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Federica Michisanti: tra ricerca e introspezione

Federica Michisanti: tra ricerca e introspezione
Daniele Vogrig By

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Intendo la musica come una ricerca del proprio essere, del proprio stile, un fondersi di elementi che costituiscono un mezzo per cercarsi e trovarsi.
La contrabbassista romana Federica Michisanti si è rapidamente affermata come una delle nuove leve meritevoli di grande attenzione. Grazie ad un equilibrio tra immediatezza ed originalità, tra camerismo ed improvvisazione, i suoi progetti sono pieni di spunti fertili e stimolanti. In questa intervista ci parla del suo lavoro mosso tanto da un'ardimentosa ricerca quanto da un'intima introspezione.

All About Jazz: Quando e come è nata la tua passione per la musica, per il jazz in particolare? Quale è stato il tuo percorso scolastico e formativo?

Federica Michisanti: La passione per la musica c'è sempre stata, sin da bambina quando, alle scuole elementari iniziai a suonare in una banda scolastica messa su dal maestro di musica. Poi, non avendo avuto la possibilità di studiare musica quando ero adolescente, iniziai seriamente intorno ai vent'anni. Prima con la chitarra tra amici, poi con il basso elettrico in un gruppo di ragazzi che erano alla ricerca di un bassista. Erano molto orientati verso il rock progressivo mentre io ero più "rockettara." Al liceo ascoltavo i Led Zeppelin, i Jazz Police, anche i Dream Theater.

Poi mi sono iscritta all'Università della Musica a Roma, che adesso purtroppo non c'è più, ma che all'epoca era una vera istituzione. In quell'ambiente ho scoperto il jazz poiché era un tipo di studio che conduceva naturalmente verso questo genere, anche se non si trattava esclusivamente di jazz; nei laboratori studiavamo anche pop o latin, ad esempio. Così cominciai ad ascoltare Wayne Shorter, John Coltrane e Charlie Parker. I primi dischi jazz che ascoltai, ancor prima di studiare musica, furono il Köln Concert di Keith Jarrett, rimanendo profondamente colpita dal suo pianismo, e poi, sentendone parlare a scuola, Conference of the Birds di Dave Holland da cui rimasi affascinata. Il mio approccio al jazz è stato quindi da un lato graduale, dall'altro decisamente "d'impatto," in particolare con Dave Holland. Successivamente ho scoperto il trio di Bill Evans con Scott LaFaro e Paul Motian, e da lì ho percepito l'esigenza di passare al contrabbasso.

AAJ: Quali sono stati i tuoi maestri e mentori che hanno inciso profondamente nella tua musica?

FM: Sicuramente Gianfranco Gullotto, che all'epoca mi incoraggiava molto e mi spronava ad avere fiducia in me stessa. Poi Luca Pirozzi, che è stato per me un grande insegnante, così come Marco Siniscalco. In seguito, quando sono passata al contrabbasso, significativo è stato Andrea Pighi con il quale ho studiato musica classica e che mi ha dato tantissimo per quel che riguarda l'approccio allo strumento e al suono. La parte che riguarda più da vicino il jazz l'ho curata in modo più autonomo... Attorno al 2004, ho frequentato un seminario invernale con Paolino Dalla Porta, Fabrizio Sferra e Stefano Battaglia, nell'ambito di un corso di specializzazione sulla formazione in trio tenuto a Siena Jazz. Iniziai con il basso elettrico, per poi virare, proprio in quella circostanza, al contrabbasso.

AAJ: Quali sono stati i musicisti in ambito classico e rock che ti hanno ispirata?

FM: In ambito rock sicuramente i Led Zeppelin, sono stati per me un ascolto quotidiano, come anche i Police e Sting. Per quanto riguarda la musica classica, ricordo che ai tempi del liceo trascorrevo ore ad ascoltare Beethoven, i Notturni di Chopin. Più tardi, parallelamente a Bill Evans, ho iniziato ad ascoltare Debussy, Ravel, Rachmaninov. Poi leggendo anche libri come A Kind of Blue di Ashley Kahn o la biografia che Enrico Pieranunzi scrisse su Bill Evans mi annotai titoli e compositori che in quel momento non conoscevo, andando alla loro ricerca. Così, strada facendo, scoprii i Preludi di Debussy o il Concerto per pianoforte per la mano sinistra di Ravel...

