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Il senso del tempo di Thomas Strønen

Enrico Bettinello By

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Dopo l'omonimo disco del 2015, l'ensemble Time Is a Blind Guide guidata dal batterista e compositore norvegese Thomas Strønen pubblica in questi giorni un nuovo, bellissimo, lavoro, Lucus.

Con Strønen troviamo Ayumi Tanaka al pianoforte, Hakon Aase al violino, Lucy Railton al violoncello e Ole Morten Vågan al contrabbasso, un assetto decisamente "cameristico," che consente alla scrittura del leader di esplorare un grande numero di dettagli e di mantenere la musica aperta in molte direzioni.
Il clima è calmo e spazioso, ma anche nel lirismo di molti materiali, Strønen lascia lo spazio a un'inquietudine di vibrante attualità, ben assecondata dalle capacità improvvisative dei compagni di avventura.

Chi ha imparato a conoscere il musicista norvegese in questi anni, sa infatti bene come la sua musica sfugga tenacemente a molti luoghi comuni sul "suono scandinavo" e se è vero che in alcuni progetti (pensiamo ad esempio a alcuni lavori dei Food) il clima è quello del malinconico melodismo nordico, sia in solo che in altri progetti—come il duo Humcrush— la sua curiosità di avventuriero del suono si spinge in terreni assai meno confortevoli.

Persona di grande dolcezza e intelligenza, come ha dimostrato lo scorso anno a Novara Jazz, quando si è confrontato con Marco Colonna e Alessandro Giachero in un trio che ha entusiasmato il pubblico, Thomas Strønen ha accettato di fare con All About Jazz una lunga chiachierata.

All About Jazz: Vorrei iniziare la nostra conversazione dal tuo ultimo disco, Lucus. Come hai lavorato a questo progetto?

Thomas Strønen: Come era accaduto con il primo lavoro dei Time Is A Blind Guide, conosco bene i musicisti per cui compongo. Molto spesso penso alla personalità dei musicisti quando scrivo, perché voglio che la musica risulti naturale per loro. Può essere impegnativa, certo, ma alla fine voglio che si sentano connessi con il materiale musicale.
In più, ero già stato nell'auditorio in Svizzera [l'Auditorio Stelio Molo RSI, di Lugano -e del resto Lugano deriva dalla parola latina Lucus], nel quale abbiamo registrato e conoscevo bene le condizioni acustiche del posto. Volevo registrare una musica che si attagliasse al luogo invece di dover combattere uno spazio più ampio.
La cosa più importante poi è che dal 2013 abbiamo suonato molto insieme e abbiamo imparato a conoscerci bene. Anche se Ayumi era nuova nella formazione, aveva già suonato con noi molte volte. Così la musica e l'ensemble aveva già iniziato a muoversi in una propria direzione con più improvvisazioni e diverse combinazioni cameristiche, con duetti, trii e quartetti.
Se per il primo disco avevo dovuto comporre in maniera più meticolosa per avere una chiara direzione musicale (siamo musicisti con esperienze differenti e prima del nostro concerto non avevo avuto modo di capire tutto), siamo ora un collettivo con una sua voce precisa.

AAJ: Questa maggiore coesione in che direzione ti ha spinto, dunque?

TS: Ho voluto mettere sul tavolo più composizioni aperte, che lasciassero ai musicisti la libertà di interpretare la musica come sentivano al momento. È un procedimento che richiede più intraprendenza, ma permette al materiale composto di essere plasmato in modi differenti, sento che permette alla musica una vita più lunga permettendo ai musicisti di variare anche molto di volta in volta.
Un paio di pezzi sono stati scritti molto prima della registrazione, ma la maggior parte del materiale è stata composta in un periodo relativamente breve. Prima di entrare in studio ero impegnato con un paio di altre commissioni, il che mi ha spinto a non perdere tempo. Quando devi consegnare, le idee spesso arrivano.

AAJ: Il collettivo Time Is a Blind Guide è cambiato durante gli anni: ci tracci una breve storia di questo gruppo e delle sue caratteristiche?

