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Michel Benita: "sono proprio un figlio degli anni '60/'70"

Paolo Peviani By

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All About Jazz: Dopo due album come sideman, al fianco di Andy Sheppard, il tuo primo album da leader con l'ECM. Com'è andata?
Michel Benita: La prima registrazione con Andy Sheppard, Trio Libero, mi ha in effetti offerto l'occasione di incontrare Manfred Eicher. La comunicazione con lui è stata subito facile. Aveva già ascoltato il primo disco di Ethics e l'aveva visibilmente apprezzato. Quando ha sentito che stavamo per registrare un nuovo album, mi ha proposto di farlo per l'ECM. Come per i due album con Andy, la registrazione si è svolta in un clima al tempo stesso sereno ed entusiasta. Manfred ci ha fatto alcune proposte, in particolare sulla forma (la "sceneggiatura") delle composizioni, il più delle volte pertinenti! E soprattutto, la formula che lui utilizza alla RSI di Lugano, ovvero la registrazione dei musicisti "live," senza cuffie, come farebbe per della musica da camera, ci ha messo in una posizione di mutuo ascolto che dà dei risultati incredibili. Il suo piacere nell'essere in sala di registrazione, e il suo perfezionismo, sono molto stimolanti.

AAJ: In una recente intervista, hai detto: "Inquadrare il silenzio" è uno slogan molto bello che sintetizza bene il mio ingresso in ECM. Puoi articolare meglio questo concetto?
M.B.: Ho preso questa immagine da Miles Davis. La citazione esatta è "Silence is the true music, notes do nothing but frame it". Mi sento molto vicino a questa idea, che vuole che ogni nota sia soppesata prima di essere suonata, per essere sicuri che sia necessaria, prima che esca dallo strumento per strappare... il silenzio, appunto. Si tratta dunque di cercare di andare all'essenziale. Penso a Jon Hassell, che per me è un punto di riferimento e con cui ho avuto l'occasione di suonare. Anche se a volte posso provar piacere nell'ascoltare musiche più torride o frenetiche, con strumentisti veloci, mi dirigo sempre più verso una spoliazione, un "less is more," tanto più salutare, per me, quanto più l'epoca è torrida e la "musica" è onnipresente, purtroppo nelle sue forme più indigenti e formattate.

AAJ: La tua band si chiama Ethics. È un nome importante, una sorta di manifesto programmatico. La musica, il jazz in particolare, ha (ancora) una valenza politica?
M.B.: È vero che non ho scelto questa parola per caso. Le associo un'idea di condivisione, di attenzione all'altro, di interesse per le altre culture e, certamente, di morale nel senso filosofico del termine. In senso strettamente musicale, la parola condivisione si applica perfettamente a questo gruppo, mi sembra. Non ci sono dei veri soli, a parte qualche volta per Matthieu Michel. Ma anche in questo caso, si mantiene il senso di una musica elaborata collettivamente, senza una vera predominanza del solista, nel senso di un classico jazz-combo, in cui i soli si alternano prima di fare ritorno al tema.
Ma mi faccio carico anche di un'accezione più politica del termine, vista la crudele assenza di Etica nella nostra epoca attuale, in cui l'individualismo vince quasi sempre sul collettivo, le persone che dovrebbero dare il buon esempio si comportano come dei teppisti, e l'umanità si ingegna per saccheggiare il pianeta in una fuga in avanti suicida. Deluso dall'azione politica, torno forse a dei valori più "hippy," come il rispetto della Natura e la fede nelle piccole azioni individuali che, messe una accanto all'altra, finiranno per far muovere le cose, in particolare dal punto di vista dell'Ecologia.
E se certamente penso che la Musica possa aiutare a vivere, sono però meno sicuro che possa cambiare il mondo. Forse contribuirvi?