AAJ: Hai suonato con Lee Konitz. Cosa puoi raccontarci di quella esperienza?

FM: Si trattava di un progetto in cui era ospite d'eccezione nel trio di Simone Maggio. Ripensandoci, mi rendo conto che alcune cose sono accadute un po' troppo presto per me... se fsuccedessero ora avrei sicuramente una maggiore consapevolezza. Ma a prescindere da queste riflessioni, fu un'esperienza grandiosa. Dopo il concerto, in piena notte, presi la macchina e da Castiglion della Pescaia tornai a Roma, perché non riuscivo a stare ferma, quasi mi mancava la terra sotto i piedi. Era il 2006 e in quel momento si trattava probabilmente di una circostanza al di sopra delle mie capacità. Ricordo che lui propose a ognuno di noi di iniziare un pezzo senza dire nulla agli altri e far sì che il resto del gruppo poi si aggregasse. Io feci due introduzioni, la prima per "Out of Nowhere," la seconda per "Stella by Starlight." Lui fu molto carino nei miei confronti, in quanto ero davvero emozionata. Se non altro, in quel periodo ascoltavo tantissimo la sua musica, così come quella di Warne Marsh, e certamente mi ha influenzato e arricchito moltissimo il suo modo di suonare, il suo modo di articolare le frasi spostandole ritmicamente rispetto a quelli che sono gli accenti convenzionali. Lo percepivo come un modo estremamente raffinato di stare dentro la musica. Ho provato ad apprenderlo, se non in profondità, sicuramente al meglio delle mie possibilità.

AAJ: Quali affinità e sinergie sono alla base di questo ormai lungo sodalizio artistico che ti lega a Simone Maggio?

FM: Innanzitutto una grande amicizia, caratterialmente ci siamo sempre trovati. Poi c'è una reciproca fiducia che ovviamente si riversa anche nella musica. Quando suono con lui mi sento sicura. Poi ovviamente è difficile spiegare ciò che si crea quando si suona, ma quando lo "chiamo" lui c'è sempre. Spero sia sempre così, almeno per me, non soltanto nella musica ma anche nella vita. Personalmente non credo alle persone che dicono che nessuno è indispensabile, o che tutti sono sostituibili. Ognuno di noi, in ogni ambito del quotidiano, possiede una propria identità che lo distingue e che lo rende insostituibile.

AAJ: È trascorso un anno dalla pubblicazione del tuo secondo album, Isk, che in lingua araba significa "amore." Come si traduce concettualmente l'amore in questo lavoro?

FM: Isk è una parola che letteralmente significa "amore" ma è pure un augurio per una qualsiasi forma di bene, sia nella propria esistenza che in quella altrui. Io l'ho inteso anche come un'energia che induce alla ricerca di noi stessi, perché l'amore non è solo un sentimento ma anche una forza volta a migliorarci, a conoscerci meglio. E nello stesso senso intendo pure la musica, come una ricerca del proprio essere, del proprio stile. È un fondersi di elementi che costituiscono un mezzo per cercarsi e trovarsi.

La mia ricerca musicale è in continuo divenire, ma ripensando alla realizzazione di questo disco, al modo in cui è stato suonato, alle improvvisazioni che contiene, resta tutto molto affine a ciò che è dentro di me, a quel che è la mia idea di musica in questo momento, nonostante sia passato un anno dalla pubblicazione. Tutta la fase realizzativa di questo lavoro corrisponde bene al concetto che c'è dietro questo titolo.

AAJ: Dal tuo precedente album di debutto, Trioness, sono trascorsi invece cinque anni. In quali direzioni si è mossa la tua musica e il tuo stile in questo arco di tempo? Quali parallelismi, affinità o divergenze si possono stabilire tra Trioness e Isk ?

FM: La musica ha proseguito sullo stesso binario, semplicemente con maggior consapevolezza e abilità. Non trovo contrasti tra Trioness e Isk, ma senza dubbio quest'ultimo è andato molto più in profondità nella ricerca del mio stile.

AAJ: Rispetto a Trioness, un tratto distintivo di Isk è rappresentato da una maggiore apertura verso la libera improvvisazione... Come si sviluppano i tuoi processi creativi e compositivi? Come nascono i tuoi pezzi?

