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Jan Garbarek Quartet al Die Glocke, Brema

Andrea Caliò By

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Die Glocke
Bremen
31.10.2013

È all´interno della programmazione della storica sala-concerti bremese "Die Glocke" che il 31 Ottobre si esibisce il Jan Garbarek Quartet; l´occasione si colloca nell'ambito della rassegna "JAZZnights," che vedrà nell'arco della stagione musicale susseguirsi altre storiche figure jazzistiche di fama mondiale fra cui Gregory Porter e Pat Metheny.

Salito sul palco di fronte a una gremita platea assieme a Rainer Bruninghaus alle tastiere, Yuri Daniel al basso fretless e al compagno di numerose collaborazioni musicali—nonchè "ospite fisso" del quartetto—Trilok Gurtu alle percussioni, il sassofonista norvegese, imboccato il sax tenore (che presto riporrà a favore del soprano ricurvo, con cui suonerà per la gran parte del set) dà vita ad un concerto che si protrarrà per oltre due ore, basato sul susseguirsi di lunghe ed evocative suite caratterizzate da un'estrema trasversalità fra generi musicali.

Ciò che colpisce maggiormente ascoltando dal vivo Jan Garbarek è la sua capacità di gestire riferimenti artistici così lontani fra loro. La musica popolare, la musica classica, il pop, le esperienze prog, il blues, l'oriente: tutto fa parte della sua poetica e tutto coesiste senza una classifica di priorità. I brani si aprono spesso con melodie accattivanti, a volte molto orecchiabili e a tratti addirittura kitsch; eppure l'evolversi della composizione in tutt'altre direzioni è tanto conseguente quanto inaspettato.

Il quartetto fa ampio uso di effetti elettronici, col riverbero applicato ai sax (Garbarek utilizza saltuariamente anche alcuni loop) e spesso alla tastiera (che Brüninghaus predilige quasi sempre durante l'esibizione allo Steinway accanto a cui siede): assieme ai ricorrenti cambi di tempo, sono un riferimento chiaro alle sperimentazioni fusion anni '70/'80, dal gruppo elettrico di Chick Corea ad una certa musica dei Weather Report.

Il Garbarek polistrumentista non cede mai al suo passato "free," struttura con attenzione ogni solo, limitando il virtuosismo in favore della ricerca del suo suono ideale, penetrante al sax soprano e un più dolce al tenore, e dell'esplorazione di scale musicali importate dall'oriente, dagli intervalli tonali non comuni. Studioso delle tradizioni musicali della sua terra, lo si può ascoltare in un vivace duetto con Gurtu mentre suona il selje, il flauto norvegese senza diteggiatura (il suono viene modulato tappando il foro d'uscita).

Accanto a lui un Brüninghaus che asseconda il bandleader e dà prova di grande solidità, trovandosi perfettamente a suo agio in qualsiasi ambito compositivo, così come Yuri Daniel, il quale, pur chiamato saltuariamente a intermezzi improvvisativi, si ritaglia un sontuoso momento à la Victor Wooten di basso-solo.

Discorso a parte merita Trilok Gurtu: il musicista indiano è un artista dalle risorse infinite, capace di dare enorme valore aggiunto alle band con cui suona; anche in tal caso c'è da chiedersi che tipo di concerto avrebbe proposto il Jan Garbarek Quartet senza una personalità così spiccata alle pelli. Con la poliritmia nel sangue e l'abilità nell'alternarsi senza apparenti difficoltà alla batteria, ai bongos e alla tabla indiana, è spesso impegnato in call and response con Brüninghaus e con Garbarek, conferendo un colore unico ad ogni sezione dei brani. Durante il concerto c'è anche il tempo di ascoltarlo in uno splendido assolo in cui dipinge atmosfere senza tempo, facendo uso di numerosissimi e non comuni oggetti percussivi e prodigandosi in una ritmica vocale con cui sfida se stesso in ardui controtempo.

A fine esibizione, malgrado il lungo concerto, il generosissimo quartetto non nega la gioia del bis ad un affezionato pubblico: così è il brano "Paper Nut" a chiudere una serata dopo la quale sembra ancor più arduo e ancor meno importante etichettare Garbarek e la sua musica: rimane quell'esperienza sonora, con le sue atmosfere rarefatte e i suoi voli attraverso confini e culture, che solo artisti dalla grande apertura mentale e dall'altrettanto ampia curiosità intellettuale sanno trasmettere.

Foto
Ulla Heyne.

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