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Il novembre di A Jazz Supreme

Neri Pollastri By

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A Jazz Supreme—Musicus Concentus
Sala Vanni
Firenze
2, 11, 23 e 30.11.2018

Un novembre con i fiocchi quello della rassegna A Jazz Supreme, organizzata dal Musicus Concentus nella tradizionale sede della Sala Vanni, il cenacolo della Chiesa del Carmine, in Oltrarno a Firenze. La parte conclusiva del programma autunnale ha infatti proposto quattro appuntamenti eccezionali, che hanno alzato l'attesa per il programma primaverile, in fase di definizione.

Il primo dei concerti, il 2 novembre ha visto protagonista quella che è forse la migliore formazione italiana oggi sulla scena, vale a dire Pipe Dream, ensemble per quattro quinti italiano completato dal violoncellista statunitense Hank Roberts. Avevamo visto Pipe Dream all'opera giusto l'anno precedente al Jazz&Wine Of Peace 2017 (clicca qui per leggere la recensione del concerto) e ascoltato l'omonimo disco appena uscito (che è stato presentato al concerto), perciò eravamo perfettamente consapevoli delle qualità della formazione; tuttavia proprio per questo non era scontato che la musica si imponesse nella sua freschezza e originalità all'ennesimo ascolto, cosa che invece è avvenuta. I cinque musicisti hanno proposto il materiale già noto, piuttosto strutturato ancorché non privo di spazi di improvvisazione libera, la composizione dei suoni del quale è però di tale ricchezza da offrire sempre nuove prospettive, ancor più in una situazione live. La caratteristica di questa maiuscola formazione è tutto sommato il fatto di non avere ruoli ben determinati tra i suoi componenti, giacché le due "prime voci"—l'eccellente Filippo Vignato al trombone e Roberts al violoncello o alla voce—in realtà lavorano in piena interazione con il pianoforte e il Fender Rhodes di Giorgio Pacorig, con il vibrafono di Pasquale Mirra e anche con la batteria di Zeno De Rossi, nessuno dei quali si limita alla parte ritmica ma interviene compiutamente nella costruzione armonica e timbrica. Ne scaturisce una musica avvolgente e avvincente, originale ed entusiasmante, spesso dall'incedere radioso e possente, che si gusta fino all'ultima nota. Splendido concerto, assai apprezzato dal pubblico presente.

Il 16 del mese di scena una prima assoluta: Seacup, la nuova e singolare formazione del batterista Stefano Tamborrino, qui soprattutto in veste di compositore. Infatti Seacup è un quartetto d'archi cameristico, completato dal sax tenore di Dan Kinzelman e al quale solo in alcuni brani si aggiunge la batteria dello stesso Tamborrino, per il resto impegnato nella direzione della formazione. I protagonisti principali sono nell'ordine Ilaria Lanzoni al violino, Katia Moling alla viola, Naomi Berrill al violoncello e Gabriele Evangelista al contrabbasso. Il musicista fiorentino è solito stupire e anche in questo caso non ha fatto eccezione: chi si aspettava un utilizzo jazzistico degli archi è infatti stato smentito da un concerto di impianto davvero cameristico, nel quale—a parte alcuni momenti—lo stesso Kinzelman si inseriva in modo coerente, rispettando le serrate partiture scritte da Tamborrino. La particolarità, tuttavia, stava proprio nelle partiture: sonorità contemporanee, certo, ma anche "strane," oblique, dissonanti in modo decisamente originale. Forse non tutte "gradevoli" o pienamente convincenti, ma egualmente sempre sorprendenti e stimolanti, tanto da non mostrare momenti di ridondanza. Eccellenti gli interpreti, in particolare Evangelista—che fungeva un po' da colonna centrale della musica—e la violinista Ilaria Lanzoni, mentre la Berrill interveniva più volte anche alla voce. In alcuni brani, poi, i generi si mescolavano un po,' con il sopraggiungersi di atmosfere vagamente pop, oppure—nel brano più "estremo"—con l'intervento solistico di Kinzelman, che si è protratto in un lungo lavoro in respirazione circolare su pochissime note, ipnotico, prima in solitudine e poi come centro focale attorno al quale ruotava la musica (scritta) degli altri membri della formazione. Particolarmente suggestivo il brano finale, "Almost Jesus," con interventi vocali in talking ritmato prima di Tamborrino, poi corali. Bella musica, originalissima, conferma della genialità di un musicista decisamente fuori dell'ordinario.

