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Intervista a Beppe Scardino

Intervista a Beppe Scardino
Angelo Leonardi By

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Sassofonista baritono, clarinettista basso e compositore quanto mai versatile, Beppe Scardino è da un decennio una figura centrale del jazz italiano più creativo. Lo abbiamo incontrato nei giorni dell'ultima edizione di Young Jazz, nel maggio 2015, e ci ha gentilmente concesso quest'intervista: ricorda alcune tappe centrali della sua carriera e ci parla dei progetti futuri.

All About Jazz Italia: Iniziamo dagli Orange Room. Com'è nata la formazione e su quali basi hai scelto l'organico?
Beppe Scardino: È il gruppo del mio cuore. È nato 10 anni fa da incontri fortuiti nell'area bolognese tra musicisti che all'epoca potevano definirsi giovani. Ora lo siamo un po' di meno non solo in termini anagrafici ma perchè alcune certezze si sono confermate, mentre all'epoca era tutto più vergine. Ai corsi estivi di Siena Jazz avevo conosciuto Pasquale Mirra e Piero Bittolo Bon. Quando mi sono spostato a Bologna mentre continuavo a suonare molto con Pasquale, ho incontrato Antonio Borghini e poi Federico Scettri e Francesco Bigoni, che frequentava con me il conservatorio.
Io ho sempre avuto il pallino per la scrittura fin dal momento in cui mi sono avvicinato alla musica, sentivo molto l'esigenza di avere qualcosa di strutturato quindi ho pensato di organizzare il sestetto con una strumentazione che consentisse molte possibilità. Ad esempio è stata centrale la scelta di Mirra al vibrafono, uno strumento armonico sui generis, come scrisse molto giustamente Giovanni Natoli nella presentazione del primo disco sul sito de El Gallo Rojo. Diceva che il vibrafono è "atto a non coprire ma a disvelare le nudità di questo sestetto pianoless." Comunque è chiaro che tutti i componenti del gruppo sono insostituibili e li ringrazierò sempre per il contributo di ognuno. È forse proprio da loro che ho avuto le influenze più grandi.

AAJI: La formazione ha inciso due dischi, Orange Room nel 2006 ed Elegy for the Punk Movement nel 2010. Stessi musicisti in un capitolo molto diverso dal precedente, dominato da forme estese e complesse, in una sorta di camerismo free. Quali i motivi del cambiamento?
B.S.: Nel 2006, quando abbiamo registrato il primo disco, io stavo uscendo dal periodo iniziatico e di formazione verso il jazz grazie agli ascolti di Charles Mingus, Jackie McLean e tutto l'hard bop avanzato degli anni sessanta. A questo si aggiungevano delle cose più ardite, come un brano basato su una serie. Uscendo da quel periodo ho fatto varie altre esperienze: mi sono interessato alla musica contemporanea e ad autori come Roscoe Mitchell ed Anthony Braxton: alle strategie di quest'ultimo mi sono ispirato molto per Orange Room. Avevo il pallino di trovare un bilanciamento tra la scrittura -anche rigorosa -e la libera improvvisazione. Altre influenze sono venute da Julius Hemphill, ad esempio nei moduli ritmici, che avevo assimilato molto e che continua a condizionarmi tuttora.

AAJI: Perchè quel titolo?
B.S.: Mah... è stato il modo di ricordare la fine di una stagione musicale che da ragazzino avevo amato ma si collega anche alla dimensione ritmica concitata che si ascolta nel brano omonimo e che si riallaccia alla dimensione nevrotica del punk.

AAJI: Parlaci dell'esperienza di studio con Dimitri Grechi Espinoza - Tito Mangialajo Rantzer.
B.S.: L'esperienza con Dimitri è talmente importante che è quasi difficile parlarne. Dimitri è stato un mio mentore, in una relazione che è il paradigma del rapporto tra allievo e maestro. Quando l'ho incontrato avevo 17 anni e avevo appena iniziato a suonare il sax contralto. Il mio primo strumento è stato il basso elettrico che ho abbandonato per il sax alto. Al baritono sono passato nel 2003.
Dimitri era già un musicista affermato nella scena jazzistica di Livorno e io l'avevo ascoltato tante volte, quando verso la fine degli anni Novanta, andavo con mio zio Carlo nel jazz club che c'era in città, lo storico Marameo. All'epoca non capivo molto di jazz ma mi arrivava la sua energia e ne ero rapito. Iniziai così a prendere da lui delle lezioni di sassofono. Dimitri iniziava allora a liberarsi dall'idioma jazzistico, idioma che aveva interiorizzato come pochi, e quindi verso di me -che ero un po' più selvaggio -deve aver avuto un po' di interesse. Ha iniziato così a coinvolgermi in qualche serata d'improvvisazione e poi addirittura nel suo gruppo. Però, come è normale che sia tra allievo e maestro, a un certo punto avviene il distacco e la cosa è anche un po' dolorosa. Nel 2001 mi sono trasferito a Bologna anche per suonare con grandi musicisti che vi abitavano come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri e quelli del Collettivo Bassesfere. Avevo bisogno di costruire una mia identità e ho iniziato a fare esperienze musicali in quell'ambiente. Come nella classica sequenza tra mentore e allievo, il rapporto musicale con Dimitri è ripreso negli anni successivi su basi paritarie.

