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Intervista a Gaetano Partipilo

Angelo Leonardi By

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S'è formato nella fervida scena del jazz pugliese e nei corsi di Siena Jazz ma poco più che ventenne ha svolto le prime, significative, esperienze internazionali accanto a Dave Liebman, Greg Osby, Jason Moran, Nasheet Waits e altri protagonisti dell'innovazione, a New York sul finire degli anni Novanta.
Oggi Gaetano Partipilo è uno dei massimi sassofonisti e leader del jazz italiano ed europeo. Ha appena superato i quarant'anni ma non ha perso la spinta a cercare nuove e avanzate aperture musicali, mantenendo quella curiosità e versatilità che emerge dai sette dischi da leader e dalle vaste collaborazioni.

Il suo ultimo album, appena pubblicato dalla Tuk Music di Paolo Fresu e presentato al Club Ronnie Scott's di Londra il 26 aprile, s'intitola Daylight. Il sassofonista guida un quintetto con alcuni dei migliori jazzmen italiani dell'ultima generazione. Poco prima della trasferta londinese ci ha rilasciato quest'intervista, in cui parla dell'ultimo progetto e di molto altro.

All About Jazz Italia: Iniziamo a parlare del tuo nuovo disco,Daylight. Com'è nato il progetto?
Gaetano Partipilo: Con ognuno dei musicisti avevo già suonato in contesti diversi. Con Alessandro Lanzoni suonavamo nel gruppo di Roberto Gatto, con Francesco Diodati ho collaborato in alcune incisioni dell'Auand di Marco Valente, ho suonato per alcuni concerti nel suo quartetto e dato una performance in duo a New York. Alemanno e Congedo sono stati la ritmica di vari gruppi pugliesi di cui ho fatto parte, guidati da Nicola Conte, Chiara Civello e altri. Dopo il disco Besides, ho sentito il bisogno di scrivere musica nuova ed ho voluto avere accanto musicisti giovani, energie fresche per provare quest'esperimento.

AAJI: In che senso esperimento?
G.P.: Negli ultimi anni mi sono avvicinato alla scena rock inglese, un genere che in passato non seguivo più di tanto, e mi sono lasciato coinvolgere dai suoni e dal tipo di forma canzone espressa da gruppi come i Radiohead, dalle sonorità dei Coldplay e da altre cose di gruppi antecedenti che avevo trascurato, tipo Depeche Mode, Pink Floyd eccetera. A differenza del mainstream jazz dove prevale la forma tema-assoli-tema in certo rock sperimentale i brani si sviluppano in modo insolito: ad esempio non è detto che il tema iniziale ritorni alla fine del pezzo. Queste cose mi hanno incuriosito ed ho voluto verificare se potevano funzionare in un gruppo jazz. Dopo un paio di prove mi sono reso conto che le cose andavano bene ed abbiamo iniziato a dare dei concerti con risultati sempre migliori. Ora siamo perfettamente rodati e suoniamo quasi a memoria. Quando i lettori leggeranno l'intervista avremo già dato un concerto al Ronnie Scott's di Londra.

AAJI: Il disco è pubblicato dall'etichetta Tuk Music di Paolo Fresu. Comè nata questa collaborazione?
G.P.: Direi nella maniera più naturale possibile. Ci siamo incontrati a Umbria Jazz Winter e tra una chiacchiera e l'altra gli ho detto se aveva piacere di ascoltare il mio nuovo lavoro. Paolo è stato subito disponibile e il giorno dopo l'invio del file s'è dichiarato disposto a pubblicarlo. Però avrei dovuto attendere un anno perchè la programmazione discografica era già completa. Per questo il disco è uscito due anni dopo la sua incisione. Colgo l'occasione per ringraziare Paolo e il suo staff per il sostegno e la professionalità dimostrata.

