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Intervista a Gabriele Coen

Intervista a Gabriele Coen
Neri Pollastri By

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Il multistrumentista romano Gabriele Coen si è messo in luce negli ultimi anni con il quartetto Atlante Sonoro, dopo aver raggiunto la notorietà all'interno del gruppo klezmer dei KlezRoym. Attivo anche negli ambiti cinematografico e teatrale, specialista del sax soprano ma anche ottimo interprete del clarinetto basso, Coen è un musicista colto e curioso, costantemente alla ricerca di contesti sonori nuovi, cosa che ci ha stimolato a cercarlo per conoscerlo, e farlo conoscere, meglio.

All About Jazz: Iniziamo da lontano: sei autore del bel volume Klezmer!, per la Castelvecchi, che hai scritto assieme a Isotta Toso.

Gabriele Coen: Isotta è mia moglie e quando abbiamo scritto il libro, una decina d'anni fa, eravamo piuttosto giovani, ma -fatto salvo qualche immancabile svarione -il lavoro era venuto bene. Purtroppo il libro è uscito nel 2000 e sei mesi dopo la Castelvecchi è fallita, così ha avuto una distribuzione piuttosto limitata. Peccato, perché è tuttora l'unico testo monografico in italiano (è stato anche adottato presso alcune cattedre universitarie) e nei primi mesi andava molto bene. Ci stiamo muovendo per rieditarlo, perché nel frattempo sono passati dieci anni ed è successo tanto, a cominciare dal fatto che la "moda" del klezmer è un po' passata e ciò può permettere una ricollocazione più lucida, meno enfatica: c'è stato un periodo nel quale sembrava che il klezmer fosse la sola musica etnica esistente!

Isotta si occupa di cinema e tra poco esordirà come regista. Assieme abbiamo lavorato al film di Davide Marengo, Notturno bus, per il quale io curavo le musiche assieme a Mario Rivera. Lavorare sulle musiche da film mi piace, perché mi offre la possibilità di mescolare piani diversi. L'avevo già fatto con i KlezRoym, con i quali avevo curato le musiche del primo film di Emanuele Crialese, Once We Were Strangers, che però -come accade a tanto cinema italiano -da noi quasi non è stato distribuito, nonostante un buon successo in Francia. Nel cinema, al quale sono affezionato per cultura, lavora anche mia sorella, Eva Coen, che poi è anche la cantante dei KlezRoym. Ma mi attrae anche far dialogare la musica con il teatro, perché la musica mi piace scriverla, oltre che eseguirla. Così, quando ho tempo seguito a studiare composizione, arrangiamento, armonia, pianoforte.

AAJ: Da dove sei partito?

GC La mia formazione è iniziata a quindici anni, alla scuola popolare di Testaccio, qui a Roma. Ma devo premettere che mio padre, Massimo Coen, è violinista e compositore, per cui ho sempre frequentato l'ambiente artistico. Fino a quindici anni suonavo un po' il flauto dolce, ma non immaginavo che avrei fatto il musicista. Siamo tre fratelli: i miei genitori avevano provato ad avviare i due maggiori alla musica; con me non hanno neppure provato... E invece proprio io sono quello che alla fine è diventato musicista! Dunque, la mia è stata una scelta autonoma, anzi, penso che se mi avessero imposto lo studio di uno strumento da piccolo, non avrei fatto il musicista...

AAJ: E perché?

GC Spesso se da piccolo ti viene imposto uno studio forzato, magari anche nella maniera sbagliata, è facile maturare una reazione avversa. Conosco tanti che hanno abbandonato per reazione e che poi si sono rammaricati per non aver proseguito.

In realtà, io stavo per iniziare con il clarinetto già a otto anni -avevo fatto una prova molto positiva con dei colleghi di mio padre -ma a quell'età non ero ancora interessato alla musica e non ne feci di niente.

Più tardi, quando mio fratello iniziò a suonare la batteria alla scuola di Testaccio io, che ero sempre stato curioso degli strumenti a fiato, iniziai a frequentare la scuola un po' per gioco, partendo dal sassofono -strumento sul quale poi mi sono diplomato al conservatorio. E qui devo dire che, essendo il clarinetto a mio parere uno strumento molto più difficile del sassofono, oggi un po' mi dispiace di non averlo frequentato fin da piccolo, perché solo così si raggiungono certi traguardi tecnici.

Poi, dopo la scuola di Testaccio e dopo la maturità, insieme all'Università di Scienze Politiche mi sono iscritto al Conservatorio di Frosinone. Ma in verità volevo suonare jazz, così dopo due anni di conservatorio ho mollato e sono andato cinque mesi a Parigi e quindi, nei primi anni '90, ai seminari di Siena Jazz. Là finalmente ho fatto gli incontri giusti: da Bruno Tommaso a Paolo Fresu, da Furio di Castri a Pietro Tonolo e Claudio Fasoli.

AAJ: Musica e non più Università?

GC In realtà no, perché la mia altra grande passione era la storia e, visto che riuscivo a ottenere buoni risultati senza grandissimi sforzi, ho proseguito anche l'Univesrità e mi sono laureato in Scienze Politiche a indirizzo storico. Così come, in seguito, ho concluso anche l'iter del conservatorio, per l'esigenza di chiudere anche con lo strumento un percorso accademico.

AAJ: Legato alla necessità di specializzarti anche tecnicamente, pur rimanendo immerso nell'universo del jazz?

GC Sì, anche se allora, i primi anni '90, il jazz in Italia stava attraversando un momento di crisi e non era per niente facile trovare da suonare neppure a Roma, che è pur sempre una città che offre tantissime opportunità. Era un ambiente che sentivo un po' stantio, non mi ci trovavo molto bene. Certo, c'erano una certa quantità di jam session, alle quali mi capitava anche di andare, ma lì si suonavano in prevalenza standard e il concetto di jazz che passava era per me un po' stretto, troppo legato alla tradizione. A me è sempre piaciuta anche la musica classica, quella etnica. Finché, nel '94-'95, ho iniziato a mettere insieme i vari pezzi della mia vita: il mio interesse per la storia e per il mondo culturale ebraico e quello per la musica etnica ebraica.

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