AAJ: In Ethics ci sono musicisti francesi, affiancati da musicisti provenienti dal Giappone, dalla Norvegia, dalla Svizzera. Trovo che la musica abbia comunque uno spirito quasi-folk, tratto peraltro comune a molto jazz francese (penso per esempio all'ARFI o a Louis Sclavis). Cosa ne pensi? Sei anche tu alla ricerca di un tuo "folklore immaginario," che oggi non può che essere multi / inter / transculturale?
M.B.: Più che il folklore immaginario caro all'ARFI, io rivisito il folk che è già esistito (sorride, N.d.R.). E in particolare quello anglosassone, che è la musica che ho praticato da teenager, alla chitarra. Blues, folk, ma anche rock. Quello che apprezzo in queste musiche è la gioia di stare insieme per costruire, collettivamente, un bel suono. Il folk, è spesso un anti-ego. Ci si mette in cerchio (cosa che cerchiamo di fare su palco con Ethics, in semi-cerchio), e si ricama su dei temi imposti. Il bluegrass, per esempio, è estremamente vicino al jazz e i suoi rappresentanti attuali più eminenti, come Chris Thile o Jerry Douglas, sono dei grandissimi improvvisatori. Da questo punto di vista, non penso che il mio approccio sia tipicamente francese, direi piuttosto il contrario. Faccio anche suonare delle ballate irlandesi a Mieko Miyazaki al koto! Peraltro, questo funziona molto bene, cosa che tende a sottolineare l'universalità dei folclori ed i loro numerosi punti in comune, da un continente all'altro.
Per quanto riguarda invece la nazionalità dei musicisti, ho sempre proceduto per colpi di fulmine, e spesso capita che i musicisti con cui ho voglia di suonare siano stranieri. Concepisco il pianeta "jazz" come privo di frontiere e non credo di essere l'unico a pensarla così: molti musicisti amano mescolarsi, scoprire altre culture e parlare altre lingue. Credo che sia nel nostro DNA.

AAJ: Tempo fa hai lavorato con Nguyen Le, ora con Mieko Miyazaki... Sei affascinato dall'Asia?
M. B.: Ho imparato ad amare la musica vietnamita con Nguyên Lê ed il suo progetto Tales from Vietnam, a cui ho partecipato. E sono sempre stato attratto dal Giappone. È stato lo stesso Nguyên a presentarmi Mieko. Di queste culture apprezzo enormemente la gestione dello spazio sonoro, il culto della lentezza e, di nuovo, il rispetto del silenzio. Mi attrae anche un certo minimalismo. Stranamente, ritrovo queste caratteristiche nei musicisti scandinavi.

AAJ: Nella tua musica c'è sempre uno spiccato senso melodico. È un'esigenza forte? (penso ad esempio in rapporto all'avanguardia, o a musiche meno "accessibili")
M.B.: Il primato della melodia mi viene dal gusto per la canzone. In questo mi sento molto vicino alla sensibilità italiana di alcuni amici come Rita Marcotulli, Enrico Rava o Danilo Rea. È vero, per me è importante comunicare con il pubblico, non dandogli quello che crede di voler sentire, ma cercando di costruire un universo musicalmente esigente (che a volte può raggiungere delle forme molto libere, come in "River Silver"), su una base più o meno familiare. Ma non è un calcolo, io adoro le belle melodie, soprattutto quando sono suonate da musicisti così espressivi come Matthieu Michel o Eivind Aarset.
James Taylor, Joni Mitchell, Stevie Wonder, ecco la mia inclinazione naturale. Il che non mi impedisce di ascoltare forme molto più avanguardiste come i quartetti di Webern o di Berio, Boulez o... Frank Zappa! Del resto, anche lui si preoccupava di rendere la sua musica leggibile da un pubblico ampio, senza intaccare la sua etica musicale. Sì, credo che la parola "leggibile" sia importante

AAJ: E tuttavia, la forma dei brani è molto aperta...
M.B.: Torniamo a quello che dicevo prima: una linea melodica che faccia da punto di ancoraggio, da riferimento, e intorno a quella può succedere di tutto. Sono stato segnato nel profondo dall'estetica che Miles Davis ha sviluppato con In a Silent Way, e soprattutto con Bitches Brew. È chiaramente una musica senza concessioni, aperta all'improvvisazione e alla sorpresa, ma totalmente agganciata al suono della sua epoca, e che resta accessibile. Mi piace molto il modo in cui Keith Jarrett, agli inizi della sua carriera, ovvero quando ancora componeva, faceva sempre coesistere libertà sfrenata, gusto della melodia e scienza armonica. In effetti, sono proprio un figlio degli anni '60/'70.

