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Il tocco di Django!

Enrico Bettinello By

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Il pianista e compositore inglese Django Bates è sempre stato un artista versatile e originale.
Nel suo ultimo disco per la ECM, The Study of Touch, guida il proprio trio Belovèd (completato dal bassista Petter Eldh e dal batterista Peter Bruun) attraverso una manciata di intriganti brani originali, ma rilegge anche un classico parkeriano come "Passport."

Abbiamo colto al volo l'occasione per una breve intervista, per parlare del disco e di altri progetti!

All About Jazz: Partiamo dal recente disco: quale è l'idea che sta dietro The Study of Touch? Come hai lavorato a questo disco?

DB: Con il mio trio Belovèd avevo già realizzato due dischi per la mia etichettal Lost Marble.
Si tratta di Belovèd Bird e Confirmation; entrambi erano basati su miei arrangiamenti di composizioni di Charlie Parker. Suonando dal vivo questa musica negli ultimi anni, ho iniziato a inserire anche le mie composizioni nel programma, per vedere come funzionava la giustapposizione tra Parker e Bates.
Il passo successivo è stato quello di pensare a un disco costruito principalmente attorno alla musica scritta da me per il trio Belovèd e poi di pubblicarlo con la ECM nella speranza di farci conoscere anche da un nuovo pubblico.

AAJ: La musica di Charlie Parker, che è sempre stata al centro delle esplorazioni del trio in passato, è qui presente con una versione di "Passport." Qual è il tuo rapporto con l'eredità culturale di Parker?

DB: Pensavo fosse giusto mantenere un riferimento chiaro a Parker anche in The Study of Touch, perchè la sua musica è la chiave che ha portato alla nascita della band. Ho scelto "Passport" perchè si tratta di un arrangiamento nuovo con un approccio differente: una miniatura, un sacco di carattere compresso in pochi minuti!
Charlie Parker è stato il mio eroe sin da quando ero un bambino. Gli altri bambini si scambiavano le figurine dei calciatori famosi, ma io non vedevo l'ora di correre a casa a ascoltare e trascrivere be-bop, a leggere "Bird Lives" e addirittura a fare un busto di Parker con la plastilina!
Ho suonato la sua musica da quando sono nato e per tutta la mia infanzia, è praticamente connaturato alla mia vita e al mio linguaggio. La gioia e la libertà, e anche l'ovvia pazzesca disciplina che sta dietro al suo modo di suonare il sassofono sono connesse in modo indissolubile con la mia vita.

AAJ: Recentemente hai arrangiato e suonato il repertorio di Sgt. Pepper's con la Frankfurt Radio Big Band. Cosa hai scoperto della musica dei Beatles che non conoscevi o non ti aspettavi?

DB: Ho iniziato trascrivendo l'intero disco e devo dirti che è stata una vera e propria rivelazione! L'assoluto impegno dietro ogni nota è sbalorditivo; non c'è momento in cui qualcosa sia lasciato poco chiaro o irrisolto.
Sapevo che ci sarebbero stati un'infinità di suoni e timbri, ma più ascoltavo, più mi meravigliavo di quanto caleidoscopico sia questo scenario sonoro.

AAJ: Da anni hai stabilito una connessione felicissima con musicisti Scandinavi, da Marius Neset al trio attuale. Cosa ti ha spinto in quella direzione?

DB: Nel 1990 ho registrato So I Write (ECM) con Sidsel Endresen, Nils Petter Molvaer, Jon Christensen e con quel progetto abbiamo suonato molto in Norvegia.
La Danimarca invece si è interessata al mio lavoro attraverso il gruppo Loose Tubes, di cui ero uno dei fondatori. I danesi hanno riconosciuto in me una sorta di humour inglese che evidentemente gli piace molto, così ho potuto lavorare con la loro Orchestra della Radio e anche ensemble più ristretti. In 1997 ho ricevuto in Danimarca il premio Jazzpar, che è un po' considerato il "Nobel" del jazz.
Questo mi ha portato a insegnare al Rhythmic Music Conservatory di Copenhagen sin dal 2005 e questo mi ha permesso di conoscere molti musicisti scandinavi durante I miei 6 anni lì. Ho fondato una bigband chiamata StoRMChaser con Marius Neset, Petter Eldh, Julie Kjaer e molti altri nomi che oggi lasciano sbalordite le platee del jazz.
Sono felicissimo di avere un danese e uno svedese nel trio Belovèd, un legame con quei bei tempi.

AAJ: Parliamo di progetti meno recenti: com'è la situazione con Human Chain e Delightful Precipice? Sono ancora attivi?

DB: Nel 2016 ho portato Human Chain al Sarajevo Jazz Festival. Uso il nome quando presento un repertorio per ensemble composto da dieci musicisti con cantante, ma i musicisti cambiano a seconda dei luoghi.
Delightful Precipice... hmmm, mai dire mai, ma il mio lavoro recente per big band prevede la condivisione di materiale come "Sgt. Pepper's" tra quattro band già esistenti: un limite pragmatico, ecologico ma anche divertente!

AAJ : Tra I tuoi primi progetti per la ECM c'era la band First House. Come è cambiata la tua collaborazione con Manfred Eicher rispetto a quella dei primi dischi con i First House, Erendira e Cantilena?

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