AAJI: A Bologna intanto seguivi il conservatorio...
B.S.: Devo dire che è stata un po' una delusione didattica, a parte Barend Middelhof, Massimo Morganti (che ho avuto a Musica d'Insieme solo l'ultimo anno) e Stefano Zenni. Barend è stato veramente un bravo insegnante di sassofono, il primo a sensibilizzarmi su Lennie Tristano, Lee Konitz, Warne Marsh e tutto l'approccio "orizzontale" nel jazz, che ancora oggi è l'approccio che preferisco e che sento più mio suonando brani del repertorio jazzistico (cosa che ho ripreso a fare con entusiasmo negli ultimi anni).
Stefano mi ha seguito nella tesi, che è stata un'esperienza molto bella. Sono state queste le esperienze più formative di quegli anni, assieme alle suonate casalinghe con Puglisi, Caliri, Borghini, Mirra, Marraffa, Scettri e altri musicisti la cui ricerca sentivo potente e vicino a me. Finita quell'esperienza sono tornato a Livorno con uno spirito nuovo.

AAJI: Focalizzandoci sul sax baritono, quali sono stati i tuoi modelli di riferimento?
B.S.: Quello che mi ha affascinato subito del baritono, proprio grazie a Gerry Mulligan, è stato il registro acuto, punzecchiante e molto simile alla voce umana. Contemporaneamente c'è stato l'estremo opposto ovvero Pepper Adams ed Hamiet Bluiett. Il baritono è uno strumento che se soffi forte può deflagrare e ciò mi ha provocato la cotta iniziale. Sono aspetti che oggi cerco di evitare il più possibile a favore di un maggior controllo del suono: mi piace esprimermi a volume basso e lavorare molto sul fraseggio. Il sax baritono sa anche essere uno strumento malleabile e ultimamente mi sono messo in discussione per metterlo un po' ovunque, ad esempio in contesti rock e pop. Negli anni della mia formazione ho avuto la fortuna di avere delle lezioni da Rossano Emili, un baritonista straordinario, che nel controllo strumentale è un gigante a livelli mondiali. È una persona splendida ed è stato generosissimo nei miei confronti, negli anni in cui cercavo di capire bene lo strumento. Con Rossano abbiamo anche fatto un paio di concerti in un quartetto con doppio baritono e mi piacerebbe molto rifarlo.

AAJI: Parliamo di collaborazioni importanti con artisti statunitensi. Assieme a Tim Berne ti sei trovato nel disco Auand Intollerant ...
B.S.: Quel gruppo suonava pezzi di Gabrio Baldacci che è poi il mio chitarrista preferito al mondo. Ho la fortuna d'essere cresciuto musicalmente con lui e con il grande batterista Daniele Paoletti. Noi tre suoniamo la musica di Gabrio da così tanto tempo da sentirla nostra. Suonare con Tim Berne ci aveva creato un po' di ansia e di curiosità perchè ci confrontavamo con uno dei nostri idoli. Lui è venuto e ha svolto la sua parte con tutte le difficoltà che risultano dall'approcciare un repertorio nuovo, come leggere a prima vista, eccetera. In questo senso l'ho sentito molto vicino. Nel disco s'è dimostrato un gigante ma è stato bello vederlo nella nella sua dimensione umana, un musicista come tutti noi.

AAJI: C'è poi la collaborazione con Bobby Previte nel trio Plutino assieme a Francesco Diodati...
B.S.: Anche quello è stato un bell'incontro, soprattutto per me che amo molto la batteria ... ne ho una nello studio che suono molto spesso. Amo anche l'hip hop e tutte le ritmiche possenti, quindi Bobby mi piace molto perchè è un grande groover. L'ho conosciuto suonando con Gianluca Petrella e la Cosmic Band: in quell'occasione mi fece dei complimenti a cui non detti particolare importanza. Questo perchè è usuale che i musicisti americani cerchino di instaurare buone relazioni con i musicisti europei, sperando in futuri ingaggi. Invece erano sinceri perchè lo rincontrai tempo dopo in un festival in Germania e mi propose un'incisione in trio con Francesco Diodati, che nel frattempo aveva conosciuto a New York. La cosa s'è realizzata nel 2011 e l'anno dopo c'è stato un breve tour. Devo dire che speravo che da quell'esperienza potesse nascere un po' più d'attività live in Europa dove, sia nei festival che nei club, la presenza italiana è scarsa, ma, a parte il concerto dato a Saalfelden, non c'è stato molto altro. Purtroppo ha pesato la crisi con la diminuzione dei cachet mentre Bobby non era disposto a scendere sotto le sue condizioni abituali.
Del disco vado orgoglioso anche perchè è stato registrato a Livorno col supporto di un ingegnere del suono che stimo molto, Antonio Castiello. È una musica particolare e non è stato facile sintonizzarsi su una dimensione più rock che jazz, non solo nel suono ma nella strutturazione dei brani. In quell'occasione ho visto la sapienza che hanno gli americani di gestire questo tipo di energie e Bobby che ha militato in formazioni di grande spicco in quest'ambito s'è dimostrato esemplare.