AAJ: L'elettronica. Sei programmatore, e in Ethics troviamo (con grande pertinenza!) i colori di quella che chiami l'organic electronics di Eivind Aarset. Personalmente, trovo che la convivenza tra jazz ed elettronica non sia sempre facile. Cosa ne pensi?
M.B.: Ho usato molto l'elettronica tra il 2000 e il 2006, quando suonavo nel gruppo Ladyland di Erik Truffaz. Si era nel pieno dell'onda electro-jazz, che portava con sé molta freschezza, in particolare con Bugge Wesseltoft e Nils Petter Molvaer, musicisti che ho incrociato in numerosi festival. Ne è uscito un album che mi piace molto, Drastic, realizzato per lo più nel mio home-studio, lungo un periodo di due anni. Ora questa onda è un po' calata e siamo usciti dal "tutto electro" per entrare, secondo me, in una fase di maturità in cui computer e campionatori sono diventati strumenti in senso proprio, che si possono mescolare anche con i suoni più acustici. Da cui l'espressione organic electronics. Eivind è, a mio avviso, il miglior rappresentante di questa capacità di padroneggiare gli strumenti digitali, che lui utilizza in tempo reale, senza mai diventarne schiavo. Il suono che produce è materia viva, mobile, in continua trasformazione. Questo richiede un lungo lavoro di ricerca personale sulle tessiture sonore, sulla ripetizione dei gesti da compiere in scena, affinché restino naturali e non vadano ad ostacolare l'interplay con gli altri musicisti.

AAJ: Hai lavorato con lo scenografo Hilton McConnico per degli show di Hermès. La moda rappresenta un mondo molto distante dal jazz. Esperienza interessante?
M.B.: Il mio lavoro con Hilton non era tanto centrato sulla moda, quanto su delle "esposizioni," che di fatto erano delle installazioni effimere, molto prossime ad uno scenario cinematografico. Hermès (una grande casa) ha lasciato molta libertà, a lui e a me. Hilton ha una cultura cinematografica immensa, e in termini di musica faceva molti riferimenti ai grandi film americani. A contatto con lui, ho imparato a realizzare, in pochissimo tempo, degli esercizi di stile molto compiuti. Musica sinfonica, rock, pop, jazz, mariachi (sorride, N.d.R.), di tutto. Per me è stato un grande piacere, e ho anche imparato ad utilizzare quegli strumenti che più tardi mi sono serviti per i miei progetti. Dunque, quell'esperienza non è stata solo arricchente, ma direi fondamentale per il mio percorso.

AAJ: In un'intervista a Le Monde del 2004, hai detto "Rimpiango i tempi in cui il pubblico aveva gusto, forza, interveniva. Sento una certa mollezza. La gente ama tutto mollemente. Tu suoni al 40% o al 120%, ed è lo stesso. Ti chiedono un bis e buonasera". Oggi la pensi ancora così?
M.B.: Me ne ero dimenticato (sorride, N.d.R.). Diciamo che oggi sfumerei un po' questa frase dato che noi, musicisti sul palco, siamo responsabili di quello che il pubblico prova. E se il pubblico reagisce mollemente, forse è perché abbiamo suonato... mollemente? In effetti, mi ricordo che mi stavo riferendo ad un'epoca precisa, gli anni '70 ribelli e contestatori, anni in cui il pubblico spesso reagiva in modo eccessivo, non esitava a fischiare gli artisti. Forse tutto ciò era vivace e pittoresco, ma non sono sicuro che mi piacerebbe veder tornare quell'epoca. Un giusto mezzo, forse. Diciamo che il pubblico di oggi è ad immagine e somiglianza dell'epoca del politicamente corretto: un po' troppo saggio...

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