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Jamie Saft: il jazz secondo Iggy Pop

Luca Canini By

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Chissà come l'avrebbe presa Bill Laswell se qualcuno nel 1988, durante la lavorazione di Instinct, gli avesse detto che un giorno lontano una trentina d'anni avrebbe contribuito a spingere Iggy Pop sulla strada del jazz. E non del quasi jazz o del jazz pop, ma del jazz quello vero, fatto di arpeggi eleganti e notturni, di atmosfere sospese, di piatti che tintinnano e di corde che vibrano sornione. Probabilmente il signor Laswell, in studio in quei giorni con l'Iguana nelle vesti di produttore, si sarebbe fatto una grassa risata scuotendo la testa; oppure avrebbe arricciato il naso e storto la bocca in un'espressione di improbabile straniamento. E invece è andata proprio così. Un paio di telefonate tra amici comuni; un pianista che si è messo in testa di far cantare il jazz a Iggy; mail spedite e ricevute; un'etichetta, la RareNoiseRecords, che non vede l'ora di aggiungere un'altra perla a un catalogo sempre più prezioso; un disco, Loneliness Road, che fotografa l'ennesima, sorprendente mutazione del signor James Newell Osterberg Junior. Una favola. Che abbiamo deciso di farci raccontare da Jamie Saft. Musicista eclettico come pochi, cresciuto alla corte di John Zorn pigiando i tasti in band come Electric Masada e The Dreamers, e diventato, pubblicazione dopo pubblicazione, un punto di riferimento per la scena newyorchese. Nei progetti in proprio, come il trio completato da Steve Swallow e Bobby Previte, oppure quello che lo vede al fianco di Greg Cohen e Ben Perowsky, o mettendosi al servizio di artisti del calibro di Wadada Leo Smith, Dave Douglas, Ben Goldberg e Cyro Baptista. Una presenza costante e tutt'altro che discreta.

All About Jazz: Hai iniziato a lavorare al disco con in testa già l'idea di un ospite?

Jamie Saft: No, nessun ospite. Ho scritto le composizioni immaginando che poi sarebbero state suonate da un piano trio, da me, da Steve Swallow e da Bobby Previte, come seguito del nostro disco del 2014, The New Standard, uscito sempre per RareNoiseRecords. Sono brani costruiti attorno a strutture semplici, pensati per essere suonati da improvvisatori che non hanno bisogno di troppe istruzioni, più che altro delle linee armoniche attorno alle quali lavorare. Steve e Bobby sanno essere grandi anche nelle cose più piccole.

AAJ: Perché Iggy Pop? E com'è che siete entrati in contatto?

JS: A Iggy siamo arrivati grazie a un amico comune, che è anche un compagno di avventure musicali: Bill Laswell. Il modo che ha Iggy di approcciare le canzoni e di interpretarle è unico e immediatamente riconoscibile. Leva tutto il superfluo e va dritto al cuore della musica, della vita. Laswell ha chiesto a Iggy se gli andava di ascoltare qualcosa del trio e lui ha subito risposto: "Certo, mandami il materiale!." E così gli ho spedito tre brani. Nel giro di 24 ore mi ha risposto via mail: "Adoro la vostra musica. E voglio assolutamente cantare in tutti e tre i pezzi. Facciamo in modo che le cose vadano come devono andare."

AAJ: Come hai scelto le tre composizioni da far cantare a Iggy?

JS: Tutte e tre erano già state registrate come brani strumentali. Non ho pensato nemmeno per un momento di rivederle o ripensarle per lui. Ha semplicemente iniziato a ragionare sulle tracce già finite e si è preso sei mesi per farle sue fino in fondo. Poi è entrato in studio a Miami e ha registrato le parti vocali. Di ciascuna delle tre composizioni ci ha spedito solo la prima take, perché solo la prima take "è quella che davvero contiene l'essenza." Nel momento in cui si è piazzato davanti al microfono era talmente dentro la musica, armonicamente e melodicamente, che non ha avuto bisogno né dei testi, né degli spartiti: aveva le parole scritte nella sua testa, ci ha raccontato. Gli è bastato un tentativo per metterci tutta l'energia che ci ha messo, mentre noi avevamo lavorato duramente e a lungo su quelle composizioni. È stata una magia, qualcosa di meraviglioso.

AAJ: In effetti è incredibile il modo in cui canta: la potenza della voce, l'intensità. Che sensazioni provi a riascoltare quelle canzoni?

JS: Il contributo che ha dato al disco è stato davvero grandioso. Quelle canzoni sono magnifiche. Iggy è magistrale in tutto quello che fa. I suoi testi sono così veri e profondi. È come se fossero stati sempre lì e lui li avesse semplicemente portati a galla. E poi il controllo, il timbro: è un virtuoso, così come lo sono Steve e Bobby ai loro rispettivi strumenti. Il calore, l'onestà e il puro ottimismo delle sue parole mi hanno restituito un pizzico di fede nell'umanità. Sono onorato di aver collaborato con un artista del suo calibro.

AAJ: Umanamente parlando, come è stato Iggy? Che impressione ti ha lasciato?

JS: È una persona fantastica: semplice, onesto, vero, con i piedi per terra. Ed è stato anche molto disponibile. Tra di noi c'è stata molta onestà. Non l'abbiamo mai pressato, gli abbiamo lasciato tutto il tempo di cui sentiva di avere bisogno per fare le cose al meglio. E il risultato è lì da ascoltare. Sono molto soddisfatto. E lo sono molto anche Steve e Bobby. Ci siamo divertiti. Iggy ci ha sorpresi, e le sorprese, in musica, pagano sempre dal punto di vista umano e artistico.

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