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John Zorn & Bill Laswell a JazzMi 2018

Luca Canini By

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John Zorn & Bill Laswell
Teatro Dal Verme
JazzMi
Milano
6.11.2018

Il cielo è grigio sopra Milano; la serata appiccicosa e umida. Nel foyer e alle biglietterie una discreta calca. C'è aria di evento, di concerto dell'anno al JazzMi. Capita sempre meno spesso che John Zorn faccia scalo in Italia, e per i fedeli l'occasione del duo con lo stregone Bill Laswell (proposto per la prima volta da questa parte dell'Atlantico) è più unica che rara. Non a caso in platea ci sono tutti: gli adepti della prima ora con i loro vinili lucidi di The Big Gundown ad aspettarli a casa, i folgorati dal Masada sound sulla via degli anni Novanta, i compulsivi che si sono riempiti gli scaffali di dischi Tzadik, gli entusiasti dell'era digitale, qualche metallaro di larghe vedute (il Signore li benedica) e l'immancabile Severo, la cui testa lucida brilla nelle prime file e al quale lo stesso Zorn rende omaggio in apertura e in chiusura di set ("Ma chi è quello? Uno importante?," chiede al marito una distinta signora che evidentemente di concerti di Zorn ne ha visti pochi, altrimenti avrebbe imparato a riconoscere Severo).

A zittire il fragoroso boato che accoglie i due sul palco, è il basso gommoso e oscuro di Laswell (cuffia di lana d'ordinanza e giubbotto pesante). Pochi secondi per far tremare le vene dei polsi, le budella e l'intero teatro, con pannelli, appendici in legno e controsoffitti che si lamentano paurosamente ogni volta che le dita si muovono verso le frequenze più cupe. Zorn (maglietta rossa e pantaloni mimetici pure d'ordinanza) si guarda attorno inquieto, perplesso; poi imbraccia convinto il sassofono e si butta in mezzo a tutto quel vibrare a volto scoperto. Non ci sono maschere dietro alle quali nascondersi stavolta, nessun ensemble da dirigere gesticolando, niente bagatelle, demoni o angeli che facciano da schermo: il contralto, un microfono, un'anonima sedia, un set totalmente da improvvisare e il pubblico adorante in religiosa attesa.

L'incipit è discreto, quasi timido. Ma il suono, quel suono che è pura New York, che sa di luci al neon che sfarfallano e taxi presi al volo, arriva subito dritto al cuore. Dura poco in ogni caso la fase delle premure. Una manciata di minuti ed ecco le prime rasoiate, le impennate violente, le progressioni isteriche, i sovracuti in serie, i passaggi mozzafiato e multifonici in respirazione circolare, le note impossibili cavate dallo strumento con l'ausilio dell'interno coscia, i fischi, i lamenti, le urla feroci: il campionario è vasto, la tecnica, come sempre, scintillante, funambolica. Tanto che viene da pensare che a forza di maratone e sontuosi cicli dedicati al John Zorn compositore (che da un pezzo, diciamolo, pare essersi un po' incartato), ci si dimentica di quanto portentoso e unico sia il John Zorn sassofonista. Difficile stargli appresso, impossibile contenerlo. Ma Laswell si muove su un altro piano, ragiona da architetto, si affida al rigore, alle strutture: una musicalità organizzata, fatta di piccoli riff, di suadenti armonici, di arpeggi sospesi, di un uso sapiente e discreto di effetti e pedali, al contatto con la quale la ferocia di Zorn è costretta a trovare una propria dimensione narrativa.

Il duo funziona, insomma. Per contrasto ma anche per assonanza. Come quando, all'inizio e alla fine del secondo e ultimo brano improvvisato, il sax accenna un tema obliquo e dolce e il basso risponde con una serie di accordi spettrali e pastosi. Finisce con Zorn che allontana la bocca dall'ancia, infila il microfono nella campana e con le chiavi si diverte a costruire una fitta trama percussiva di rumori e feedback. Pubblico in delirio, applausi ritmati, musicisti che salutano, se ne vanno, tornano, se ne vanno di nuovo e alla fine buttano lì un bis di due minuti due che pare un ritaglio bruciacchiato di una session dei Painkiller. Ripartono a scapicollo gli applausi ma stavolta è davvero finita. Tre quarti d'ora memorabili. "Praticamente un euro al minuto," borbotta una delusa pagante mentre si avvia verso l'uscita. Signora mia bella, certi privilegi si pagano.

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