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Intervista a Fabrizio Bosso

Daniele Vogrig By

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Con un nuovo album registrato dal vivo tra l'Italia e il Giappone, Fabrizio Bosso ha ripercorso il proprio cammino artistico e musicale, fotografando con il suo attuale quartetto i memorabili istanti di un tour ancora in atto.
Abbiamo avuto il piacere di parlarne insieme...

All About Jazz: Iniziamo dal tuo ultimo album, State of the Art... Quale ruolo riveste un tal lavoro in questo momento della tua carriera?

Fabrizio Bosso: Il titolo stesso, State of the Art, porta con sé l'idea di fermare questi ultimi tre anni di concerti in giro con i ragazzi, a cominciare da Luca Alemanno al contrabbasso il quale, avendo vinto recentemente una borsa di studio ed essendo impegnato per due anni a Los Angeles, ha lasciato il posto a un altro giovane e incredibile contrabbassista, Jacopo Ferrazza. Ci sono poi Julian Oliver Mazzariello, il mio pianista, dal quale non riesco più a separarmi, dal duo al quartetto, passando per le big band, e con Nicola Angelucci, un altro grande musicista, e preciso il termine "grande musicista," che è differente dal dire "grande batterista," perché è intelligente e ha sempre soluzioni giuste al momento giusto. Quindi, ho voluto documentare questo momento in cui mi sto divertendo molto. Quando suono con loro sento di tirare fuori il meglio di me, perché sono straordinari, ricettivi e capiscono subito quale direzione deve prendere la musica. Inoltre mi è tornata la voglia di suonare le mie composizioni, percependole in modo diverso.
La decisione di fare un album doppio è scaturita poi dal fatto che volevo mantenere i brani in versione integrale e, come puoi immaginare, dal vivo ogni pezzo pu brani possono durare anche dieci o quindici minuti.

AAJ: Ascoltando l'album si ha la chiara percezione che tu abbia lasciato molto spazio, sia compositivo sia esecutivo, ai tuoi compagni. Quale rapporto musicale e umano intercorre tra voi?

FB: Il mio obiettivo è proprio quello di valorizzare e responsabilizzare i componenti del gruppo. Il Fabrizio Bosso Quartet porta il mio nome e sono io a scegliere buona parte della musica, ma penso anche che nel cooperare in quattro risieda maggior forza, maggiore energia. Non mi piace vestire i panni del leader protagonista che deve suonare più degli altri e prendere gli applausi più forti. Con gli anni ho capito una cosa, e cioè che i membri di un gruppo devono lavorare all'insegna di una grande complicità. Una complicità percepibile anche giù dal palco e capace di veicolare un messaggio forte, quello di quattro ragazzi che stanno bene e si divertono. Poi nel corso di una tournee si condivide anche il quotidiano, dal mangiare assieme al viaggiare e parlare. E naturalmente un simile bagaglio di emozioni lo porti con te fin sopra il palco.

AAJ: Quali analogie e differenze intercorrono tra il quartetto di State of the Art e gli High Five?

FB: Sicuramente sono maturato... Non voglio dire che siano cambiati i gusti musicali, perché le radici sono rimaste sempre le stesse. Ma naturalmente ho fatto anche tanti incontri e quindi ricevuto stimoli da musicisti con provenienze diverse che mi hanno comunque arricchito parecchio. Mi relazione anche diversamente alla musica che suonavo dieci o quindici anni fa... ora ci arrivo con un'idea differente.

AAJ: Parliamo di un tuo pezzo presente nell'album, "Minor Mood..."

FB: Si è trattato quasi di un gioco, di una frase, di una cellula ritmica e melodica "rubata" a Kenny Garrett che ognuno di noi ha poi usato per azzerare e rilanciare il pezzo a un tempo nuovo. In realtà stiamo semplicemente parlando di un blues minore nato da una grande libertà e creatività, poiché il pezzo può trasformarsi continuamente in un blues lento, in un funk, in un super fast o in un blues "alla vecchia," e il tutto è molto divertente perché ogni sera può accadere qualcosa di diverso. Tutto ciò mi permette di affrontare un po' tutti i linguaggi che io amo, dal jazz più vecchio a quello più contemporaneo, dall'hard bop al funk...

AAJ: Passando invece a "Rumba for Kampei," spicca un dosato uso della sordina. Quale importanza riveste questo strumento nella tua musica? In base a quali finalità tecniche, musicali, comunicative lo utilizzi?

FB: Si, c'è una sordina particolare che riporta un po' alle sonorità del Buena Vista Social Club, se vogliamo... Questo è un brano dedicato a un bambino africano, figlio di un masai. Ero in vacanza a Zanzibar e ogni mattina scendevo a passeggiare in spiaggia, dove le mogli dei masai facevano il mercatino e la sera spettacoli di canti e balli. Sin dal primo giorno mi venne incontro questo bambino di due o tre anni, con un sorriso incredibile, e da lì l'ho praticamente adottato per una settimana. Quello fu uno dei pochi casi in cui ho scritto di getto una melodia, spinto anche da questo incontro così bello.
Riguardo la sordina, sentivo l'esigenza di trovare un suono diverso, particolare, al fine di creare una melodia che fosse come cantata da due persone diverse. Se io suono con la tromba aperta o con la sordina, parliamo di due timbri che inducono a suonare con approcci differenti, sia nel caso della melodia sia nel caso dei soli.

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