Il 23 novembre era in programma il personaggio più illustre dell'intera rassegna, il pianista statunitense Craig Taborn in concerto solitario. Un'occasione ghiottissima per vedere all'opera uno dei più apprezzati mastri contemporanei in una situazione abbastanza rara e capace di svelare gli aspetti più personali della sua musica. Il concerto, infatti, non ha deluso: Taborn ha mostrato un'incredibile padronanza della tastiera, che ha fatto risuonare perlopiù in modo percussivo, sempre però finalizzato a esaltare le ben precise ed elaborate strutture della musica proposta. Queste prevedevano frequenti riff, o comunque frasi brevi e reiterate spesso fino all'ossessività, con molteplici cambi di stilemi e atmosfere. Tempi spesso veloci fino al parossismo, grande lavoro sulla dinamica e—ciliegina sulla torta—degli effetti timbrici che talvolta davano l'impressione di essere prodotti da una "preparazione" del pianoforte, ma che invece erano frutto della risonanza delle corde, prodotta nei passaggi più roboanti dall'intensità del suono e in quelli meno intensi da sofisticati giochi sui tasti. Un effetto raramente ascoltato e davvero sorprendente. Accanto a questa impressionante e personalissima maestria pianistica (difficile trovare un "modello" diretto del suo stile, sintesi di tante influenze del più sperimentale pianismo contemporaneo) si è potuta apprezzare in forma scarnificata la musica di Taborn, con i suoi pro—grande articolazione, intensità espressiva, complessità—e i suoi contro—sostanzialmente riconducibili a una certa ripetitività e a una reiterata circolarità, che la rendono un po' angusta e danno la sensazione che, pur con grande raffinatezza, non conduca da nessuna parte. Limiti, questi ultimi, che non hanno più di tanto ridotto l'interesse e il piacere di un concerto decisamente raro per forme e qualità.

L'ultimo concerto della serie, venerdì 30, vedeva in scena il trombettista bresciano Gabriele Mitelli alla testa del suo O.N.G., autore lo scorso anno dell'eccellente album Crash, al quale il concerto si richiamava più per le atmosfere che per i materiali. La musica proposta era tutto sommato semplice e diretta, basata sul lavoro delle chitarre di Gabrio Baldacci—una chitarra baritono—e di Enrico Terragnoli—che usando anche un'antica tastiera giocattolo si è ripetutamente spinto in territori surreali e divertentissimi—sostenuti dalla varietà di stilemi e dall'intensità della batteria di Cristiano Calcagnile. Una musica però estremamente libera e variata, sulla quale si inseriva con una creatività spesso virtuosamente naif Mitelli, che accanto a tromba e flicorno ha usato anche un sax soprano ricurvo e una "cassetta da vini" elettrificata, che insieme ad altri apparati elettronici gli ha permesso di costruire scenari onirici e immaginari, di potente suggestione. O.N.G. si è così dimostrata formazione in equilibrio tra libera improvvisazione e musica elettronica, sperimentazione e ludicità, semplice ma mai banale, diretta ma singolarissima, creatrice di una musica radiosa come il suo leader. Bella conclusione di una rassegna tutta di altissimo livello, che ha visto un certo incremento del pubblico e della quale aspettiamo la prosecuzione a primavera.

Foto: Eleonora Birardi
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