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Vicenza Jazz 2015

Libero Farnè By

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Vicenza Jazz 2015
vari teatri
8 -16 maggio

A differenza degli altri anni, non ha voluto affrontare temi specifici la ventesima edizione di Vicenza Jazz (8-16 maggio in vari spazi), preferendo offrire una possibile sintesi di un'esperienza ventennale di suoni, ritmi e visioni. Come ha ammesso lo stesso Riccardo Brazzale, direttore artistico del festival, si è optato prevalentemente per proposte ammiccanti, coinvolgenti, in buona parte già note, come si addice a una ricorrenza festosa e celebrativa; il che ha registrato la risposta entusiastica del pubblico.



Un parziale resoconto di quello che si è ascoltato nei concerti in teatro nelle ultime tre serate del festival primaverile non può che cominciare dal Jan Garbarek Group rinforzato da Trilok Gurtu, esibitosi al Teatro Comunale la sera del 14. Garbarek è notoriamente un'icona del jazz norvegese e non solo, un protagonista riconosciuto della scena internazionale che oggi non può fare altro che replicare la propria immagine. Se ne è parlato anche nel pomeriggio che ha preceduto il concerto durante la presentazione del libro "Il suono del Nord" di Luca Vitali (Auditorium, 2014), del quale è in corso la traduzione in inglese.

Il concerto vicentino ha ribadito la cantabilità distesa e avvolgente del sassofonista, il suo marcato senso melodico che attinge da varie tradizioni folk del Nord, includendo però anche inflessioni esotizzanti. Del suo sound personale e inconfondibile è forse più apprezzabile quello flautato, morbido, evocativo al tenore rispetto a quello certo peculiare, ma gnauloso e acidulo, al soprano.
Una consolidata intesa lega la pronuncia del leader al contributo dei fidi collaboratori: il discorsivo pianismo di Rainer Bruninghaus, a volte sognante, più spesso affermativo, l'uso del basso elettrico carico di effettismi da parte di Yuri Daniel, l'indefesso armeggiare dell'ospite Trilok Gurtu al suo campionario di percussioni, tanto ineccepibile e mirato quando tesse le trame d'accompagnamento, quanto sensazionalistico e debordante negli spazi solistici.

Questo quartetto dunque si presenta come una macchina di estrema efficienza, offrendo uno spettacolo collaudato e professionale, di straordinaria comunicativa, che però, come tutti i congegni che funzionano alla perfezione, ha il difetto di essere fin troppo prevedibile, in quanto viene replicato identico ormai da troppi anni: a cominciare dal repertorio, caratterizzato da temi orecchiabili, per passare alle interminabili esibizioni solistiche riservate ai partner, per finire con l'allusivo allestimento scenico, in cui una vela/tenda bianca in tensione assorbe i colori cangianti proiettati dai riflettori.

La sera seguente, quasi per compensazione, è stata proposta un'espressione più attuale e impegnata nella ricerca (d'avanguardia si sarebbe detto qualche decennio fa, prima che intervenisse il giro di boa del postmodernismo) puntando su un'altra icona, su un caposcuola della scena nero-americana: Anthony Braxton alla testa del suo quartetto.
Come ogni maestro egli non può esimersi dall'essere sempre uguale a se stesso, pur reinventandosi in ogni occasione. Una costante della sua musica rimangono l'austero rigore, il rifiuto di cliché e di una comunicativa facile e prevedibile, l'inscindibile intreccio fra composizione e improvvisazione. Emergono poi in evidenza la fusione che vige all'interno del gruppo, la dimensione collettiva della proposta: i partner sono in realtà compagni di strada accomunati da esigenze, sintonie, assonanze... L'attuale quartetto è formato da membri (Mary Halvorson alla chitarra ed effetti elettronici, l'alter ego alle ance Ingrid Laubrock, Taylor Ho Bynum agli ottoni) che per ragioni anagrafiche e per formazione possono essere considerati suoi allievi, ma Braxton, pur imponendosi come leader autorevole, preferisce pensarlo come un gruppo paritario, un collettivo che gestisce democraticamente il materiale sonoro.

Ogni performance d'altro canto risulta un'esperienza unica e non cade mai nella routine, perché l'applicazione di un metodo, l'esasperata concentrazione sulla pronuncia e sull'interplay, l'interpretazione di codici e tracciati condivisi portano a risultati strutturali, formali ed emotivi mai uguali e ripetitivi, oltre che di ineludibile concretezza. In questo Braxton è paragonabile ad altri protagonisti più o meno coetanei e della stessa scuola, in primis Roscoe Mitchell e lo scomparso Butch Morris.

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