FM: Molto banalmente "mi metto in ascolto," cioè metto le mani sul piano e, dopo aver buttato giù alcune note, il resto viene da sé molto spontaneamente. Utilizzo alcune geometrie che rappresentano un po' la firma stilistica dei miei pezzi, quindi procedo anche all'insegna di tali intervalli. Solitamente, prima scrivo la melodia, poi magari una seconda o terza voce, dopodiché codifico l'armonia. L'improvvisazione totale invece mi ha sempre affascinata ma non l'ho mai praticata concretamente, pur avendo maturato nel tempo moltissimi ascolti. Isk è stato un primo esperimento in tal senso. Nel frattempo ci sono state anche altre collaborazioni, ad esempio con Pic N'Bill e Gianni Trovalusci, due grandi musicisti d'avanguardia, che mi hanno dato una spinta e un arricchimento in più nel ricercare il mio stile, il mio suono, in un campo dove le idee maturano autenticamente, forse con meno preoccupazioni dal punto di vista formale.

AAJ: Nell'ambito del Trioness, quali dinamiche o motivazioni hanno determinato l'avvicendarsi di Emanuele Melisurgo, Matt Renzi e Gianluca Vigliar al sax?

FM: Emanuele è un musicista bravissimo, adoro il suo suono, ma a un certo punto ho sentito l'esigenza di altri strumenti e timbri. Con Matt ho suonato diverse volte in passato e in una circostanza mi disse che avrebbe potuto suonare anche l'oboe e il corno inglese, e chiaramente questa notizia ha suscitato in me un grande interesse. Poi Matt si è trasferito nuovamente negli Stati Uniti, ma non è detto che al suo ritorno nella prossima stagione estiva non ci sia la possibilità di organizzare ancora qualcosa insieme. Gianluca invece si sposa molto bene con il modo di suonare mio e di Simone Maggio. Si è inserito molto bene ed è davvero funzionale nel trio.

AAJ: Tratto distintivo del tuo Trioness è l'assenza della batteria, che conferisce al progetto connotati evidentemente cameristici. Parallelamente, sei impegnata anche nel progetto Duoness con Emanuele Maniscalco. Quali tipicità timbriche, stilistiche e formali distinguono questi tuoi due progetti?

FM: Duoness è un esperimento che ha funzionato benissimo e in cui la musica prende un'altra direzione, un altro respiro rispetto al Trioness grazie al fondersi delle voci di contrabbasso, piano e batteria. La mia idea di musica rimane sempre la stessa, si tratta semplicemente di due realtà parallele. Vedremo cosa uscirà fuori con Emanuele... Per ora è una collaborazione che porto avanti perché è una persona e un artista straordinario, e suonare con lui non può che farmi enorme piacere.

AAJ: In questi ultimi anni il jazz al femminile si è rivelato un movimento estremamente dinamico. Nel tuo caso, i progetti Sisters in Jazz e Giovani Leonesse rappresentano la tua adesione a questa corrente. Vuoi parlarci di queste due realtà?

FM: Per quanto riguarda Sisters in Jazz, alla fine del 2015 ricevetti un invito da parte di Nicole Johanntgen. Lei è una sassofonista tedesca che abita a Zurigo e che personalmente stimo molto, perché oltre a essere una fantastica musicista è anche una persona dalle mille risorse, capace di organizzare eventi, concerti, creare connessioni. Mi invitò a partecipare a un seminario biennale che si svolge a Zurigo e che si chiama SOFIA, rivolto alle jazziste di tutta Europa. Si tratta di un seminario incentrato sul tema dell'incontro, sulle connessioni e sulle sinergie che possono instaurarsi tra vari musicisti, quindi tra vari stili. Dopo mi chiese di parte anche del suo gruppo, con il quale abbiamo fatto diversi concerti tra la Svizzera e la Germania. Poi l'anno scorso insieme a Dorota Piotrowska, una batterista polacca che abita a New York e che è un po' la co- leader di Sisters in Jazz, abbiamo fatto un tour tra la Polonia e l'Ucraina. Inoltre abbiamo suonato di nuovo in Germania con un'altra sassofonista di New York, Camille Thurman, anche lei fantastica sotto tanti punti di vista in quanto, oltre a suonare, canta anche benissimo. È stata quindi una bella avventura, per ora in stand by, ma che spero possa riprendere presto.
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