AAJI: Ci sono due brani che amo particolarmente in questo disco, comunque molto bello. Uno è "Israel Addiction" dagli sviluppi complessi e imprevedibili. L'altro è "Versus Doom" cantabile e disteso, con lunghi assoli tuoi e di Diodati.
G.P.: Nello sviluppo del primo brano ho previsto un tema scritto su una struttura ritmica composta tra tempi binari e ternari. Nello sviluppo degli assoli ho optato per un solo collettivo tra sax, piano e chitarra quasi a simboleggiare un dialogo alla ricerca di un obiettivo condivisa. In questo senso si spiega il perchè del titolo. Qualche anno fa, quando l'ho scritto, era molto intenso il conflitto Israelo-Palestinese e il tema vuol essere una sorta di auspicio affinchè le tre forze in gioco, Israele, Palestina e Stati Uniti trovino un accordo.
"Versus Doom" è forse il pezzo a cui tengo di più. Lo considero il brano più melodico del disco, il più rappresentativo del nostro approccio sonoro: ha una melodia cantabile ma se ci fai caso all'inizio è abbastanza "storta," non così lineare come quella finale.

AAJI: Come nascono e come strutturi le tue composizioni? Sei meticoloso nella scrittura o lasci ampia libertà ai colleghi?
G.P.: Quando scrivo un brano cerco di essere molto preciso. In quel momento ho a disposizione un pianoforte e vari strumenti virtuali che mi servono per simulare il brano. Quando li provo per la prima volta, sentendoli con suoni reali, mi rendo conto se c'è qualcosa da modificare oppure no. In questo caso lascio ampia libertà ai musicisti per consigli sull'arrangiamento finale, perchè il brano deve piacere a tutti per essere suonato bene. Molti brani vengono così abbandonati e in quest'ultimo album ne sono rimasti fuori una decina, perchè non convincevano tutti. Per fortuna sono molto prolifico nello scrivere e posso permettermi di accantonarli per un possibile utilizzo futuro.

AAJI: Guardandoti indietro, c'è qualcosa che avresti voluto fare, ad esempio andare a vivere a New York ?
G.P.: Certo, vivere a New York è stato e resta il sogno di tutti i musicisti jazz. New York è il fulcro di tutto l'occidente. Le novità musicali nascono là e si diffondono negli anni seguenti dappertutto. Io ho vissuto a New York per un paio di mesi quand'ero ragazzo quando ne ho avuto la possibilità ma francamente non me la sono sentita di restare. È una metropoli che richiede molta energia. È molto caotica, molto stressante. Alla fine sentivo che non era la città per me anche se è rimasta l'esigenza di tornarci di tanto in tanto e rimane il mio punto di riferimento. Quando posso sto lì 10/15 giorni a respirare un po' di quell'aria e ascoltare cose nuove. Per fortuna oggi con internet abbiamo accesso ai live dei musicisti che adoriamo in streaming. Nel 1999, quando sono andato a New York per la prima volta, internet era agli albori, non c'era l'ADSL e certi musicisti emergenti potevi vederli solo di persona.

AAJI: Cambieresti qualcosa nella tua formazione musicale?
G.P.: Forse avrei svolto un percorso jazzistico più mirato. Gli studi di conversatorio mi sono serviti dal punto di vista tecnico ma non ho più suonato musica classica dopo il diploma. Intorno ai 16-17 anni avrei distribuito diversamente le ore di studio, anticipando gli approfondimenti sul jazz che ho svolto negli anni successivi.

AAJI: Tu ora sei anche un insegnante. Che metodo utilizzi con i tuoi allievi?
G.P.: Io sono un insegnante di sassofono jazz ed ho allievi già diplomati, in grado di padroneggiare più o meno bene lo strumento. La cosa su cui insisto molto per chi si avvicina al jazz è lavorare molto con il proprio orecchio. I musicisti classici sono molto legati allo spartito e difettano di quella flessibilità che è essenziale nel jazz mentre noi privilegiamo la memorizzazione di un brano e lo sviluppo "a orecchio." Ad esempio il riconoscimento immediato degli intervalli, degli accordi, delle scale sono cose che io ritengo molto importanti. Per quando riguarda l'approccio all'improvvisazione li stimolo a lavorare molto con l'imitazione. Io faccio spesso il paragone con l'imparare a cucinare. In quel caso non basta solo seguire il libro di cucina ma apprendere concretamente da chi sta cucinando. In primo tempo quindi è utile imitare i grandi maestri anche dai dischi e poi mettersi alla ricerca della propria strada.