AAJI: Comunque hai sviluppato varie esperienze nel campo del rock, e mi sembra mantieni un canale ancora aperto con questa musica...
B.S.: Si, mi trovo a collaborare in vari dischi di rock e pop anche in veste d' arrangiatore di archi e fiati... ho poi lavorato con i Virginiana Miller e in varie occasioni con il produttore/ingegnere del suono Ivan Rossi che è una delle eminenze grigie dell'indie rock italiano. Del resto io sono cresciuto da ragazzino ascoltando i Nirvana e tutta la scena grunge mentre in tempi più recenti ho preso proprio la "fittonata" per J Dilla, un produttore hip hop morto qualche anno fa, che credo sarà ricordato anche tra 200 anni. Lui è stato tra i primi a sviluppare idee poliritmiche usando un campionatore, cosa che sta influenzando pesantemente generazioni di batteristi, anche nel jazz; si pensi a Kris Dave o al grandissimo Stefano Tamborrino, qua da noi. È interessante che il lavoro di J Dilla con le macchine abbia poi influenzato massicciamente gli umani. Attualmente in ambito pop/rock, sto suonando stabilmente nel gruppo del cantante John De Leo e con i C'Mon Tigre. Entrambi progetti difficilmente classificabili e di ampio respiro: mi sento a mio agio in situazioni di questo tipo e sono contento che la mia attitudine onnivora mi abbia portato su questi lidi.

AAJI: Torniamo alle collaborazioni importanti. Cosa ricordi di Amiri Baraka?
B.S.: È stata un'esperienza fortissima. La prima volta che ci siamo incontrati l'ho forse un po' infastidito perchè lo tempestavo di domande sulla sua vita e le sue esperienze... lui mi raccontava di John Coltrane che abitava vicino casa sua e di altre cose per me sconvolgenti. Mi disegnava un mondo che io mi ero immaginato ascoltando i dischi... come facevo a resistere? L'ultima volta che l'ho incontrato è stato al festival di S. Anna Arresi nell'estate del 2013, pochi mesi prima che morisse. Era ancora in forma e si percepiva la sua grande energia... abbiamo fatto un brano dedicato a Sun Ra e lui ci trainava con una forza incredibile.
Io possiedo una registrazione video che custodisco gelosamente dove Amiri parla con me e i musicisti del Dinamitri Jazz Folklore delle vicende straordinarie che ha vissuto negli anni sessanta. Mi ricorda gli ultimi giorni di Monicelli: anche Amiri è uno di quegli uomini che ha fatto la storia, che hanno combattuto e ne parlano ora come se volessero continuare a combattere. E tu che lo ascolti ti senti un inetto, perchè la nostra generazione in confronto alla loro è densa di inettitudine.

AAJI: Che cosa vi raccontava?
B.S.: Parlava di quando Martin Luther King è andato a trovarlo nella stanza d'albergo dove si nascondeva perchè ricercato, delle lotte contro la discriminazione razziale, ed ancora di Malcom X, del movimento dei diritti civili e del ruolo avuto dal jazz in quegli anni.

AAJI: Hai progetti nuovi in cantiere?
B.S.: Premetto che ho l'intenzione, visto che sono anche un neo-babbo, di restare più tempo a Livorno con la famiglia, di iniziare ad insegnare e lavorare con più assiduità anche a progetti personali. Di pronto ho una registrazione di circa un anno fa con Stefano Tamborrino alla batteria, Gabrio Baldacci alla chitarra baritono e Julien Desprez LaFargue un chitarrista che ho conosciuto anni fa a Parigi che ritengo veramente un fuoriclasse. Abbiamo registrato alcuni miei temi d'impronta un po' rock ed alcune improvvisazioni: uscirà prima possibile. Poi sono in procinto di incidere assieme al mio trio con Gabriele Evangelista al contrabbasso e Andrea Melani alla batteria. Abbiamo già pronto un repertorio di brani miei nuovi scritti per il trio e qualche cover insospettabile.
Di progetti a cui ho partecipato di recente, vorrei citare il bel disco Scraps di Ludovica Manzo, assieme a Marcello Giannini, Ermanno Baron e Riccardo Gola: brani originali di Ludovica su testi di autori contemporanei. Belle canzoni, è un disco che riascolto volentieri ed in cui mi sono sentito molto a mio agio a suonare.

Foto
Elvio Maccheroni.

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