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Intervista a Stefano Battaglia

Neri Pollastri By

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All About Jazz Italia: Il tuo Trio con Salvatore Maiore e Roberto Dani arriva al terzo capitolo, In the Morning, nel quale, pur conservando la propria identità, presenta due importanti novità: la principale è che la musica non è originale, bensì del compositore americano Alec Wilder. Perché questo passaggio dalla musica tua a quella di un autore di standards?

Stefano Battaglia: È un argomento interessante. Innanzitutto bisogna fare chiarezza su una parola, standard, che oggi è carica di così tanti significati da averli paradossalmente persi tutti. Se restituiamo all'attributo standard il suo reale significato, che è legato specificatamente alla forma canzone in uso nei musical americani di Broadway e Hollywood, allora bisogna dire che solo una piccola parte del repertorio immenso di Wilder è standard; se invece con quel termine intendiamo una consuetudine, una trasmissione orale, una sorta di latte materno con il quale sono cresciuti coloro che sono vissuti nell'età dell'oro della radio e del cinema americani, beh, allora anche in tempi di globalizzazione è effettivamente difficile immaginare che un jazzista di Seoul o di Roma sia cresciuto con quel repertorio.

Quest'ultima cosa, però, fa sì che per i non americani sia necessaria un'opera appassionata di avvicinamento e studio—cosa in realtà indispensabile anche per gli americani delle ultime generazioni, che è più facile che conoscano la musica popolare degli anni Novanta che non quella degli anni Venti o Cinquanta. Oramai è in effetti piuttosto fuorviante usare standard come sinonimo di tradizione orale, di repertorio, o di qualcosa di utile e ancor valido, se non per definire una forma. Una forma, tuttavia, ancora priva del proprio vestito, è questo il punto.

Io da anni tendo a semplificare, ad ambire a una de-idiomizzazione dell'universo musicale, soprattutto a immaginare la musica come un metalinguaggio universale, luogo realmente privo di confini non solo a parole ma nei fatti, dove non esiste la mia musica e la musica di altri, ma esiste solamente la musica. Chi ha reale passione e si interessa seriamente sia all'improvvisazione che alla composizione comprende che non è importante autoaffermarsi attraverso un ideale possesso di ciò che si suona, bensì di essere in grado di veicolare le parti essenziali di sé attraverso un mezzo espressivo—la musica, appunto—a prescindere dal linguaggio, dallo stile e dalla provenienza.

Da un punto di vista filosofico la musica non è mai mia; semmai io posso essere uno strumento per la musica, se ho lavorato bene. Invece, da un punto di vista estetico la musica è sempre la mia, perché qualsiasi cosa suoni sono in grado di veicolare parti essenziali di me, se ho lavorato bene.

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