TS: La musica è cambiata e anche i musicisti, sin dall'inizio. Nel primo concerto c'erano tre percussionisti e c'era un disegno chiaro secondo cui volevo un gruppo di percussioni nell'ensemble, così come un piano trio e un trio d'archi. In tour avevamo solo uno o due percussionisti, ma alla fine ho iniziato a usare gli altri musicisti per suonare le percussioni al posto loro. In qualche modo, mi piace di più quando un non batterista suona la batteria. Hanno tutti un fantastico senso del tempo e del ritmo, ma non avendo la tecnica, suonano in maniera più aperta, senza il tipico linguaggio da batterista. Mi piace molto.
Nei primissimi anni ero anche più focalizzato su grooves polifonici e tempi complicati, così che la musica era particolarmente tendente al jazz. Ora preferisco che sia più aperta, ariosa e attenta al timbro: oggi il gruppo lo vedo più come un ensemble da camera con grandi capacità d'improvvisazione.

AAJ: Parlavi prima della pianista Ayumi Tanaka. Cosa ha portato alla musica il suo ingresso nel collettivo?

TS: Ha una formazione da organista classica e porta un segno contemporaneo in cui prendere l'iniziativa e osare nel lasciare molto spazio convivono. Riesce sempre a sfidare e accontentare la musica, da grande comunicatrice quale è, così come è una grande colorista e improvvisatrice.

AAJ: Un ruolo centrale è rivestito dagli archi. Qual è il tuo rapporto con gli strumenti a arco?

TS: Ho iniziato ascrivere per strumenti a arco dopo avere registrato il mio disco in solo Pohlitz nel 2006. Ero un po' stanco dei miei suoni e anche del fatto che il solo fosse diventato una specie di moda.
Senza pensarci, ho iniziato a scrivere molta musica per quartetto d'archi che ha portato a un sacco di progetti interessanti, come compositore e come batterista.
Amo molto il suono degli archi, che riesce spesso a conferire alla mia musica lo spazio che richiede. Amo molto anche essere circondato dagli archi e provare a colorare l'immagine complessiva con il mio modo di suonare: quando ci sono degli archi è sempre impegnativo per un batterista e a me piace suonare sia in modo molto tranquillo che potente e energetico. Tutti sono in grado di suonare forte, la sfida è quella di abbassare il volume e rimanere dinamici entro quei limiti.

AAJ: Come procede il lavoro con i Food?

TS: Abbiamo registrato e filmato The Emanuel Vigeland Mausoleum lo scorso autunno. Stiamo lavorando all'editing della musica e diventerà un film-concerto. Non saprei ancora dirti quando e come, ma le immagini sono spettacolari e anche la musica non è niente male.

AAJ: Il duo Humcrush con Ståle Storløkken ha pubblicato l'anno scorso quello che mi sembra uno dei suoi dischi migliori, Enter Humcrush. Ti chiederei qualche parola su questo duo e sull'uso dell'elettronica nella tua musica: come lavori con essa, che tipo di equipaggiamento hai e che relazione c'è tra il tuo mondo acustico e quello elettronico.

TS: Humcrush è uno dei miei progetti più longevi e risale a quando studiavo jazz a Trondheim. Abbiamo entrambi la capacità di capirci al volo sulla forma e il tempo e suonare insieme è molto facile per noi. Abbiamo sempre improvvisato così liberamente che alla fine sembra che suoniamo canzoni, come nel caso di Enter Humcrush.
Cerco sempre di incorporare l'elettronica nel mio modo di suonare. La musica viene sempre per prima: è facile seppellirsi in una torre di macchine e possibilità, ma ho sempre cercato di concentrarmi sulla musica che volevo, dal momento che tutto è possibile, ma non tutto è necessario.
Abitualmente uso due campionatori, un mixer e un paio di piccoli sintetizzatori. Ho alcuni suoni già pronti nei campionatori, ma la maggior parte viene creata al momento, così come tutta la programmazione dei suoni e dei ritmi, che viene fatta dal vivo. Mi piace molto suonare con i campionatori, perché ti consente di allungare il beat e tirarne fuori ritmi strani e tessiture che acusticamente non riusciresti a creare.
Se qualcosa può essere suonato dal vivo, lo suono, non mi affido solo alle macchine, che ritengo uno strumento per espandere la mia produzione musicale.

