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Jazz&Wine of Peace Festival 2018

Neri Pollastri By

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La giornata si è conclusa in teatro con uno dei concerti più attesi per lo spessore artistico del protagonista, un personaggio di primissimo livello oltre che custode di una musica unica e personalissima: Egberto Gismonti. Un concerto "blindato," per la presenza in teatro della troupe dei fonici ECM, capitanati da Stefano Amerio, che hanno registrato la performance per farne un disco live (forse unendola ad altri concerti della recente tournée dell'artista brasiliano). E certo all'etichetta bavarese non mancheranno i materiali, perché il concerto è stato bellissimo: esibendosi la prima metà alla chitarra, alternando la dieci corde alla dodici corde, e metà al pianoforte, Gismonti ha proposto alcune delle sue più celebri composizioni, in mirabile equilibrio tra musica popolare e classica brasiliana, oltre due omaggi a quelli che in qualche misura possono essere considerati i suoi maestri ispiratori, Antonio Carlos Jobim, di cui ha suonato Retrato em branco e preto, e Heitor Villa-Lobos. Incantevole per eleganza e raffinatezza la parte chitarristica, nella quale l'abilità sulle corde si affiancava a un efficacissimo uso delle percussioni sulla cassa dello strumento, ha stupito chi non ne conoscesse la duttilità la parte pianistica, dove Gismonti ha mostrato una perizia tecnica degna dei migliori interpreti. Ma, come sempre nel suo caso, è stata la poesia emanata dalla musica e dalla sua stessa espressività a conquistare il pubblico, incluso coloro che, tutto sommato, lo considerano un po' a margine rispetto alla tradizione jazzistica. Certo uno dei momenti più toccanti della manifestazione di quest'anno.

Il sabato si è aperto, come di prammatica, con il concerto nella sala del Kulturni Dom di Nova Gorica, semplicemente strepitosa per qualità acustiche. Cosa, questa, che ha permesso di apprezzare al meglio una formazione singolare qual è il trio East West Daydreams, vale a dire Alexander Balanescu, Javier Girotto e Zlatko Kaučič. I tre, autori nel 2016 di un doppio CD con contenuti raccolti dal vivo (clicca qui per leggerne la recensione) si muovono sempre producendo creazione istantanea, ma in questo caso hanno operato in modo un po' diverso da altre occasioni: la musica scaturiva infatti principalmente dal fitto dialogo tra violino e fiati (con Girotto che ha privilegiato sax soprano e quena), con Kaučič a supporto e un po' meno propositivo del solito (forse anche perché costretto da un fastidioso mal di schiena alla tradizionale batteria, invece che al suo particolarissimo set di ground drums). E anche gli spunti improvvisativi sono venuti spesso da tracce melodiche, talvolta etniche, talaltra classiche (la Sarabanda di Haendel), così da rendere il tutto più immediatamente leggibile, ma non per questo più prevedibile, gli sviluppi essendo poi sempre molto liberi e giovandosi delle immediate interazioni tra i tre, che hanno disegnato delle linee continuamente intersecantesi, sempre nitide e affascinanti. Altro concerto di spicco della rassegna.

A ruota (e "constringendo" gli appassionati a una rincorsa oltre che a un digiuno, peraltro alleviato dal rinfresco offerto dopo il concerto) è seguito presso l'Azienda Agricola Ca' Ronesca di Dolegna del Collio il concerto di uno dei gruppi da anni più interessanti del nostro Paese: XY Quartet, che ha confermato dal vivo quel che ne sapevamo dai tre album prodotti per l'etichetta Nusica. E proprio dall'ultimo lavoro, Orbite, venivano gran parte dei brani proposti, valorizzati dall'esecuzione live -la quale, per esempio, faceva maggiormente risaltare il ruolo svolto dal vibrafono di Saverio Tasca e dalla batteria di Luca Colussi, assai più melodico che non ritmico -e dalle divertenti e ironiche "spiegazioni" sulle ispirazioni "astronautiche" dei pezzi, fatte da Nicola Fazzini e Alessandro Fedrigo. Musica geometrica e rigorosamente progettata, con reiterazioni circolari che si aprono su variazioni operate dal sax e cromatismi del vibrafono, così da dar vita a percorsi zigzaganti ma sempre conchiusi. Una conferma, appunto.

