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JazzMI 2018 - III Edizione

Paolo Peviani By

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JazzMI 2018—Terza Edizione
Milano
1.-13.11.2018

Terza edizione di JazzMI, festival che si impone all'attenzione della città con la forza dei grandi numeri. Oltre 200 eventi, 500 artisti, 100 location sparse per tutta la città (periferie comprese, è bene sottolinearlo), tra mostre fotografiche, dibattiti, interviste pubbliche, proiezioni cinematografiche e ovviamente concerti, tra cui molti gratuiti.

Un ventaglio di iniziative ampio e diversificato, fatto di grandi nomi e piccoli tesori nascosti, che ha permesso al jazzofilo di ogni orientamento di costruirsi un proprio percorso di ascolti, un festival su misura dei propri gusti, interessi, preferenze. Tra qualche sovrapposizione che ha portato a scelte dolorose ed alcune proposte intriganti, soprattutto per quanto riguarda i musicisti italiani (ne parleremo più avanti). La cronaca che segue non sarà dunque esaustiva di tutto il festival, seguirà piuttosto la traccia delle scelte che abbiamo compiuto. [A parte sono disponibili le recensioni dei concerti di John Zorn in duo con Bill Laswell, e di Colin Stetson.]

La serata inaugurale è stata introdotta dall'attore Paolo Rossi, che ha dato lettura del discorso tenuto cinquant'anni or sono da Martin Luther King al festival di Berlino, ricordandoci come il jazz abbia anche un fortissimo portato culturale, sociale, politico. Coerentemente con questo messaggio, sono poi saliti sul palco gli Art Ensemble Of Chicago, che quest'anno festeggiano i cinquant'anni di attività e che, malgrado i lutti e gli inevitabili acciacchi dell'età, continuano a proporre una Great Black Music-Ancient to the Future. Certo si è un po' perso lo spirito del collettivo, il tutto è divenuto eccessivamente Roscoe- centrico, ma un loro concerto è sempre una gioia per gli occhi e per le orecchie.

Meno convincente l'incontro tra Enrico Rava e Joe Lovano, accompagnati da Giovanni Guidi al pianoforte, Dezron Douglas al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria. Musica suonata impeccabilmente, ma un tantino manierista e routinaria. Senza alcun dubbio, preferiamo ascoltare Rava quando si muove all'interno dei suoi progetti originali.

Scenario virtuosistico per l'Aziza Quartet di Dave Holland, con Eric Harland alla batteria, Lionel Loueke alla chitarra, Chris Potter al sax. Band che non ama le mezze misure e in cui ciascuno dei componenti mette in mostra una padronanza strumentale mostruosa. Avevamo già ascoltato questo gruppo al JazzMI 2016. Rispetto ad allora, si avverte oggi un maggiore senso delle dinamiche, una più spiccata dimensione acustica. E, come sempre nei gruppi di Holland, una decisa articolazione ritmica. A lungo andare tuttavia, l'eccesso pirotecnico e la prolissità degli interventi solistici affaticano l'ascoltatore (o quantomeno hanno affaticato noi). Si suggerisce maggiore misura.

Per la serata di martedì 6 novembre il festival ha programmato ben tre concerti di assoluto rilievo: il trio di Steve Kuhn al Blue Note, il duo John Zorn-Bill Laswell al Teatro Dal Verme, il solo di Jason Moran al Teatro dell'Arte. Ci sarebbe piaciuto avere il dono dell'ubiquità ma, dovendo scegliere, abbiamo privilegiato Jason Moran. Musicista che non transita spesso da queste parti e decisamente sotto-esposto rispetto al suo valore artistico. La nostra scelta è stata ricompensata con un concerto meraviglioso, in cui il pianista ha mostrato un'enciclopedica conoscenza della storia del jazz e della musica in generale, affiancata da una tecnica strumentale impressionante. Il tutto, sempre ben direzionato e tenuto sotto controllo, al servizio di un pensiero artistico lucido e coerente. Muovendosi tra citazioni del suo maestro Jaki Byard, rag-time, brani originali, genuino blues e ribattuti magmatici sul registro grave che farebbero felici molti compositori di musica contemporanea, Moran ha dato vita ad un concerto emozionante e ricco di contenuti, tra i migliori cui abbiamo assistito nella nostra ormai più che trentennale esperienza di ascoltatori. Chapeau!

Nella serata successiva, programma incentrato incentrato sulle voci femminili. Marianne Mirage, in compagnia dei sempre eccellenti Paolino Dalla Porta e Gianluca Di Ienno, ha presentato brani tratti da Travelin' Light, A tribute to Billie Holiday, ripercorrendo alcuni grandi classici del repertorio di Lady Day. L'interpretazione, spesso molto aderente al modello originale (e tuttavia inarrivabile per chiunque) risulta più convincente quando se ne discosta in modo deciso ed acquisisce maggiore personalità.

Ricca di teatralità, vagamente postmoderna e zappiana nel suo approccio onnivoro e frammentato, la proposta di Camille Bertault. Cantante francese giunta alla notorietà grazie ad un video postato su YouTube in cui rifaceva (nota per nota!) il solo di Coltrane in Giant Steps. Qui a Milano si è presentata alla testa di un efficace quartetto con cui ha presentato un repertorio che parte dalla solida tradizione francese dei café chantant e della canzone d'autore ("Je Bois" di Boris Vian) per approdare a Wayne Shorter in versione brasiliana (una "House of Jade" che diventa "Casa de Jade"), passando attraverso composizioni originali ed echi della tradizione eurocolta (il medley "Satiesque" in cui convivono Bach, Ravel e Satie). Virtuosismo divertente e divertito.

Amletico dilemma anche per la serata di giovedì 8 novembre: il solo di Abdullah Ibrahim al Teatro dell'Arte o quello di Bill Frisell al Blue Note? La nostra scelta è caduta sul chitarrista di Baltimora, ed è stata ripagata con un concerto delicatissimo, in cui il nostro ha spaziato da John Lennon ("In My Life") a Burt Bacharach ("What the World Needs Now"), passando per il consueto songbook della tradizione americana e permeando il tutto con una fortissima venatura monkiana. Nell'impostazione del tratto solistico, fatto di frasi brevi e armonie sghembe, e con l'esplicito tributo di un'Epistrophy che era pura poesia.

Se i nomi internazionali erano di sicuro richiamo, l'ampio spazio concesso ai musicisti italiani ha permesso di ascoltare anche giovani emergenti e qualche proposta di nicchia. In particolare, agli under 35 del jazz nostrano è stato dedicato uno spazio, denominato Focus Italian Jazz Showcase, in cui sono state presentate varie formazioni. Tra queste, ci hanno molto ben impressionato il sestetto del contrabbassista Francesco Ponticelli, che ha bilanciato melodie angolose e rotondi sviluppi degli interventi solistici e, soprattutto, il chitarrista Francesco Diodati con i suoi Yellow Squeeds, che ha presentato in anteprima il nuovo lavoro discografico Never The Same. Composizioni complesse, arrangiamenti curatissimi, un lavoro d'insieme che conferma Diodati come uno dei leader più interessanti tra le nuove generazioni.

Tra i concerti sparsi nei locali della città, segnaliamo infine il bel concerto, rigoroso ed energico, del trio di Francesco Chiapperini, qui in veste di baritonista, sulle musiche di John Surman.

Foto: Roberto Cifarelli.
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