AAJI: Tra i musicisti pugliesi chi pensi abbia svolto il ruolo per te più proficuo?
G.P.: Io mi sono avvicinato al jazz seguendo i corsi di Roberto Ottaviano, quindi per me è stato il primo punto di riferimento, una sorta di faro. Poi c'è stato il legame con Mirko Signorile, una personalità molto forte con cui ho condiviso esperienze musicali per più di dieci anni. Io e Mirko siamo cresciuti veramente assieme. Quindi se devo citare due persone sono loro.

AAJI: È difficile esercitare la professione del jazzista oggi in Italia?
G.P.: Io credo che qualsiasi professione artistica sia difficile in Italia in questo momento. Viviamo in una situazione culturale allo sbando e non mi riferisco solo alle arti in generale ma anche al livello di cultura diffusa nei cittadini dalle scuole elementari in poi. Dall'avvento della televisione commerciale nel nostro Paese abbiamo imboccato un percorso distruttivo dove non c'è spazio per la musica e l'arte in generale. Ci inondano di questi format assurdi con personaggi discutibili e un mare di cose pessime. Il novanta per cento del pubblico che viene ai nostri concerti lo fa perchè vuole passare una serata ma non ha avuto la possibilità di essere educato o stimolato all'ascolto. Quand'ero bambino restava ancora qualche spazio, come i concerti di Umbria Jazz trasmessi su Rai 3. Ora neanche più quello. Dall'avvento di Canale 5 s'è imposto il potere commerciale su tutte le programmazioni, anche pubbliche. Conta solo quello che fa share. Ogni ambito culturale è stato desertificato anche perchè è facile governare un popolo addormentato.

AAJI: Tra i tuoi dischi passati quale prediligi?
G.P.: In realtà è sempre l'ultimo. Faccio molta fatica ad ascoltare i miei dischi passati in quanto sono sempre ipercritico con me stesso.

AAJI: Passando invece alle tue molte collaborazioni, quali ricordi con piacere?
G.P.: Io ho avuto modo di collaborare in passato sia con Dave Liebman che con Greg Osby. Del primo mi sento debitore anche dal punto di vista formativo mentre con Osby ho stretto una bella amicizia: ho suonato più volte con lui in concerto ed è stato ospite del mio gruppo in passato. Ci sono poi le varie collaborazioni con Roberto Gatto, in ottetto e in quartetto, ma anche i gruppi di Nicola Conte a cui sono debitore per avermi coinvolto nella scena internazionale accanto a musicisti di livello elevato come Gregory Porter o Till Bronner.

AAJI: C'è qualcuno che ti attrae nell'odierna scena jazzistica internazionale?
G.P.: Da sassofonista ho sempre un occhio di riguardo verso i miei colleghi e ci sono delle cose che mi piacciono molto. Ad esempio Steve Lehman, i nuovi progetti di Logan Richardson, Will Vinson e Ben van Gelder. Resto comunque legato alla tradizione del jazz e continuo ad apprezzare solisti mainstream come Vincent Herring o grandi del passato come Cannonball Adderley e Lee Konitz. Ampliando l'orizzonte ti faccio solo il nome di un'etichetta, la Pi Recordings, che produce delle cose veramente interessanti di Vijay Iyer, Rudresh Mahanthappa, Henry Threadgill e molti altri.

AAJI: Ti eserciti molto sullo strumento ogni giorno?
G.P.: Ultimamente purtroppo no. Vorrei farlo ma in quest'ultimo periodo non ho neanche il tempo di respirare. Non a caso stiamo facendo quest'intervista via telefono mentre guido in autostrada. Questo mese avrò fatto circa seimila chilometri in auto...

AAJI: Hai un sogno nel cassetto?
G.P.: Se intendi un sogno artistico è sempre lo stesso: quello di riuscire a compiere un tour all'estero con il mio gruppo e la mia musica. L'ottanta per cento delle volte lo faccio in altre formazioni. Portare la propria musica ed il proprio pensiero da qualche parte in giro per il mondo penso sia lo stimolo più forte per ogni musicista!

Foto
Barbara Rigon.

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