AAJ: Ti va se parliamo un po' del famoso "Nordic sound"? A volte sono un po' imbarazzato nel parlare di questo con i musicisti norvegesi, ma conoscendoti bene di persona e anche artisticamente, confido che tu possa avere una visione interessante a riguardo.
Dopo decenni di "jazz nordico" tranquillo, spazioso, ghiacciato, pieno di eco e di dettagli, quali sono i limiti di questo concetto?

TS: L'espressione è sempre stata usata, sin da quando riesco a ricordare, ma non credo tu possa trovare molti norvegesi che la usano. Come molte altre espressioni generali, come "jazz americano," descrive qualcosa che vuole dare un'idea immediata di quello di cui si parla.
Sarei tentato di rispondere che siamo giunti oltre i limiti del "Nordic jazz," ma alla fine ci sono sempre dei confini di quello che è musicalmente significativo. Una musica spaziosa, suonata in modo quieto e lirico non è buona musica per forza e spesso diventa di cattivo gusto. Ovviamente più la musica è aperta, tranquilla e spaziosa, più richiede una forte drammaturgia, dinamica e anche resistenza. La musica si deve poter muovere nello spazio, perché c'è una bella differenza tra spazio e pausa.
Molta della musica che mi ha formato dipende dal fatto che siamo stati influenzati dagli Stati Uniti, ma sono cresciuto ascoltando di tutto, classica, rock, elettronica. Non c'erano particolari regole su cosa fosse giusto o sbagliato e la storia del jazz in Norvegia parte proprio nel momento in cui il jazz si apriva da una parte all'improvvisazione più libera, dall'altra al rock.
Stando ai margini dell'Europa, la Norvegia non era proprio sempre al centro dei tour delle grandi star e a volte essere un po' fuori mano ti spinge a fare le cose a modo tuo. Lo vedi perché in Danimarca le cose sono andate in modo molto diverso: era più centrale e ci suonavano un sacco di americani, così è andata che la Danimarca è stata molto più americanizzata della Norvegia. Tanto che i musicisti norvegesi che volevano suonare in modo più tradizionale, trovavano in Danimarca i colleghi migliori per farlo.

AAJ: Se dovessi nominare tre batteristi storici che sono nella tua top list?

TS: Direi Jon Christensen, Tony Oxley e Roy Haynes

AAJ: E se dovessi nominare tre percussionisti contemporanei?

TS: Sceglierei l'ensemble Nihon Daiko, Steve Reich come compositore e Jorge Peña.

AAJ: Continuiamo questo giochino dei tre... se dovessi suggerire a chi non ti conosce tre dischi dei tuoi che davvero rendono l'idea della tua musica, cosa sceglieresti?

TS: Il nuovo disco dei Time Is a Blind Guide, Lucus, quello degli Humcrush che citavi prima, Enter Humcrush e This Is Not a Miracle dei Food.

AAJ: Cosa sta ascoltando Thomas Strønen in queste settimane?

TS: Un sacco di cose. Te le elenco? Sono più di tre.
A Seat at the Table di Solange, Nattsyntese di Espen Reinertsen, The Study Of Touch di Django Bates, Malibu di Anderson Paak, Damn di Kendrick Lamar, Project vol. 4-Hamburg Concert di György Ligeti, Process di Sampha, Garland di Eivind Buene e il terzo volume di Live at the Fillmore di Miles Davis.

AAJ: I tuoi prossimi progetti?

TS: Non tutti si possono ancora rivelare, ma tra quelli che si possono dire ti segnalo che inciderò in primavera un disco con un nuovo trio completato da Ayumi al piano e Marthe Lea a sassofoni, clarinetti, voce e percussioni.
Altro trio fresco fresco è quello con Keiji Haino e Koichi Makigami.
Ma la priorità è Time Is a Blind Guide: saremo in tour in Italia a metà Aprile, in Inghilterra a metà maggio e poi Stati Uniti, Brasile e India.

Foto: Knut Bry

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