Nel pomeriggio, altro appuntamento a Villa Vipolže, di nuovo in Slovenia, con The Thing, il trio di Mats Gustafsson al sax tenore, Ingebrigt Håker Flaten al basso elettrico e Paal Nilssen-Love alla batteria, formazione rodatissima che propone da sempre una musica incentrata in modo pressoché esclusivo sulla potenza dinamica. In questo non ha certo deluso gli appassionati, perché tutti e tre i protagonisti sono andati "oltre il muro del suono": Nilssen-Love sfidando la resistenza di pelli e bacchette, Håker Flaten mettendo a dura prova amplificatori e circuiti elettrici, Gustafsson mostrando un "fisico bestiale" e dei polmoni da palombaro. Oltre l'energia, però, ben poco d'altro: zero sfumature, strutture circolari atte a sfruttare la mera "forza," note lunghe e pedalare. Viene il dubbio che il trio effettui le prove in palestra.... Tuttavia a parte del pubblico tutto questo piace, per cui va bene così.

L'ennesimo concerto attesissimo che chiudeva la giornata al Teatro Comunale aveva in programma nientemeno che l'Art Ensemble Of Chicago, o meglio coloro che ancora restano della gloriosa formazione -cioè Roscoe Mitchell e Fomoudou Don Moye -con alcuni friends freschi di una registrazione celebrativa dei cinquanta anni di vita del gruppo, effettuata a Chicago le settimane precedenti. Inizialmente non prevista, ha preso parte al concerto anche la nostra Silvia Bolognesi, anche lei parte dell'organico che ha registrato negli Stati Uniti e qui unica bianca in una formazione che è un'icona della cultura africano americana. Purtroppo, tuttavia, il concerto non ha tenuto fede alle aspettative, per vari motivi che possono essere sintetizzati in due considerazioni: l'AEOC non c'è più, al suo posto c'è invece una formazione di Roscoe Mitchell, musicista certo tra i più arditi e ammirevoli della scena contemporanea, ma pur sempre un singolo musicista, laddove l'AEOC si avvaleva di (almeno) quattro grandi individualità che si completavano l'un l'altra; lo stesso Mitchell, in quest'occasione, ha commesso alcuni peccati che hanno viziato la buona riuscita della performance.

In particolare, il concerto—durato poco più di un'ora—è iniziato con una lunga, troppo lunga e lenta introduzione di suoni singoli isolati, durata quasi mezz'ora, francamente poco comprensibile se non tediosa, ed è poi proseguito con una prevalenza di assoli di Mitchell al sopranino, tutti uguali, circolari e fortemente distorti, anch'essi di difficile collocazione entro un qualche orizzonte drammaturgico. Oltre a questo, un fortunatamente eccellente lavoro dei due contrabbassi—oltre alla Bolognesi, autrice di un solo che valeva da solo il biglietto, era presente Jaribu Shahid—e degli ottimi interventi delle percussioni, sia di Don Moye, sia di Dudu Kouate, quest'ultimo anche interprete del tradizionale "rituale" in costume e che ha declamato (in italiano, visto che l'Italia è il paese ove oggi vive) l'appello alla cultura nera. Sottoutilizzati, invece, sia il trombettista Hugh Ragin, sia soprattutto la violoncellista Tomeka Reid. Peccato, perché una formazione del genere può offrire ben altro, tanto che, nonostante tutto, anche con questi grossi limiti il concerto non era certo interamente da buttare.

Di domenica 28 -ultima giornata che ha visto di scena il solo del bassista inglese Richard Sinclair, il Moses Boyd Exodus, altro gruppo della nuova scena anglosassone, e il trio austriaco Random Control, del pianista David Helbock—possiamo documentare solo il concerto del mattino alla Tenuta Villanova di Farra d'Isonzo, che aveva in programma il quartetto romano Roots Magic, almeno per chi scrive una vera sorpresa. Si tratta di una formazione che lavora su classici del jazz, ma lo fa in modo atipico, con un linguaggio proprio e molto contemporaneo, inanellando una dietro l'altra composizioni anche assai diverse tra loro: da quelle risalenti agli anni Venti e Trenta, intrise di blues, fino a quelle di Roscoe Mitchell, passando per Ornette Coleman e Sun Ra. Il tutto reso freschissimo e coerente grazie a un denso lavoro della ritmica Fabrizio Spera alla batteria e Gianfranco Tedeschi al contrabbasso -e al peculiare intreccio di voci delle due ance -Enrico De Fabritiis ai sassofoni e Alberto Popolla ai clarinetti. Concerto vibrante e trascinante, energico ma ricco di sfumature, ancorato nella tradizione ma innervato dalla creatività. Ottima conclusione di un festival che vive di questo spirito e che—ogni tanto una buona notizia! -gode anche di eccellente salute.

Foto: Luca D'Agostino (Phocus Agency)

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