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JazzMI

Paolo Peviani By

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JazzMI
Milano
05-06.11.2016

Milano torna ad avere un festival Jazz. E già questa, di per sé, è una buona notizia.

Non abbiamo mai fatto parte della schiera di quelli che "a Milano non succede mai niente", nostalgici di un passato che chissà se era davvero così glorioso e luminoso come ricordiamo e ci raccontiamo. In realtà a Milano ci sono sempre state molte iniziative in ambito jazzistico. Più o meno organiche, più o meno velleitarie, più o meno affidate alla buona volontà dei singoli. Innegabile tuttavia che a Milano mancasse, da tempo, un festival jazz di grande respiro. Una manifestazione in grado di mettere la città in linea, anche da questo punto di vista, con le sue ambizioni di metropoli europea.

Colma ora la lacuna JazzMI, festival dai numeri imponenti, che per dodici giorni mette il jazz al centro della vita cittadina. La formula è quella utilizzata con successo in altre manifestazioni milanesi, a carattere musicale e non (MiTo, BookCity, PianoCity). Far parlare di sé con una massiccia campagna di comunicazione, inondare la città con una quantità impressionante di iniziative (80 concerti e 25 eventi collaterali). In breve, raggiungere, coinvolgere, stimolare la curiosità di un pubblico distratto o non particolarmente vicino al jazz. E coinvolgere quei soggetti -jazz club, rassegne, scuole, associazioni— che invece si occupano di jazz lungo tutti i dodici mesi dell'anno.

Ottima anche l'idea di tenere i concerti maggiori al Teatro dell'Arte, culla e cuore del jazz milanese. Luogo in cui negli anni '50—'60 Arrigo Polillo organizzava concerti con i più grandi musicisti dell'epoca (uno per tutti, John Coltrane). Concerti di cui, chi c'era, racconta ancora con emozione.

Messi in archivio i primi giorni della manifestazione, un primo bilancio parziale non può che essere positivo. I concerti maggiori sono stati premiati dal tutto esaurito ed anche le iniziative collaterali (concerti di minore richiamo, film, mostre, incontri di approfondimento) hanno fatto registrare un'ottima affluenza di pubblico.

Venendo ai concerti cui abbiamo assistito, il quartetto Aziza del contrabbassista Dave Holland (con Chris Potter al sax, Lionel Loueke alla chitarra, Eric Harland alla batteria) ha proposto una musica di impronta vagamente fusion, piuttosto schematica nell'impostazione ed incentrata su lunghi interventi solistici. Uno sfoggio di tecnica mostruoso, che ha entusiasmato i presenti (inclusi molti colleghi giornalisti), ma che ci ha lasciato perplessi e con un po' di amaro in bocca. In questo concerto abbiamo trovato infatti poco del Dave Holland che amiamo. Quello delle armonie articolate ed eleganti, della scomposizione e ricomposizione di tempi complessi (riscontrati solo nel terzo brano, giunto dopo una buona mezz'ora di pedali ai confini della banalità). Abbiamo trovato, invece, una musica priva di personalità, eseguita in modo impeccabile e fin troppo compiaciuta, ma con poco cuore.

Meglio, molto meglio, il quintetto del giovane trombettista Christian Scott aTunde Adjuah (con Lawrence Fields al pianoforte, Logan Richardson al sax, Luques Curtis al contrabbasso, Corey Fonville alla batteria). Look da rapper, ritmiche da periferia metropolitana, contrappunti complessi, un uso sporadico e ben focalizzato dell'elettronica, il nostro ci ha fatto ascoltare una musica che assimila mille influenze per rielaborarle in chiave contemporanea. Purtroppo durante il concerto si sono verificati numerosi problemi tecnici che hanno gravemente penalizzato il suono della band. Ciò che abbiamo colto era comunque molto interessante, speriamo di avere altre occasioni per ascoltare meglio questo gruppo, davvero meritevole di attenzione.

Con i Sons of Kemet di Shabaka Hutchings (Oren Marshall al basso tuba, Sebastian Rochford e Tom Skinner alla batteria) siamo usciti dal jazz per entrare in ambiti a cavallo tra la musica tribale e la dance. Innegabile la forza ritmica di due batterie e di un basso tuba. Impossibile non farsi travolgere da spunti tematici semplici e reiterati. Il gioco, però, ha il fiato corto. Sulla lunga distanza la ripetizione sfocia nella noia. Non siamo puristi e non lo diventeremo certo oggi. Un sax ed un basso tuba non sono tuttavia sufficienti a trasformare in jazz una musica che non lo è. Un concerto che si rivolgeva, più che ai jazzofili, ad un pubblico avvezzo ai DJ set.

Indubbiamente jazz, e di ottima fattura, era invece quello che ci hanno fatto ascoltare al Blue Note gli Acrobats del sassofonista Tino Tracanna (Mauro Ottolini al trombone, Paolino Dalla Porta al contrabbasso, Antonio Fusco alla batteria, Roberto Cecchetto alla chitarra). In programma, brani tratti dal recente album Red Basics, uscito per l'etichetta Parco della Musica. Come consuetudine, l'orizzonte espressivo della band mescola echi etnici e libera improvvisazione, melodie immediate ed armonie complesse, frammenti danzanti e squarci astratti. Lo sviluppo dei brani è sempre corale, con interventi solistici stringati e ben contestualizzati. Non si tratta certo di musicisti che scopriamo oggi, ma ascoltarli dal vivo è sempre un gran piacere.

Foto: Roberto Cifarelli.
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