levin, i batteristi Pat Mastellotto e Gavin Harrison) e nuovi (il chitarrista e cantante Jakko M. Jakszyk, che già si era fatto le ossa suonando il repertorio del gruppo insieme ad alcuni dei musicisti originari dei King Crimson nella cover band "21st Century Schizoid Band" attiva tra il 2002 e il 2006, e il batterista/tastierista Bill Rieflin, già collaboratore di Fripp in alcuni progetti).

Da allora, ogni anno intraprendono un tour più o meno lungo in tutto il mondo, incentrando i loro show sulla riproposizione del vecchio materiale attingendo da tutta la storia del gruppo, compresi anche alcuni brani che non erano mai stati eseguiti dal vivo in precedenza come la suite "Lizard," e aggiungendo una manciata di brani di nuova composizione. Il 2018 ha visto la band attiva in Europa nel corso dell'estate; altre date (Regno Unito e Parigi) si aggiungeranno in autunno, per chiudere l'anno con una serie di concerti in Giappone. Nel frattempo la band ha acquisito un nuovo elemento, il batterista e tastierista Jeremy Stacey, chiamato nel 2016 in sostituzione dell'allora indisponibile Rieflin e rimasto anche dopo il ritorno di quest'ultimo, rientrato come tastierista aggiunto; con questa formazione a otto elementi si sono presentati anche a Roma per due serate, di cui abbiamo seguito la prima in programma.

L'abbondanza di materiale in repertorio ha permesso di non ripresentare la stessa scaletta nel corso delle doppie serate (spesso ricorrenti durante tutto il tour), anche se la struttura di base dei concerti rimane rigidamente prefissata: due set di circa un'ora ciascuno, entrambi aperti dal trio di batteristi posizionato sul palco in prima fila con due nuove composizioni (una per set), "Hell Hounds of Krim" e "Devil Dogs of Tessellation Road," che mettono bene in mostra lo spettacolare coordinazione tra i tre percussionisti. Dopo queste introduzioni fanno seguito i brani classici eseguiti spesso in modo da riproporre gli originali quasi nota per nota (come si può sentire ascoltando gli ultimi live pubblicati dal gruppo), rispettando in certi casi anche la sequenza del disco, come per il trittico "Peace/Pictures of a City/Cadence and Cascade," preso dal primo lato del secondo album del gruppo uscito nel 1970, o il dittico "Moonchild/In the Court of The Crimson King" che costituiva il secondo lato del loro primo album.

Nel corso delle due ore abbondanti di concerto abbiamo ascoltato altri classici in prevalenza degli anni '70 ("Cirkus," "Bolero," "Epitaph," "Easy Money," "Larks Tongues in Aspic Pt.2") un paio degli anni '80 ("Neurotica," "Discipline" e "Indiscipline") e alcuni brani nuovi ("Radical Action," "Suitable Ground for the Blues") prima della conclusione con "Starless" e il bis di "21st Century SChizoid Man," il loro brano simbolo che apriva l'LP di esordio, ancora attualissimo dopo tutti questi anni. Il pubblico, numeroso e di composizione anagrafica molto varia (anche se i fan di vecchia data erano naturalmente predominanti), ha risposto con entusiasmo a ognuno dei brani proposti, ritrovando spesso le stesse atmosfere immortalate sui vinili d'epoca.

Tutto perfetto, quindi? Sì e no: se da un lato l'esibizione di tutti i musicisti è impeccabile (da sottolineare gli ottimi interventi di Collins, musicista troppo sottovalutato) e la musica è quella immortale già tramandata alla storia, spiace constatare che quella che era forse la caratteristica principale della band dal vivo, ossia l'abbandonarsi a occasionali improvvisazioni collettive, che era stata più o meno mantenuta in tutte le precedenti incarnazioni del gruppo, ora risulta completamente assente. Non mancano gli assoli individuali nei (pochi) brani che li prevedono, ma l'impressione è che Fripp abbia scelto di utilizzare questa formazione come una sorta di museo itinerante dei King Crimson, privilegiando l'esibizione rigidamente predeterminata di un glorioso e storico passato alla libertà di esplorare nuove possibilità musicali.

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